[SSdP] dall’inferno a Barad-dûr: l’Oscuro Signore

– Edoardo Rialti –

Ritorna il Sublime Simposio del Potere, che con la seconda edizione si consacra come appuntamento fisso. Quest’anno ci siamo dati un tema: i topoi del fantasy. Ci siamo incontrati il 23 gennaio alla Cité, a Firenze, per quattro ore in tanti altri mondi. Eravamo dieci a parlare: Silvia Costantino, Francesco D’Isa, Giovanni De Feo, Vincenzo Marasco, Francesca Matteoni, Edoardo Rialti, Vanni Santoni, Matteo Strukul, Sergio Vivaldi.
Qui trovate tutti gli interventi precedenti, per arrivare preparati all’anno prossimo.
 

Questo testo, in una versione riveduta, fa parte del libro Di tutti i mondi possibili, pubblicato da effequ.

***

Mentre voi nobili e potenti, siete per l’eternità i malvagi, i crudeli, i lascivi, gl’insaziati, gli empi, e sarete anche eternamente gli sciagurati, i maledetti e dannati!

Nietzsche, Genealogia della morale

Un uomo, o un diavolo…le cui mani arrivavano dove non arrivava la vista degli altri.

Manzoni, I promessi sposi

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Gustave Doré – Paradise Lost

Orrida maestà nel fero aspetto

terrore accresce, e piú superbo il rende:

rosseggian gli occhi, e di veneno infetto

come infausta cometa il guardo splende,

gl’involve il mento e su l’irsuto petto

ispida e folta la gran barba scende,

e in guisa di voragine profonda

s’apre la bocca d’atro sangue immonda.

È con quest’ottava su Satana del Tasso- che sembra quasi ispirarsi a un “mascherone giapponese”, come poteva notare solo il grande Mario Praz- che il Signore delle Tenebre diventa personaggio con piena statura drammatica nella poesia e nella narrativa. In effetti, tra i tanti tarocchi del fantastico, il Re del Male è forse uno dei più recenti, da un punto di vista letterario. L’archetipo folklorico-religioso certamente risale molto indietro (cfr. D. Dennett, Rompere l’incantesimo- la religione come fenomeno naturale). Ma è interessante notare che il mondo classico, a mia conoscenza, non conosce niente di simile. Nel mito greco, gli dei olimpi hanno ormai imposto una vittoria definitiva sui mostri del passato caotico; in quello norreno – per Tolkien più commovente proprio per questa intuizione esistenziale – incombe all’orizzonte la minaccia dell’ultima battaglia, dove ogni eroe e dio correrà ad affondare spada o ascia nelle fauci di un lupo o di un troll, distruggendosi a vicenda. Pure qui Odino non conosce un suo oppositore “morale” – se si eccettua Loki, che però ha il proprio indefinibile fascino proprio nella qualità di “trickster” che fa da spola tra i mondi (al pari di Joker, sua vera epitome nei fumetti e nei film – già nei “Lokasenna” aveva tutte le migliori battute).

Bisogna rivolgersi ad altri fiumi, confluiti nel mare del nostro immaginario: quelli delle narrazioni e delle visioni cosmiche proprie del vicino Oriente, politeista (il Seth egizio, patrono dei negromanti e acerrimo nemico del nipote Horus), dualista (l’Arimane persiano) e al progressivo crescere in statura del “Satàn”, l’accusatore biblico, che già nei vangeli diventa “il principe di questo mondo” – titolo che a me è sempre sembrato tenebrosamente bello. A ciò vanno sommati l’interiorizzarsi dell’epica allegorica tardo antica (pensiamo già alla Tebaide di Stazio), stoico-cristiana, così come lo spiritualizzarsi del guerriero barbaro, che diventa, in lungo processo, il cavaliere carolingio e arturiano (cfr. Alle radici della cavalleria medievale di F. Cardini), il miles Christi in lotta contro i pagani ma anche contro i loro padroni, le forze dell’inferno, e il loro Oscuro Signore. Appunto.

