[TraDueMondi] Chi non lavora non fa la storia? Intervista a Manfredi Alberti

– Giacomo Gabbuti e Niccolò Serri –

Copertina SL

[Continua Tra Due Mondi, il focus tematico dedicato da 404 alla storia economica e sociale italiana – da oggi ogni due venerdì. Riprendiamo (dopo l'”antipasto” con Emanuele Felice) la forma dell’intervista per occuparci del libro di uno dei collaboratori della rubrica. Alberti è attualmente contrattista di Storia del lavoro presso il Dipartimento di Studi di Aziendali dell’Università di Roma 3; ha conseguito il dottorato all’Università di Firenze nel 2012, con uno studio, poi pubblicato dalla Firenze University Press, sulle origini dell’indagine statistica sulla disoccupazione durante l’età liberale (1893-1914).

Il suo ultimo Senza Lavoro: la disoccupazione in Italia dall’Unità ad oggi, edito da Laterza, offre per la prima volta una prospettiva sulla storia di lungo periodo della disoccupazione nel nostro paese. Il libro non soltanto presenta lo stato dell’arte dei dati disponibili, ma ricostruisce anche le idee che hanno guidato la progressiva “scoperta” della disoccupazione come problema sociale, così come la scelta della politiche, spesso carenti, adottate per combatterla. Con la sua capacità di sottolineare le discontinuità e i trait d’union – dall’Italia preunitaria al Jobs Act – Senza Lavoro ci consente di giudicare le prospettive occupazionali dalla nostra generazione in controluce a quelle dei lavoratori dei due secoli passati. Il quadro che ne emerge permette di storicizzare la disoccupazione a due cifre di oggi, ma anche di capire quali lezioni possano essere apprese dalle battaglie di ieri.

Abbiamo preferito fare poche domande per non guastarvi il libro, ma vi segnaliamo la presentazione che si terrà a Roma sabato 2 aprile, presso il Circolo Sparwasser in Via del Pigneto 215, a cui parteciperanno, oltre all’autore e a i due intervistatori, Marta Fana e Alexander Hobel. Per chi si fosse invece perso le precedenti puntate, è possibile recuperarle qui. Segnalazioni e proposte di nuovi articoli sono, come al solito, ben accette.]

Il tuo è il primo libro a occuparsi specificamente di disoccupazione per tutta la storia dell’Italia unita. Viene spontaneo chiederti: perché? Cosa spinge un giovane ricercatore che si è occupato della ‘scoperta dei disoccupati’ ottocenteschi a portare l’analisi fino alla contemporaneità? Cosa ne può imparare il lettore?

Come suggerisce un notissimo motto crociano, gli storici, anche quando studiano epoche lontane, sono di fatto interessati ai problemi del presente. Già nel mio primo libro era implicito un dialogo con l’oggi, a partire da un confronto con il contesto ottocentesco: l’attuale precarietà del lavoro ha infatti molti punti in comune con quella del secondo Ottocento, anche se il paragone va ovviamente maneggiato con prudenza. Con questo nuovo libro ho messo a frutto le ricerche degli ultimi anni, le quali si sono spinte anche al là dell’età giolittiana. L’intento – come voi stessi indicavate – è stato quello di colmare un vuoto, o meglio, di iniziare a farlo. Ho ritenuto che in un’epoca come l’attuale, in cui la disoccupazione sta tornando a essere percepita come una piaga ineluttabile, sia necessario offrire uno strumento che aiuti a mostrare la storicità e quindi la non naturalità del fenomeno della disoccupazione.

Come spieghi all’inizio del tuo libro, il concetto di disoccupazione è un costrutto teorico tutt’altro che ‘oggettivo’, determinato tanto dall’evoluzione della produzione e del lavoro, quanto da mutamenti nella società. Come è cambiata, nel corso del lungo Novecento, la definizione di disoccupazione? Quanto rilevanti sono stati il movimento dei lavoratori e le sue organizzazioni, rispetto alle variazioni ‘strutturali’ sottostanti? Quanto invece proprio le definizioni – separando ‘lavoratori’ e ‘disoccupati’ – possono aver influito sulle forme dell’organizzazione dei lavoratori?

