Credere in Gilead. Sulla trilogia di Marilynne Robinson

 – Giovanni Bitetto –

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Allora, non abbiamo nessun posto dove andare,
dove andiamo?
Lila, Marilynne Robinson

Due cose abbiamo capito di questo inizio del millennio: l’impossibilità di immaginare un quadro unitario della complessità in cui viviamo ha portato la letteratura a trincerarsi nel privato; d’altra parte si è moltiplicato il caravanserraglio di voci, opinioni, riflessioni, il rumore bianco mediatico cui tutti partecipiamo. Marilynne Robinson asseconda il primo vettore per ribaltarlo dall’interno: arrivare – attraverso una narrazione privata – il più vicino possibile all’utopia del Grande Romanzo Americano, le vicende dell’Iowa rurale divengono fatto sociale. Forse l’autorevolezza delle sue parole deriva dalle parche modalità con cui le distribuisce.

La Robinson esordisce negli anni ’80 con Housekeeping, romanzo che gli vale sin da subito una discreta fama. Il senso comune (o la logica del marketing) vorrebbe che intraprendesse una proficua carriera a base di romanzetti a scadenza triennale. Ma la Robinson sa dosare la parola, conosce l’intimo valore del silenzio. Per quasi dieci anni non pubblica niente, ritorna sulle scene all’inizio degli anni ’90 con un paio di raccolte di saggi che trattano temi interni alla dottrina calvinista (la fede presbiteriana – lo vedremo – rappresenta il suo filtro prediletto), insomma il contrario di quello che ci si sarebbe aspettato. Sarà che per lei la pubblicazione non rappresenta un’ansia da esorcizzare, la scrittura non è un compito da espletare per veder riconosciuto il proprio status. Probabilmente è questo che cerca di insegnare come docente dell’Iowa Writers’ Workshop, uno dei più ambiti corsi di scrittura creativa americani, chioccia di poeti e narratori (T.C. Boyle e Michael Cunningham, per fare due nomi). Nelle aule della University of Iowa si consuma (memore del passaggio di John Cheever) una lunga tradizione minimalista, dal minimalismo parte anche la scrittura della Robinson, approdando a esiti più inclusivi, un periodare aereo ma carico di pathos. Ai sopracitati saggi segue un ennesimo periodo di silenzio rotto nel 2004 da Gilead, a cui si aggiungono Casa e Lila, il trittico romanzesco segna la definitiva consacrazione.

La trilogia è ambientata a Gilead, cittadina di ascendenza biblica situata nel cuore dell’Iowa, ancora una volta ci troviamo a fare i conti con la meraviglia del Midwest che racchiude il senso del vivere americano. Eppure, se il vicino Illinois si assurge il ruolo di patria del realismo isterico (Wallace e Franzen, ad esempio), nella scrittura della Robinson troviamo una filiazione più complessa: echi di letteratura beat (soprattutto nel recente Lila) ma soprattutto la vocazione metafisica della letteratura sudista, gli scorci visionari di Flannery O’Connor insufflati nel preciso universo morale della dottrina calvinista. Proprio attorno alla fede ruota la vicenda di una decina di personaggi, la cui natura contraddittoria si chiarisce nel corso della narrazione.

Gilead narra la vicenda del reverendo John Ames e dei suoi avi, o meglio è lui stesso a raccontarcela in forma diaristica. Il reverendo sente l’approssimarsi della fine, le vecchie ossa cedono e la fede non basta più per testimoniare il passaggio nel mondo. Si propone di tramandare ciò che (non) ha appreso al figlio di sette anni, di problematizzare la religione che ha scelto di seguire, come gli altri due John Ames della sua vita: il nonno dalla fede incrollabile e combattiva, alfiere di una giustizia aggressiva, portavoce di un Dio punitore, che deve fare il male per raggiungere il bene, al punto da spingerlo nell’esercito unionista ai tempi della Guerra di Secessione; il padre, pacifista convinto, dall’indole contemplativa, forse troppo quieto per resistere all’intransigenza dell’ex soldato che lo ha generato. E lui? Il John Ames che scrive di che pasta è fatto? Se lo chiede spesso, si rispecchia negli occhi del figlio a cui sono dedicate pagine di struggente bellezza. E’ un padre irrisolto, dubbioso sul ruolo di genitore, dubbioso di essere un buon marito per la giovanissima Lila. La fede lo salva, gli fornisce una forza incrollabile, eppure non pacifica tutte le inquietudini, non dà risposte definitive. John Ames ha bisogno dello scontro, del polo negativo in cui ritrovare sé stesso. Da piccolo lo cercava nel fratello ateo, adesso lo rivede in Jack Boughton, il sinistro e scapestrato figlio del suo amico fraterno, il dubbioso per eccellenza, alla cui figura si aggiunge l’ombra di un passato ignoto. La grandezza della Robinson sta nel suggerire le emozioni del reverendo Ames attraverso il non-detto, un sequela di pensieri laterali che portano allo scoperto le costruzioni emotive del protagonista:

