[SSdP] Contro la perfezione: il mito dell’antieroe

– Alfonso Zarbo –

Ritorna il Sublime Simposio del Potere, che con la seconda edizione si consacra come appuntamento fisso. Quest’anno ci siamo dati un tema: i topoi del fantasy. Ci siamo incontrati il 23 gennaio alla Cité, a Firenze, per quattro ore in tanti altri mondi. Eravamo dieci a parlare: Silvia Costantino, Francesco D’Isa, Giovanni De Feo, Vincenzo Marasco, Francesca Matteoni, Edoardo Rialti, Vanni Santoni, Matteo Strukul, Sergio Vivaldi.

Qui trovate tutti gli interventi precedenti, per arrivare preparati all’anno prossimo.

Jack_Sparrow_Ost

Diciamola tutta: dell’eroe classico, quello dal cuore d’oro, che vuole solo il bene comune e si comporta sempre in modo corretto e gentile, non importa più niente a nessuno. Lo ha fatto fuori l’antieroe. Nel cinema come nella letteratura, dove non c’è tornaconto personale le alleanze si sfaldano, il cinismo soppianta l’altruismo, e quello che la spunta è un losco, sarcastico, menefreghista dal tradimento facile che non si fa problemi a rubare (Jack Sparrow). O un bello ma dannato (Spartacus, nella serie TV firmata STARZ). O un donnaiolo, bugiardo, che beve, gioca d’azzardo ed è anche un po’ maschilista, ma nonostante tutto ha un carisma da vendere e riesce a conquistarci con il suo ghigno feroce (Conan il barbaro). O, ancora, possiede un’intelligenza distante anni luce dai comuni mortali (Tyrion Lannister). Che ogni tanto, però, mostra il suo lato più sensibile, perché si badi bene: l’antieroe non è il cattivo della situazione. Anzi, talvolta è più risolutore dell’eroe stesso. E allora non possiamo che tifare per lui.

La definizione classica di antieroe vuole appunto una figura priva delle connotazioni puramente positive generalmente attribuite all’eroe: irascibile, fallibile. Se ne può avere una lettura epica e quasi drammatica, oppure, come in un caso famoso che vedremo più avanti, il ribaltamento può avvenire in chiave comica, picaresca. In ogni caso, quello che viene meno, è la purezza lineare delle azioni dell’eroe, in favore di ragionamenti più contorti, talvolta oscuri. L’antieroe, insomma, ci piace così: difficile da inquadrare e da analizzare nel profondo per essere compreso. Che siano politicamente scorretti, pieni di difetti o che vivano in una realtà tutta loro infischiandosene dei dettami della società, sono loro i protagonisti di cui vogliamo sapere tutto.

E non è certo una figura nata ai giorni nostri: basta dare un’occhiata alle origini della narrativa fantastica per farsi un’idea di quei personaggi indimenticabili che per primi hanno dato una spallata al perfettino di turno.
Nel mito assiro-babilonese, c’è Gilgamesh: un re crudele, per due terzi divino e per un terzo mortale, le cui prepotenze nei confronti del popolo di Uruk spingono gli dèi a generare un rivale per contrastarlo. Gilgamesh è il primo a dover fare i conti con la fragilità della vita. La sua volontà di sopravvivenza rivela uno stato d’animo che affronta la precarietà quotidiana con ansia, mentre l’apparizione del nemico/amico Enkidu lo porterà ad accorgersi che il trascorrere del tempo nell’oltretomba è fatto di rimpianti per le occasioni perdute. Un eroe tragico, il cui senso di smarrimento lo accomuna agli uomini di allora e di oggi, che ci fa immedesimare in lui.
I secoli scorrono, l’acciaio anche, e nelle terre irlandesi si fa strada con prepotenza il mito celtico di Cùchulainn. Può il “Mastino di Irlanda”, ragazzo fragile all’apparenza ma che sa trasformarsi in un combattente dalle collere devastanti, non ricordarci il famoso barbaro partorito dalla mente di Robert Ervin Howard? Chùchulainn guadagna il suo nome quando uccide il cane da guardia del fabbro Culann e, per riparare al torto, si offre di sostituirlo come servitore.  I racconti su di lui lo spingono verso una vita amara quanto quella di Gilgamesh: Cùchulainn è infatti destinato a soprendere un intruso, ucciderlo perché rifiuta di farsi identificare, e scoprire poi che si trattava del proprio figlio, partito alla sua ricerca.