Nel nostro sommo Dante, tuttavia, «l’Imperador del doloroso regno» è una sorta di enorme macina del male, un raggelato, gigantesco mulino che mastica e piange sangue. Per Dante il vero male tragico è quello umano, e sono assai più drammatici e persino “luciferini” personaggi come Farinata o Capaneo. In Tasso, come abbiamo visto nell’ottava citata, fa davvero la sua comparsa un antagonista narrativo, che ordina, complotta, agisce, innescando un contro-movimento dal basso rispetto allo sguardo ordinatore e unificante di Dio dall’alto. Due prospettive che vanno a impattarsi, ruggendo e lacerando come tigri, nel mondo orizzontale dell’epica e della storia, nei dintorni di Gerusalemme (cfr. R. Bruscagli, Il campo cristiano della Liberata). È stato sempre merito di Praz aver notato, nella tenuissima variazione che Marino apporta alla descrizione del suo Satana, con quegli occhi in cui «mestizia alberga e morte» – il primo germe del “bello e dannato” che poi esploderà nel Satana oratore e condottiero di Milton, e in tanti eroi romantici, dai briganti di Schiller a Heathcliff, fino al «serpente scaltro», il principe Stavrogin di Dostoevskij. Una menzione a parte merita Macbeth, che diventa sempre più indistinguibile dai sortilegi che lo hanno sedotto, e dalla parola “paura”.

baraddur
Barad-dûr secondo Tolkien

Tuttavia, anche in questo caso, il prof. Tolkien ha fatto fare al fantasy un altro dei suoi salti quantici, quasi forgiando daccapo un archetipo. È suo infatti L’Oscuro Signore per eccellenza, Sauron di Mordor. Certo, anzitutto c’è Melkor-Morgoth, ma credo di non essere l’unico per cui Il Signore degli Anelli – non come titolo del libro, ma come personaggio – che pure costituisce un’eco in chiave minore del suo antico padrone, è rimasto ben più impresso nell’immaginario. Ma anche questa è una conquista-intuizione tolkieniana. Non esiste un unico signore oscuro. Ogni Era conosce il suo. Nelle sue lettere leggiamo una potente annotazione sul sortilegio irradiato dalla voce di Hitler. Con dolore vedeva i tedeschi «guidati ora da un uomo ispirato da un diavolo pazzo, vorticoso: un tifone, che fa assomigliare il povero vecchio Kaiser al lavoro a maglia di una vecchietta… la cosa strana circa l’ispirazione demoniaca è l’impeto che non riguarda per niente la statura intellettuale della persona, ma riguarda la sola volontà».

Come consigliava già Lovecraft, l’orrore più potente è quello che non si vede. Esattamente come la bellezza di Elena in Omero, che scorgiamo solo indirettamente dai visi rugosi e stupefatti delle «vecchie cicale», gli anziani di Troia – così anche il male è più spaventoso se solo accennato. A ciò Tolkien aggiunge un altro tocco, narrativamente superbo. Saranno sempre gli infinitamente piccoli, gli Hobbit, gli unici a relazionarsi direttamente con questo male infinitamente grande. I primi due incontri – seppure a distanza – sono quelli di Frodo stesso:

Ma lo Specchio divenne all’improvviso completamente buio, come se un abisso si fosse aperto sotto la sua superficie e lui guardasse nel vuoto. Nel nero baratro apparve un Occhio, uno solo, che crebbe lentamente, invadendo quasi tutto lo Specchio. Tale era il terrore che da esso sprigionava, che Frodo ne fu paralizzato, incapace di gridare o di distogliere lo sguardo. I contorni dell’Occhio erano di fuoco, mentre nel globo vitreo della cornea gialla e felina, vigile e penetrante, si apriva, nel buio di un abisso, la fessura nera della pupilla come una finestra sul nulla.

Lo sguardo dell’Hobbit fu irresistibilmente attratto verso oriente. Passò oltre i ponti in rovina di Osgiliath, oltre i cancelli spalancati di Minas Morgul, oltre le Montagne spettrali; spaziò su Gorgoroth, la valle del terrore nel Paese di Mordor, ove sotto i raggi del Sole tutto era immerso nell’oscurità. Un fuoco ardeva fra nebbie e fumo. Dal Monte Fato incandescente esalavano vapori. Infine il suo sguardo si arrestò: muraglie e muraglie, cinte e bastioni, nera, incommensurabilmente forte, montagna di ferro, cancello d’acciaio, torre d’adamante, egli la vide: Barad-dûr, la Fortezza di Sauron. Ogni speranza morì in lui. E improvvisamente percepì l’Occhio. Vi era nella Torre Oscura un occhio che non dormiva, che si era accorto dello sguardo di Frodo; e questi lo sentiva covare un cupido e selvaggio desiderio, e lanciarsi all’inseguimento, come un dito che frugava ovunque. Tosto l’avrebbe inchiodato, lì, nel punto preciso ove egli si trovava.

