[TraDueMondi] Il movimento cooperativo in Emilia Romagna: dialogo tra passato e presente

– Simone Fana –

immagine articolo
Foto di gruppo al termine di una delle prime riunioni dell’Unione Sindacale Italiana (1912-13?). Fonte: Archivio Operaio d’Azione Diretta

[Continua Tra Due Mondi, il focus tematico dedicato da 404 alla storia economica e sociale italiana. Ogni due settimane (dalla prossima volta di venerdì) la rubrica proverà a far parlare la storia, e la ricerca storica, con le questioni di attualità. Dopo il primo pezzo di Gabriele Cappelli dedicato alle riforme scolastiche di ieri e di oggi, e la storia sociale della cassa integrazione di Niccolò Serri, restiamo in tema di lavoro e non lavoro, approfondendo la storia di un lavoro che non è (era?) lavoro come tutti gli altri.]

Viva il socialismo, boia d’un mond léder !

La cronaca degli ultimi anni ci consegna un quadro segnato dalla crisi del movimento cooperativo, travolto da vicende giudiziarie, dal dilagare di fenomeni corruttivi e da una generale complicità con logiche di malaffare e illegalità diffusa.  Per tale ragione, il tentativo di riportarne alla luce le linee di sviluppo storico, rischia di assumere la forma di un ripiegamento nostalgico di un passato che vive di suggestioni utopiche, sganciato da un presente denso di contraddizioni. Tuttavia, lo sforzo merita di essere fatto, in primo luogo perché il movimento cooperativo ha rappresentato nel nostro paese un’anomalia, senza la quale, probabilmente, la storia economica e sociale del paese, avrebbe preso una piega diversa. Inoltre, senza uno studio attento delle condizioni generali in cui nasce e si afferma, si rischia di scivolare in un’analisi semplificata, priva di elementi sufficienti a rilanciarne la sua valenza politica e sociale. Proprio nella fase più acuta della crisi economica e sociale, in cui la ristrutturazione del modello capitalistico è accompagnata da un aumento dei livelli di disoccupazione e dalla precarizzazione delle condizioni di vita, il rilancio del modello cooperativo assume il segno di una ricerca tesa a rifondare l’assetto generale della nostra società.

In questo articolo, si proverà a tratteggiare l’evoluzione del movimento cooperativo, ponendo l’attenzione sulla specificità che ha assunto nel contesto emiliano-romagnolo, dall’inizio della fase post-risorgimentale all’alba del XX secolo. Un viaggio che si svolge, a partire dal  primo volume della trilogia di Valerio Evangelisti, Il Sol dell’Avvenire (Mondadori – Strade Blu), provando a riannodare nelle storie quotidiane delle famiglie romagnole, l’intreccio di una storia generale. Il libro di Evangelisti è un omaggio alle generazioni di braccianti, alle lotte condotte lungo i decenni che vanno dall’Unità al dopoguerra, che hanno permesso l’edificazione di un “modello” di società di alto valore umano e sociale, a prezzo di sacrifici indescrivibili, come lo stesso autore bolognese ricorda nei ringraziamenti.

Nelle prime pagine del romanzo, il protagonista Attilio Verardi è raffigurato nel suo eterno vagabondare alla ricerca di un lavoro che non trova mai, tra le colline imbiancate della Romagna e il mito di  Garibaldi, conosciuto nel campo di battaglia di Digione. Garibaldi e Mazzini sono i primi riferimenti politici di quella massa di disperati , raccontati da Evangelisti, un mondo che ricerca nella lotta per l’unità d’Italia il senso sofferto di un’esistenza.  I garibaldini sono i nemici giurati dei repubblicani, prevalentemente mezzadri, che vedono nella vicenda delle “camicie rosse” la spia di un anarchismo latente che rischia di rovesciare l’ordine sociale. In questa prima linea di conflitto si dipana la vicenda del romanzo e si scorgono le  tracce della “questione sociale” da cui prende forma il movimento cooperativo. Una parte degli ex Garibaldini sono legati a doppio filo con le vicende della Comune di Parigi e della I Internazionale, e anarchismo e socialismo rivoluzionario disegnano un orizzonte politico e culturale nuovo, in cui si cominciano ad intravedere i bagliori del Sol dell’avvenire.  Dentro questo clima si formano i quotidiani collegati alla questione internazionale, “Il Comune”, che riecheggia il segno della rivoluzione parigina, e il Sol dell’Avvenire in cui prendono forma le linee teoriche del socialismo romagnolo. L’immaginario quotidiano è denso di una simbologia che richiama la rivoluzione, dove Carlo Max diventa il nome di un cavallo che seguirà le vicende dei protagonisti.