donchisciotte

Come dicevamo poco fa, però, non esistono solo antieroi epici. Lo dimostra il cavaliere errante più impacciato di tutti i tempi: Don Chisciotte della Mancia. Uomo qualunque, rimasto così affascinato dalle storie epico-cavalleresche da farsi nominare cavaliere da un locandiere, il personaggio di Miguel De Cervantes vive in un mondo tutto suo, combattendo contro mulini a vento ed eserciti di pecore. Finirà col perdere in tutte le sue paradossali avventure, suscitando l’ilarità delle persone che assistono alle sue folli gesta. Il finale dolceamaro del libro serve a ristabilire gli equilibri di ciò che è vero e ciò che è falso, ma per ogni lettore la “realtà” di Don Chisciotte rimarrà sempre quella in cui lui è più felice e a suo agio, a prescindere dalle risate altrui.

Arriviamo a cavallo tra la fine del Settecento e il tardo Ottocento, e ancora una volta quello che poi diventerà il genere Fantasy, così come la figura stessa dell’antieroe, traggono nuova linfa da leggende e nuove narrazioni: in questo caso, a farla da padroni sono i romanzi del terrore, figli dark dei miti luminosi e eroici dello Sturm Und Drang. Con il Romanticismo europeo ricompaiono infatti elementi mitologici che troveranno ampio sviluppo prima in forma narrativa e poi nel cinema, ma il concetto di bellezza, di virtù e perfino del cosiddetto eroe “senza macchia e senza paura” oltrepassa finalmente il senso tradizionale. Si comincia ad apprezzare non soltanto il lato bello delle cose ma anche quello spaventoso, atipico, violento. Scompare ogni traccia di una volontà ultraterrena che guida le gesta dei protagonisti, e anzi si esaltano l’emotività e l’affermazione del carattere individuale dell’artista, condannato al sentirsi escluso dalla società in quanto individuo incompreso, ma allo stesso tempo “privilegiato” perché dotato di immaginazione e profondità maggiori rispetto alla gente comune: basti pensare ai grandi poeti del Decadentismo, alla baudelairiana “perdita dell’aureola”.
Parallelamente, unendo la nuova cupezza narrativa alla passione per lo strano e il soprannaturale, fanno la loro comparsa personaggi e libri indimenticabili come Dracula di Bram Stoker, ispirato alla figura storica del principe valacco Vlad l’Impalatore; Frankenstein di Mary Shelley, che approfondisce il rapporto tra l’uomo e la scienza, i limiti scientifici oltre i quali non è lecito spingersi e diventa il simbolo del “diverso” emarginato dalla società e della creatura artificiale che si ribella al creatore.
Grazie a un maestro del calibro di Edgar Allan Poe, i lettori si immergono sempre di più negli abissi dell’io, nelle angosce e nelle paure dell’uomo moderno. Robert Louis Stevenson darà vita a Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, insinuando l’idea dello sdoppiamento, e Arthur Conan Doyle non sarà da meno, con le qualità fuori dal comune, i misteri da risolvere e le atmosfere tenebrose del suo Sherlock Holmes.

E nel Fantasy? L’antieroe per eccellenza, almeno per un appassionato del filone Sword and Sorcery, non può essere che Solomon Kane: lo spadaccino puritano inglese del 1500 in viaggio per combattere senza tregua contro le manifestazioni del Diavolo. Il personaggio creato da Robert Ervin Howard sa essere incline a una fredda austerità quanto alla vendetta, ma non è amorale o impulsivo come Conan il Barbaro o brutale come Bran Mak Morn. Kane è guidato dalla fede, ed è nel suo nome che affronta pirati, mercanti di schiavi, fantasmi e malvagie civiltà perdute.

Solomon-Kane-Teaser

Meno indottrinato di Solomon ma guidato anche lui da un proprio codice morale, c’è lo strigo Geralt di Rivia (di Andrzej Sapkowski, Editrice Nord). Strigo, appunto, in quanto soggetto a trasformazioni che hanno reso le sue capacità fisiche e mentali sovrumane. La società teme Geralt e i pochi come lui, ma a dispetto dei pregiudizi lui resta quanto più di verosimilmente “umano” e realistico si possa sperare di trovare in un Fantasy. Un guerriero che sa sfruttare anche cuore e cervello oltre alle sue lame, una d’argento per i mostri e una d’acciaio per i mostri veri, in un mondo dove la discriminazione, l’odio e l’arroganza non sono affatto diversi da quelli che possiamo riscontrare nella vita di tutti i giorni.