Ho sempre trovato quel passare dall’immensità della Torre e del paesaggio circostante- in un certo senso Sauron è il paesaggio di Mordor, così come incontriamo qualcosa di Galadriel già addentrandoci in Lothlorien – alla concretezza del dito, un altro colpo da maestro. La notazione sulla fusione di Sauron con l’ambiente meriterebbe un approfondimento: proprio come per Galadriel o Elrond, e persino per gli Hobbit con la Contea, Tolkien racconta continuamente la capacità di infondere volontà e personalità in un progetto, in un ambiente. E l’ammira. Nei suoi scritti distingueva tra la cecità nichilistica dell’ultimo Morgoth e il piano tirannico di Sauron, che, a suo modo, come i due giardinieri Sam e Aragorn, ha un’idea molto precisa di come coltivare il suo orticello.

È davvero un paradosso, e una notevole trovata narrativa, che l’unico dialogo diretto con l’Oscuro Signore non spetti però neppure Frodo – bensì al più casinaro degli Hobbit, Pipino. Ancora una volta, la concretezza, se volete l’ordinarietà dello scambio di battute, conferisce ancora più spessore e tensione. Che succederebbe, se un ragazzino incontrasse davvero un Hitler? Nessun proclama feroce, nessuna battuta memorabile. Solo una fretta bramosa.

«Poi venne lui. Non pronunciava parole, guardava soltanto, ed io capivo.
 -Così, sei tornato? Perché è passato tanto tempo senza che tu mi 
riferissi nulla? –
«Non risposi. Egli domandò allora: – Chi sei?. Continuai a tacere, 
ma mi sentivo straziare; e lui insisteva, tanto che infine dissi: – Un Hobbit.
«Allora parve che improvvisamente mi vedesse, e mi rise in faccia. Era 
crudele. Mi sentivo come trafitto da mille pugnali. Cercai di svincolarmi, ma lo udii esclamare: -Aspetta un momento! Ci rincontreremo presto. Di’ a Saruman che quel gingillo non è per lui. Lo manderò a prendere immediatamente. Hai capito? Di’ solo questo! – 
«Mi guardò con gioia perversa, e mi parve di essere tagliato in piccoli 
pezzettini. No, no! Non posso dire altro. Non ricordo più nulla».

Tuttavia stiamo sempre sbirciando Sauron dall’estero. Quando invece Frodo si infila l’Anello a Monte Fato, Tolkien ci permette di vedere il mondo dalla finestra stessa di Barad-dûr, e vivere i pensieri, e perfino i sentimenti del suo misterioso abitante:

Lontano da lì, quando Frodo infilò l’anello arrogandoselo, proprio a Sammath Naur, nel cuore del suo reame, il Potere fu scosso a Barad-dûr e la torre tremò, dalle fondamenta fino alla fiera ed orgogliosa cresta. L’Oscuro Signore fu improvvisamente conscio della presenza di Frodo, e il suo occhio, penetrando fra tutte le ombre, scrutò oltre l’altipiano la porta che egli stesso aveva costruita; l’enormità della sua follia gli fu rivelata in un lampo accecante, e tutti gli artifizi dei suoi nemici furono messi a nudo. Allora la sua collera avvampò come una fiamma divorante, ma la sua paura fu come un grande fumo nero che lo soffocava.  Conosceva il pericolo mortale in cui si trovava e il filo al quale ormai pendeva il suo destino. La sua mente abbandonò tutti i piani ed i tranelli intessuti di paura e di tradimento, tutti gli stratagemmi e le guerre, e da una parte all’altra del suo regno corse un brivido, i suoi schiavi indietreggiarono, i suoi eserciti si fermarono ed i suoi capitani si trovarono all’improvviso in balia del fato, privi di volontà, tremanti e disperati. Erano stati dimenticati. La mente e gli intenti del Potere che li comandava erano ormai concentrati con forza irresistibile sulla Montagna. Convocati da lui, precipitandosi con un grido lacerante, i Nazgûl volarono più veloci dei venti la loro ultima corsa disperata, e la tempesta di ali si diresse turbinosa verso il Monte Fato.