La luna è splendida in questa calda luce serale, proprio come la fiamma di una candela è bellissima nella luce mattutina. Luce nella luce. Sembra una metafora di qualche sorta. Tante cose lo sembrano. Ralph Waldo Emerson è insuperabile in questo.
Mi sembra una metafora dell’anima umana, la luce individuale racchiusa nella grande luce universale dell’esistenza. O sembra la poesia racchiusa nella lingua. La saggezza racchiusa nell’esperienza, forse. O il matrimonio racchiuso nell’amicizia e nell’amore. Cercherò di ricordarmi di usare questo concetto.[1]

Jack Boughton non è satanico per natura, non è una minaccia per la placida esistenza di Gilead, ma è una pecorella smarrita, il figliol prodigo che cerca la redenzione e chissà se potrà mai averla. Dal confronto con Ames, Boughton esce sconfitto, bisognoso di aiuto, si getta ai piedi dell’unica figura paterna che sente di avere (il suo vero padre è infermo), mosso da una spiritualità complessa (che vive di momenti contrastanti e si risolve nell’agnosticismo) cerca la purificazione, l’assoluzione dal peccato e dal desiderio. Nell’imposizione delle mani forse John Ames ritroverà la serenità, la capacità di veder scorrere gli ultimi anni della sua vita, di accettare di dover perdere Lila e suo figlio.

Ma a questo punto la vicenda di Ames è già sfumata, sentiamo il pulsare delle controversie di Jack Boughton, entriamo nel suo mondo tormentato. La scrittura della Robinson è un faro, illumina scorci di realtà e li avvolge in una luce calda da cui possiamo desumere la miriade di trame complesse sotto la superficie delle cose. Sarebbe troppo facile approssimarsi a Boughton dall’accesso privilegiato dell’esperienza diretta, Jack è un mistero e – nonostante impariamo a conoscerlo e comprenderlo pagina dopo pagina – tale deve rimanere. Adesso osserviamo tramite gli occhi di Glory, parliamo per bocca dell’ultimogenita del pastore Boughton, l’unica rimasta in casa a badare al padre, colei che accoglie il ritorno di Jack. Se il punto di vista muta, anche il romanzo cambia pelle, nelle pagine di Gilead trovavamo l’intimismo razionale del diario e dell’epistola, in Casa il titolo non tradisce: la vicenda è ambientata quasi interamente fra le mura dei Boughton, lo sviluppo dell’azione è affidato alla densità del dialogo, la teatralità contratta del kammerspiel.

Jack si porta dietro il dolore di un passato difficile, di un presente ancor più complicato. Si chiede perché sia sempre votato allo sbaglio, perché viene percepito come l’incrinatura di una realtà marmorea. Nell’universo calvinista dominato dalla predestinazione non c’è spazio per l’horror vacui, ma Jack sente il dolore, il vuoto che lo trascina nella lenta deriva verso l’errore. La vicenda di Jack si intreccia con la problematica storica, egli è sposato con una ragazza di colore negli anni della segregazione razziale (la Gilead che viviamo è quella degli anni ’50, ma viene raccontata come una provincia senza tempo, un luogo dello spirito). Adesso torna a casa spinto da un desiderio indecifrabile, dalla voglia di rivedere il padre prima della morte, assaporare l’integrazione in una comunità da cui è fuggito anni addietro. Ritornare sui propri passi sembra facile, il figliol prodigo viene accolto a braccia aperte, ma cosa dirà Glory? Glory che ha sacrificato la sua vita accanto al patriarca e non sente riconosciuto tale sforzo? La materia di Casa è quella della tragedia greca, ma tutto viene suggerito, sfumato, diluito nei dialoghi che si destreggiano le discussioni teologiche e l’annotazione del quotidiano. L’alto voltaggio emotivo non si fa mai grave, somiglia alla bellezza abbacinante di uno spiritual, il dolore che viene esorcizzato dal canto, le frizioni fra fratelli che si risolvono nell’agnizione di due sistemi morali contrapposti. La vita è sbagliata in ogni caso, è giusta anche fuori da Dio:

Un momento dopo Glory disse: – Sai, Jack, mi chiedevo una cosa.
– Cioè?
– Come ti comporti quando sei felice?
Lui scoppiò a ridere: – Non me lo ricordo.[2]

In questo brano c’è l’immediatezza fulminante della parabola, Gilead è un crocevia, un piccolo pezzo di mondo in cui si intersecano i vettori dell’agire umano, il paradigma della comunità americana che deve resistere alla fallibilità dei propri abitanti. Se non ci bastassero gli esempi di Ames e Boughton, il terzo episodio della saga inscena l’ennesima dimostrazione.

Torniamo in casa Ames, stavolta la protagonista è Lila, la giovane moglie del reverendo. Veniamo a conoscenza della sua storia, della vita raminga che l’ha condotta alle porte di Gilead, diffidente verso il prossimo, persino verso il reverendo. Quello che ci sembrava pacifico non lo è, ancora una volta le apparenze sono capovolte, dietro la madre che accudisce il figlio c’è il tormento del passato. Dei tre romanzi Lila è quello in cui si fa evidente la vena carsica della letteratura beat a cui la Robinson attinge indirettamente. L’esistenza sulla strada di Lila si colora del tono furfantesco, cerca la colluttazione picaresca, si anima della girandola di personaggi equivoci, il discrimine fra bene e male è meno accentuato. Lila si trova senza padre, senza madre, senza nutrice, scappa senza sapere dove andare, incappa per caso in Gilead e conosce il reverendo. Se ne innamora o forse lo sfrutta, lo sposa per accasarsi o per abbracciare una figura paterna, si lascia irretire dalle parole quiete di Ames o se le lascia scivolare addosso. Tutto nel comportamento di Lila è ambivalente, aperto a letture contrastanti, poiché lei stessa vive nella contraddizione, strappata al passato di pellegrinaggi non sa più cosa vuole. Lila è un enigma ancor grande di Jack, una fonte di domande e tribolazioni per Ames, Lila è l’amore incondizionato, la via salvifica per il vecchio Ames, ma anche la testimonianza che dopo la sua morte il mondo continuerà ad esistere, in un certo senso l’Apocalisse personale del reverendo. Si è capito che nella letteratura della Robinson le scintille di verità scoccano nel momento dello scontro: Ames e Jack, Jack e Glory, infine Lila e Ames. Il girotondo si è compiuto e siamo tornati al punto di partenza con più dubbi di prima, o forse con la consapevolezza della domanda:

So che hai delle cose da dirmi, forse centinaia di cose che non avrei mai saputo. Cose che non avrei mai capito. Forse non ti rendi conto di quanto sia importante per me non essere, be’, uno stupido, direi. E’ tutta la vita che ci combatto. Lo so che è quello che sono e sarò, ma quando intravedo un modo per capire…[3]

Il sole immobile bagna Gilead e queste piccole storie, nella narrazione di poche vite è racchiusa l’intera vicenda umana, la parola riesce ad evocare il significato della fede, l’incredibile solerzia con cui si crede in qualcosa, in un’idea. Sembra strano riuscirci, sembra esotico legarsi all’irrazionale, soprattutto per la nostra cinica morale. Marilynne Robinson ci insegna che neanche nella fede c’è via d’uscita, il dolore è ineliminabile, l’esperienza umana se ne nutre e trae nuova forza. Eppure nell’afflato metafisico ci può essere quella piccola ferita da cui si intravede il destino, la vita, la sofferenza, il prisma convesso della totalità che, nonostante tutto, ci affanniamo a ricercare, a raccontare.

[1] Marilynne Robinson, Gilead, Torino, Einaudi, 2008, p. 124.

[2] Marilynne Robinson, Casa, Torino, Einaudi, 2011, p. 109.

[3] Marilynne Robinson, Lila, Torino, Einaudi, 2015, p. 134.


Giovanni Bitetto nasce ad Andria nel 1992. Attualmente risiede a Bologna, città in cui studia Italianistica. Da sempre appassionato di musica e letteratura, ha scritto per varie fanzine e blog. Collabora con la rivista online di arti indipendenti Rivista!Unaspecie. Ha fatto parte di diverse antologie di racconti patrocinate dal collettivo Wu Ming. Ha pubblicato racconti su Nazione Indiana. Nel tempo libero mangia gelati, guarda match di wrestling e ascolta noise.

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