Sullo stile di Don Chisciotte, George R.R. Martin ha scritto le avventure di Ser Duncan l’Alto e del suo giovane scudiero Egg (Il cavaliere dei Sette Regni, Mondadori), protagonisti di “un mondo sfarzoso fatto di tornei, donne e cavalieri, in cui non mancano complotti e macchinazioni ma in cui c’è posto anche per un innocente eroismo”.

Tra gli antieroi a mio parere meglio riusciti, poi, torno a nominare Tyrion Lannister: il figlio nano, aberrante e sgradito a buona parte della casata Lannister (Il trono di spade, Mondadori) ma allo stesso tempo erudito e intelligentissimo. La scioltezza della sua lingua gli rende salva la vita tante volte quante sono le imprecazioni e le scene di nudo presenti nella serie (e a noi va benissimo così).
Il Folletto ha avuto un degno erede: Yarvi, erede al trono del Gettland nella Trilogia del Mare Infranto di Joe Abercrombie (Mondadori). Nato con una mano deforme che lo condanna a un’infanzia di derisione ed emarginazione in una famiglia di celebri guerrieri di un regno in continua guerra, Yarvi sceglie di dedicarsi all’apprendimento dell’arte del Ministrante per una vita più consona ai propri talenti. Anticiparvi che dovrà sfruttarli a ogni pagina mi pare il minimo.
E siccome di figli indesiderati è pieno il mondo, cito anche il principe Honorius Jorg Ancrath – per gli amici Jorg, anche se lui di amici non è che ne abbia molti – dell’autore statunitense Mark Lawrence (La trilogia dei fulmini, Newton Compton). Jorg ha meditato la vendetta per anni, fuggendo dal palazzo reale e vivendo per strada fino a diventare il capo di una spietata banda di fuorilegge. In un’intervista che ho rivolto all’autore, alla domanda «Perché una storia di cattivi?», Lawrence ha risposto di essersi ispirato ad Arancia meccanica di Anthony Burgess, nel quale un giovane uomo, seppure violento e amorale, cattura il lettore attraverso il proprio charme. Voleva dare vita a un personaggio altrettanto carismatico in un’ambientazione fantasy.
Un altro personaggio di quelli che “fanno andare il cervello prima della spada” è Elric di Melniboné, concepito dalla penna di Michael Moorcock (Editrice Nord). Di famiglia reale, albino, fragile, disilluso, Elric è l’ultimo imperatore, in linea di sangue, di un impero antichissimo che ha governato il mondo per millenni. Ma la sua gente ha ceduto all’indolenza, e la sola cosa che tiene a freno i popoli rivali è la leggendaria crudeltà dei melniboneani. Niente di più falso: lo stesso Elric è cagionevole di salute, di carattere mite e riflessivo, ed è tutt’altro che un colosso, ma ha il buon senso di ricorrere all’uso di pozioni magiche e ai poteri della sua spada, Stormbringer, per apparire come il dominatore temibile che dovrebbe essere.

arya

Riprendiamo il discorso della scorsa settimana e cerchiamo tra le donne qualche candidata a perfetta antieroina: una su tutte potrebbe essere Arya Stark: la sua famiglia sarà anche la più onorevole de Il trono di spade, ma il consiglio più prezioso che le abbiano dato resta: “infilzali con la punta”. E lei di nemici ne ha infilzati eccome! Vagando da un regno all’altro, aprendo la mente a nuove convinzioni, cambiando mestieri, identità. Ma senza dimenticare mai la vendetta. D’altra parte, la strada per diventare una seguace del Dio dei Mille Volti è ancora lunga, così come i tanti antieroi che sicuramente mancano a questo appello, o quelli che verranno.


Alfonso Zarbo vive a Lenno, sul Lago di Como. Ha cominciato a scrivere Fantasy nel 2008 e non ha più smesso, trasformando questa passione nel suo lavoro. Ha intervistato per Fantasy Magazine scrittori, illustratori, traduttori, ma anche musicisti e doppiatori. È stato curatore di antologie e collane per la piccola editoria. Ora gestisce i social network della collana Chrysalide di Mondadori ed è consulente sulla saga Il trono di spade. Lo trovate qui.

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