 Anche qui, non occorre sottolineare quello che qualunque lettore percepisce, al pari del brivido che attraversa le armate-: nel giro vorticante di poche frasi, vediamo secoli di progetti, schemi, e la mente che li coordina tutti e ciascuno. Sauron è anche il brivido di paura dei suoi servi, è anche lo strillo dei Nazgul. E al tempo stesso il suo mistero li supera, e resta.

Seppure brevemente, non posso non ricordare come, negli stessi anni della stesura del Signore degli Anelli, il grande sodale di Tolkien e fulcro degli Inklings, C. S. Lewis, nella sua trilogia di fantascienza teologica, ci offre in Perelandra un altro notevole ritratto del male diabolico. La soluzione narrativa è molto diversa da quella di Tolkien. Il “Distorto”, che possiede il cadavere dello scienziato malvagio al pari dell’antico serpente in Milton. qui addirittura sorride con le sue labbra morte:

L’essere guardò Ransom in silenzio e infine cominciò a sorridere. Spesso si parla di un sorriso diabolico, e anche Ransom l’aveva fatto, ma ora si rendeva conto di non avere mai preso sul serio queste parole. Il sorriso non era amaro o rabbioso, e neppure sinistro, nel senso abituale della parola; non era neanche un sorriso di derisione. Sembrava invitare Ransom, con un cenno di benvenuto orrendamente sincero, a prendere parte ai suoi piaceri, come se tutti avessero potuto condividerli, come se fossero stati la cosa più naturale del mondo e non fosse neppure il caso di discuterne. Non era furtivo, né pieno di vergogna, non aveva un’aria d’intesa. Non era una sfida alla bontà, la ignorava fino ad annullarla. Ransom si rese conto che, per quanto riguardava il male, aveva visto fino ad allora solo tentativi timidi e impacciati. Quell’essere si era dato al male con tanto accanimento da superare ogni conflitto e pervenire a uno stato che aveva una spaventosa somiglianza con l’innocenza. Era al di là del vizio, come la Signora era al di là della virtù.

Credo ci siano poche trovate così agghiaccianti come quel sorriso entusiasta.

Molti dei fantasy figli di Tolkien, negli anni 60-70-80, riprenderanno, anche nel caso dell’Oscuro Signore, la cornice, gli elementi esteriori più facili da ripetersi (non si contano i cappucci con gli occhi rossi che ardono nel buio senza volto…), ma senza quello spessore drammatico: basti pensare allo scialbo Signore degli Inganni di Terry Brooks. Meglio il Re Cornuto – sic! – della saga di Prydain. Il Sire Immondo di Stephen Donaldson aveva la bella trovata di accompagnarsi a un profumo più spaventoso del solito zolfo – «l’infame fetore lasciò il posto a un odore dolciastro di essenza di rose, l’odore dei funerali» – per poi però mettersi a tuonare minacce alfieriane come un basso da operetta: «Non mi fermerò, finché non avrò estirpato dalla terra ogni speranza. Pensa questo, e trema!» Pare di ascoltare un cattivo di James Bond, che spiega il proprio piano mentre la risata riecheggia per la volta e il buono ha tutto il tempo di slegarsi dalla sedia.

Tutt’altro livello è quello incarnato dal Randall Flagg di Stephen King, una sorta di re-stregone in giacca di pelle e stivaletti da cowboy. Al pari di altri grandi tarocchi dell’immaginario, anche qui King ha saputo sfoderare dal mazzo una delle sue più riuscite rielaborazioni in chiave contemporanea:

Aveva le tasche gonfie di cinquanta diversi tipi di volantini contrastanti. Retorica per tutte le stagioni. I suoi occhi parevano accesi della frenesia per le possibilità che offriva la notte… Era il viso di un uomo odiosamente felice, irradiava un calore attraente ed orribile insieme. Era un grumo in cerca di un punto dove manifestarsi, una solitaria cellula impazzita alla ricerca di una compagna: avrebbero messo su casa insieme allevando un tumore maligno.