Un passaggio che si innesta dentro una fase traumatica dello sviluppo capitalistico, che rompe le vecchie fedeltà, mette in discussione la tenuta di un ordine sociale, e pone un esercito di braccianti e lavoratori saltuari nel bel mezzo della storia. In questo scenario,  la mezzadria perde la sua funzione di stabilizzazione del sistema, sprovvista delle risorse necessarie a reggere i contraccolpi prodotti dal progresso tecnico.  Diversamente da quello che accadde in altri contesti in cui si diffuse il movimento cooperativo, la bassa emiliana e la Romagna si ritrovarono dentro una spirale di mutamento delle condizioni strutturali di vita, in cui le nuove forme di organizzazione del lavoro non riescono a rispondere alle domande di pane di intere masse di disperati. “A Ravenna, come in tutta la Romagna, non esistevano compiti fissi o specializzazioni, ma piuttosto un fluttuare da una mansione all’altra di masse sempre in espansione di poveri diavoli. I diavoli più poveri in assoluto finivano sui tetti, oppure sottoterra, a spurgare le fognature”.1 Se nel Mezzogiorno l’assetto produttivo è collegato a doppio filo con un sistema a base feudale, in cui la stabilizzazione degli assetti proprietari avviene attraverso il governo del credito – con l’istituzione delle Casse Agrarie, il centro nord è attraversato da uno sviluppo capitalistico che rimette in discussione l’intero contesto sociale.

Un altro elemento di differenza è certamente legato al maggior protagonismo dei quadri cooperativi nel panorama delle lotte internazionali e del movimento operaio. Nullo Baldini, Armando Armuzzi, Amilcare Cipriani, protagonisti del c.d. riformismo emiliano, furono direttamente coinvolti nelle vicende della Comune parigina, parteciparono attivamente alla I Internazionale, maturando quelle risorse organizzative ed ideologiche che ritroviamo come tracce indelebili nella maturazione del modello cooperativo emiliano romagnolo. Ed è nell’intreccio di condizioni strutturali e di traiettorie di militanza individuale e collettiva che si affermano  le prime forme associative, dalle società di mutuo soccorso alle camaraze, antesignane delle case del popolo, luoghi in cui l’indottrinamento ideologico matura dentro una forma di socializzazione delle condizioni materiali di vita dei braccianti.2 I semi della società futura crescono in un’intersezione di luoghi di vita, che sono espressione di un radicalismo democratico di matrice utopista unito a dosi massicce di pragmatismo riformista. Si forma quel tessuto di civismo che Bissolati descrisse come  “vivaio di socialisti, centri di radiazione di vita nuova, attuazione pratica e anticipata su piccola scala di quel che sarà il socialismo”.3

È in questo contesto di profonda trasformazione e di prima radicalizzazione delle opzioni politiche che nasce nel 1883, a Ravenna, l’Associazione generale degli operai braccianti, la prima in Italia, che si espande nelle zone del forlivese, nel mantovano e nella bassa reggiana.  Le misure repressive con cui il governo Crispi risponde all’ondata di scioperi, che dalle campagne si estendono nelle città,  apre nel movimento cooperativo una tensione dialettica;  da un lato,  la necessità di rispondere alla dilagante disoccupazione dei braccianti, e dall’altra,  spazio di emancipazione collettiva e strumento di trasformazione delle strutture di fondo del modello di sviluppo. La maturazione del movimento cooperativo è tutta dentro questa dialettica: risposta resistenziale ai mutamenti imposti dallo sviluppo capitalistico e  tensione unificante verso un nuovo orizzonte di rapporti sociali. I socialisti emiliani furono i primi a cogliere l’ambivalenza tra i due nodi, servendosi della grande ondata di consenso, rafforzata dagli scioperi,  per collocare il movimento cooperativo dentro la dialettica democratica e istituzionale.  Se da un lato, le correnti più vicine al repubblicanesimo mazziniano si facevano portatrici della neutralità del modello cooperativo, libero da condizionamenti ideologici e strumento interclassista di ricomposizione del conflitto tra capitale e lavoro, dall’altra parte l’ala anarchico-rivoluzionaria auspicava la rottura del quadro di compatibilità istituzionale in un disegno di rovesciamento dell’ordine costituito. Nell’ambito di queste due polarità strategiche, i protagonisti del riformismo emiliano – Andrea Costa e Nullo Baldini tra gli altri – intuirono che nella ricerca di uno spazio di mediazione istituzionale risiedesse la soluzione. Un’intuizione che divenne presto prassi politica, con l’elezione dello stesso Andrea Costa nel parlamento italiano e con la candidatura di vari esponenti socialisti nelle elezioni amministrative. Una risposta che si proponeva di allontanare il rischio dell’emigrazione forzata, con la conseguente rottura della solidarietà di classe. In un passaggio Tiberio Zambelli ricorda a Rosa, moglie di Attilio Verardi : “Il nostro bracciante non è portato ad emigrare. Il Risorgimenti, Garibaldi, Saffi, il socialismo lo hanno abituati a sperare in un miglioramento. Deve sperimentare sulla propria pelle che non arriva prima di risolversi su una nave”.4