La grande novità di inizio Novecento fu la diffusione della nozione di disoccupazione involontaria. In quella fase si consolidò una più chiara distinzione tra l’inattività, variamente intesa, e la disoccupazione come evento non legato alla volontà del lavoratore che perde o non trova un’occupazione. Con l’affermazione della statistica campionaria, a metà Novecento, si sarebbe chiarita ulteriormente la definizione del disoccupato: è tale solo chi cerca attivamente un lavoro. Quest’ultima è certamente una nozione restrittiva, almeno rispetto a quella marxiana di sovrappopolazione. Credo che il ruolo del movimento operaio nell’influenzare la definizione del fenomeno sia stato più incisivo nel periodo a cavallo fra Otto e Novecento. In quella fase da un lato l’emergere del mutualismo e del collocamento fornì una base per individuare statisticamente i disoccupati, dall’altro il conflitto sociale indusse le classi dirigenti a prendere coscienza di un fenomeno nuovo, potenzialmente destabilizzante per l’ordine sociale. Nei decenni a noi più vicini, invece, mi sembra che i criteri di definizione e misurazione del fenomeno siano stati più affidati a quei tecnici specializzati che sono gli statistici, a livello nazionale e internazionale, pur permanendo una permeabilità dei criteri di definizione rispetto al dibattito socio-economico. In generale possiamo dire che la definizione statistica del lavoro e del non lavoro è sempre leggibile all’interno di un rapporto dialettico: essa è condizionata da ciò che avviane a livello economico e sociale, ma a sua volta influisce sulle decisioni politiche e sull’organizzazione dei lavoratori. Con la progressiva ‘messa a fuoco’ della categoria di disoccupazione il movimento operaio è stato forse indotto a rafforzare, all’interno dell’organizzazione sindacale, l’unione fra occupati e disoccupati. Un compito non semplice, come sappiamo, spesso – come accade anche oggi – destinato all’insuccesso.

La preziosa ‘storia delle idee’ costituita dal tuo libro permette di notare che proprio quei periodi in cui domina un’idea di disoccupazione come fatto ‘naturale’, tutto sommato poco interessante per economia e politica, siano per contrasto le epoche in cui non lavoro e precarietà – nelle diverse forme storiche, dal bracciantato al lavoro interinale – raggiungono dimensioni estremamente rilevanti. È ancora valida una lettura marxiana della disoccupazione come fenomeno funzionale al capitalismo, nelle sue diverse forme?

Direi proprio di sì. Le intuizioni di fondo di Marx, valide ancora oggi per spiegare le dinamiche del mondo del lavoro, sono così riassumibili. Innanzi tutto la disoccupazione è possibile solo in un sistema economico in cui prevalgono il lavoro salariato e la proprietà privata dei mezzi di produzione. Il fenomeno della mancanza di lavoro, inoltre, è generato dalle esigenze stesse dell’accumulazione capitalistica. La concorrenza sollecita il progresso tecnologico, e pone così le basi per la disoccupazione ‘tecnologica’. La presenza di uomini e donne senza lavoro, inoltre, assolve a due funzioni fondamentali: permette la crescita della scala produttiva nei momenti di espansione economica, e garantisce che i salari non si discostino troppo dai livelli di sussistenza (definiti ovviamente in relazione al contesto storico). Queste diverse funzioni della disoccupazione in un sistema capitalistico sono ben evidenziate dalle espressioni a cui Marx ricorre più spesso per definire il fenomeno: sovrappopolazione relativa, ed ‘esercito industriale di riserva’.

Nonostante le speranze suscitate da una carta costituzionale che mise al centro il diritto al lavoro, il pieno impiego è rimasto un miraggio, e persino negli anni del miracolo, non è mai stato del tutto centrale negli obiettivi della politica economica, fino alla sua completa scomparsa nel dibattito odierno. La disoccupazione è dunque la ‘metrica’ su cui emerge più chiaramente l’idea di un ‘paese mancato’, di un ‘compromesso senza riforme’, come interpretazione dell’Italia repubblicana?