Gli basta farcelo vedere camminare così, ai margine della strada, di notte, per poi librarsi misteriosamente da terra di mezzo metro. Il nostro sangue lo riconosce, come quando ci spaventava da bambini. L’Uomo Nero.

voldy

Dobbiamo correre, e saltare, purtroppo. Gli anni ’90 conoscono soprattutto due straordinari cicli fantasy per ragazzi. Uno presenta un Signore Oscuro in perfetta conformità alla tradizione-seppure con dettagli interessanti-; l’altro uno straordinario ribaltamento-sdoppiamento di prospettiva. Harry Potter è, in fondo, la storia della lunga guerra tra due diversi orfani. Tom Orvoloson Riddle – alias Lord Voldemort – temuto fin da bambino come un paria sinistro, sarà sconfitto dal boy who lived, che lui stesso aveva – significativamente – privato dei genitori. Due bambini soli, all’origine del cui percorso stanno due scelte diverse del mondo degli adulti; se Tom era stato abbandonato, Harry viene salvato proprio dal sacrificio della madre. Nella grande trilogia materialista Queste oscure materie, invece, abbiamo un Sauron rappresentato da Lord Asriel, che aduna tutte le forze ribelli dell’universo intorno alla sua fortezza prometeica:

Sul bastione più alto della fortezza c’era una torre di diamante: una sola rampa di scale portava a una serie di stanze le cui finestre guardavano a nord, a sud, a est e a ovest.

Ma non occorre molto perché il lettore si accorga che il vero Oscuro Signore è l’Autorità stessa- colui che da sempre si è spacciato per Dio e il suo reggente Metatron – «mi domando se lui riesce a vedere attraverso le nuvole», ci si chiede con timore, come per l’Occhio di Sauron – e che Asriel invece, con la sua “empia” superbia, è invece l’Aragorn pronto a morire perché la giovane protagonista possa davvero sferrare il colpo decisivo al tirannico Regno dei Cieli:

Tutti sappiamo cosa dobbiamo fare noi, e perché dobbiamo farlo: dobbiamo proteggere Lyra fino a quando non avrà ritrovato il suo daimon e la salvezza. La nostra repubblica può essere stata creata al solo scopo di aiutarla.

Almeno una Oscura Signora va citata come si deve – in attesa di scrivere più adeguatamente sulle Regine delle Tenebre, cui va il mio baciamano: anche Joe Abercrombie in Mezza Guerra, al momento di presentarci la sua perfida Gran Madre Wexen, riecheggia sia Sauron che Oz, svuotando gli stereotipi dall’interno:

Una donna anziana si trovava al parapetto di metallo elfico, indossando una tunica che arrivava al pavimento, i capelli bianchi tagliati corti, con alle spalle una grande pila di libri, dalle costole vergate d’oro, incastonate di gemme.

«Gran Madre Wexen!» vociò Yarvi. Lei si bloccò, le spalle incassate, per poi voltarsi lentamente.

La donna che aveva regnato sul Madre Infranto, deciso le sorti di innumerevoli migliaia, fatto tremare i guerrieri e usato i re come fantocci, non era affatto come Koll si aspettava. Non era una cattiva dalla voce chioccia. Né un essere malvagio, alto come una torre.

Non un “Towering evil”, appunto. «Solo un viso materno, rotondo e profondamente segnato. D’aspetto saggio. Cordiale. Senza segni sfarzosi del proprio alto stato». E quando il “buon” Yarvi latrerà «Tu non hai idea di cosa ho sacrificato, di quello che ho sofferto! Non hai idea delle fiamme in cui sono stato forgiato», capiamo che quelle stesse parole avrebbe potuto pronunciarle lei, anni prima. E che abbiamo visto che dietro la nascita di un “mostro” possono esserci pregi, speranze, e dolori.