In un certo senso sì. In una parte della storiografia si è molto insistito sul ruolo negativo svolto dalla guerra fredda e dall’esistenza di un forte Partito comunista nel determinare la mancanza di alternanza politica e il ritardo nell’introduzione delle riforme. Va detto tuttavia che il Pci fu una delle poche forze che sin dalla stesura della Costituzione intese porre la lotta alla disoccupazione al centro della rinascita democratica del Paese. In Italia gli strumenti di programmazione economica furono introdotti in ritardo rispetto ad altri paesi europei, non certo per colpa del Pci, e il loro impatto fu limitato a causa di ostacoli di diversa natura: particolarismo, uso clientelare delle risorse, pesanti divari territoriali, dualismi nel mercato del lavoro. Da questo punto di vista la distanza fra l’Italia e gli altri paesi europei fu massima nel dopoguerra: mentre ad esempio nella Gran Bretagna governata dai laburisti il quinquennio postbellico vide una rapida crescita economica e la piena occupazione, negli anni del centrismo l’Italia a trazione democristiana continuò a confrontarsi con almeno due milioni di disoccupati: la nostra ‘golden age’ era ancora di là da venire.

Il libro delinea chiaramente il ruolo dell’Europa – dei suoi trattati,  ma anche dell’afflato ideologico sottostante – ma mostra anche come le tendenze liberiste alla deregolamentazione del mercato del lavoro e alla riduzione del ruolo del pubblico abbiano preso il sopravvento già dalla fine degli ‘70, quando la lettura neoclassica di Modigliani si impone anche a sinistra, e negli anni ‘80, quando il ‘Piano del Lavoro’ del craxiano De Michelis recepisce la nuova vulgata monetarista. Ma allora, possiamo dire che il centrosinistra, intimamente convinto della necessità delle ‘riforme’, ha usato l’Europa come ‘giustificazione’, più che subirne le imposizioni?

In effetti oggi si tende spesso ad individuare nell’Europa l’origine di tutti i nostri mali, come se si trattasse di una forza estranea che ha alterato dal di fuori la normale dialettica politica interna. Il processo di unificazione monetaria, così come è sorto a partire dalla fine degli anni Settanta, dalla nascita dello Sme alla firma del trattato di Maastricht, è il frutto di scelte operate dalla vecchia classe dirigente, in Italia in prevalenza democristiana. Tali scelte, probabilmente, erano dirette anche a porre un vincolo esterno alle pretese del movimento operaio di orientare la distribuzione del reddito e determinare la dinamica dell’inflazione. I vincoli alla politica economica che oggi frenano l’economia italiana ed europea, così come la globalizzazione finanziaria, non sono fatti naturali e ineluttabili, ma sono il frutto di precise scelte politiche operate consapevolmente nel corso degli ultimi decenni.

La centralità del diritto al lavoro nella carta costituzionale, così come la presenza di una forte componente politica di matrice comunista, piuttosto che socialdemocratica, ha avuto un’influenza importante sul welfare state italiano. Molti studiosi lo hanno descritto come un puzzle corporativo, un misto di nicchie di privilegio e gap assistenziali, incentrato sull’identità occupazionale più che su diritti ‘di cittadinanza’. Quali sono state le forme e i limiti principali dell’assistenza ai disoccupati nel secondo dopoguerra? In altre parole, potresti provare a storicizzare la riforma degli ammortizzatori sociali contenuta nel Jobs Act?

La vicenda del welfare in Italia dal dopoguerra a oggi è un capitolo di storia ancora largamente inesplorato. Siamo solo all’inizio di un’indagine ravvicinata sui passaggi e sulle dinamiche che hanno generato il tanto vituperato modello di previdenza ‘lavorista’, cioè frammentato per categorie socioprofessionali. Non credo si possa addebitare al Pci questo esito: sin dalla stesura della Costituzione, e in molti passaggi successivi, i comunisti e le forze sindacali socialcomuniste hanno guardato a un modello di tutela sociale rivolto a tutti i cittadini. Probabilmente, sin dal dopoguerra, il clima di conflittualità politica legato alla guerra fredda e l’oggettiva frammentazione del mondo del lavoro italiano contribuirono a impedire un serio ripensamento degli strumenti di sussidio alla disoccupazione, i quali rimasero incardinati sui binari già tracciati durante il fascismo. La riforma del 1949, come è noto, non introdusse alcun elemento di universalismo nella tutela contro la mancanza di lavoro. Il Jobs Act di Renzi, nonostante abbia allargato leggermente la platea dei soggetti interessati dalla tutela previdenziale, non ha segnato una reale discontinuità con il passato.

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