Anche R. K. Morgan vuole esporci a qualcosa di altrettanto provocatorio, col suo Illwrack SenzaFamiglia, il rampollo umano cresciuto come changeling dai suoi “Elfi”- ma saranno davvero tali?- bellissimi e crudeli, gli Aldrain:

Il SenzaFamiglia, allora, venne scelto da un giovane rampolo Illwrack più o meno quando era ancora nella culla. Sembra che il bambino fosse così bello che il nobile Aldrain rimase incantato suo malgrado. Si innamorò con tutta l’impulsiva passione della sua gente e, senza che nessuno potesse impedirglielo, attese il breve passaggio della giovinezza umana per guidare e ammaestrare il ragazzo in tutto quello che avrebbe dovuto sapere e vedere, quindi lo prese e lo condusse oltre la Porta oscura, nonostante fosse più giovane di qualsiasi uomo preso dagli Aldrain. Gli donarono i poteri quando era ancora un adolescente, legandolo indissolubilmente alla fredda legione. Deve essere stato un colpo per lui, come dice la leggenda, ricevere tali poteri. Ma si dice che gli occhi del SenzaFamiglia fossero verdi come i raggi del sole attraverso il fogliame degli alberi, e il suo sorriso, seppure ancora di un bambino, poteva scioglierti il cuore.

Ringil, il protagonista, alla scoperta che «il nome dell’aristocratico Aldrain è andato perduto», ha uno spasmo. Perché anche lui è stato amato dall’Aldrain Seethlaw, venendo iniziato alla magia nera. E nessuno capisce se quella leggenda si riferisca solo al passato, o anche al futuro. Tutta la trilogia di Morgan ruota sulla possibilità che Ringil possa diventare Illwrack, e quando il re oscuro effettivamente torna delle acque nere dei Luoghi Grigi, strillando come un gabbiano, le prime parole che pronuncia non sono minacce di morte e di conquista, ma un semplice «Torno a casa, Seethlaw». La stessa frase mormorata, sognata, custodita dai tre protagonisti dei romanzi, tre diversi esuli, la stessa che Ringil non può pronunciare, perché quella porta è tragicamente chiusa alle sue spalle, e l’unico amore lo attende tra le braccia di un principe gitano, al crocevia elusivo di tutti i mondi possibili, una dimensione dove forse si incontrano solo schegge di un passato lontano, o di un futuro ancora a venire. Anche nella ferocia di un Oscuro Signore può dunque celarsi lo stesso sogno d’amore e di condivisione, che mormoriamo all’orecchio della persona amata, quando finalmente possiamo baciarla dopo tanto, troppo tempo, come un segreto solo nostro, come una promessa finalmente mantenuta.

Tutto questo ci permette di tornare a Tasso. Perché quello stesso gigantesco orco-pipistrello che abbiamo visto ruggire, sa ancora evocare ai sui demoni un passato di grazia, bellezza, e ardimento:

Ah! non fia ver, ché non sono anco estinti

gli spirti in voi di quel valor primiero,

quando di ferro e d’alte fiamme cinti

pugnammo già contra il celeste impero.

Fummo, io no ‘l nego, in quel conflitto vinti,

pur non mancò virtute al gran pensiero.

Diede che che si fosse a lui vittoria:

rimase a noi d’invitto ardir la gloria.

“Diede che che”: è capitato che Lui vincesse. Ma poteva andare diversamente. Forse. Davvero, come ricordava Abercrombie, ogni eroe è il mostro di qualcun altro. Per George Steiner, gli eroi tragici “procedono verso il loro solenne destino, prigionieri di verità che oltrepassano la conoscenza”. E chi è più tragico, in questo senso, dei grandi antagonisti, mentre incedono verso la sconfitta? Forse. Diede che che. In fondo, nella loro forza, nel loro coraggio, serpeggia fino a noi una domanda scomoda: Perché essere il buono, quando ci sono così tanti motivi giusti per essere il cattivo?


Edoardo Rialti è critico letterario de “Il Foglio”, dove ha pubblicato le biografie letterarie di G. K. Chesterton (L’uomo che ride), C. S. Lewis (Un’infinita sorpresa), J. R. R. Tolkien (La lunga sconfitta, la grande Vittoria) e, proprio in queste settimane, C. Hitchens (Prometeo). Ha insegnato Letteratura Comparata in Italia e in Canada. È traduttore di letteratura inglese, fantasy, horror e sci-fi per Mondadori, Rizzoli, Gargoyle, Lindau, Marietti. Ha tradotto Joe Abercrombie (Il Sapore della vendetta e La Trilogia del Mare Infranto), C. S. Lewis, P. Brown, W. Shakespeare, O. Wilde.

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