L’istituzionalizzazione del movimento cooperativo trova un suo punto di avanzamento nella promulgazione della legge sugli appalti nel 1889, che produsse una nuova dinamica nei rapporti sociali e politici. Considerata all’epoca come un tradimento delle aspettative rivoluzionarie, la norma conteneva in sé un valore enorme nella storia del movimento, riconoscendo la sua centralità negli assetti istituzionali e nella struttura economica del paese. Un passaggio che Giulio Sapelli definirà come un processo di “trasferimento della mobilitazione collettiva dal terreno della contrattazione a quello della realizzazione di una unità economica autogestita: si passa dalla resistenza allo sviluppo”.5 La strategia era quindi quella di volgere le istituzioni democratiche e le strutture di fondo dell’economia emiliana verso il pieno riconoscimento dei bisogni sociali emersi dalle lotte dei braccianti e delle classi subalterne. Un piano dichiaratamente riformista, che si proponeva, inoltre, di ricomporre le anime del movimento, in  particolar modo quella massimalista, attraverso il soddisfacimento dei bisogni primari. Un quadro che tuttavia, rimase attraversato da una tensione profonda, che culminerà nei decenni successivi con l’avanzata del fascismo e la ristrutturazione in senso gerarchico e corporativo di tutto il movimento cooperativo.

In questa prospettiva è possibile cogliere la portata che assume lo strumento dell’affittanza collettiva che trova ampia diffusione nel periodo. L’istituto si afferma inizialmente con un’impronta paternalistica, come concessione di una borghesia illuminata alle lotte dei braccianti, attraverso l’assegnazione di lavori di bonifica e opere di pubblica utilità. La consapevolezza del carattere6 paternalistico viene avvertito dagli stessi braccianti, costretti spesso ad emigrare per lavorare nelle colonie, in giro per l’Italia. In un passaggio significativo del romanzo,  Tiberio Zambelli – uno dei protagonisti della spedizione dell’Agro-Pontino, ammonisce Attilio Verardi: “Continui a declamare versi rivoluzionari. Eppure noi siamo qui alloggiati da un conte. Altri nobili hanno fatto regalie…persino il re ci ha fatto avere del denaro”. Tuttavia, progressivamente l’istituto si libererà dal controllo borghese e diventerà uno strumento di governo alternativo, nell’ambito di un’alleanza strategica tra  socialisti eletti nei consigli comunali,  camere del lavoro e  cooperative. I consigli comunali a maggioranza socialista affideranno direttamente i lavori pubblici alle cooperative di produzione, senza intermediazioni esterne, e con il collegamento diretto con le camere del lavoro, che svolgeranno un ruolo centrale nell’organizzazione delle masse contadine. Da questo intreccio è possibile scorgere  uno dei carattere di fondo del riformismo emiliano, che nella seconda parte del XX secolo si affermerà come “modello”, in grado di coniugare sviluppo economico ed estensione dei diritti sociali. La cooperazione non sarà solo un modello di produzione atipico, ma una componente essenziale dell’intero assetto istituzionale e di governo.

Il nesso tra cooperazione e via emiliana al socialismo è il portato, quindi, di una compenetrazione di fattori sociali, economici e politici che maturano lungo l’arco di un secolo e che marcheranno la peculiarità emiliano-romagnola rispetto al resto del paese. Il ruolo della cooperazione sarà  uno dei nodi principali su cui si confronteranno le correnti del nuovo partito socialista italiano, nella sua prima fase di espansione. I teorici della linea marxista, tra cui spicca la figura di Turati, individueranno nella cooperazione uno  tra gli strumenti necessari per la penetrazione nelle campagne, palesando invece dubbi sulla valenza strategica e rivoluzionaria. Secondo i teorici del marxismo la cooperazione non rappresentava un orizzonte alternativo allo sviluppo capitalistico, ma una forma di integrazione della classe operaia nelle strutture economiche borghesi. La centralità del modello di produzione capitalistico non consentiva tout court ad un sistema di cooperative di produzione e lavoro di affermarsi, se non in una dimensione subalterna ed esiziale. Non bastava, secondo Turati, potenziare un modello di produzione che eliminasse il plus-valore, quando le strutture economiche e politiche del paese coincidevano con gli interessi della classe capitalistica. Dalla persistenza di questo nodo teorico è possibile scorgere la peculiare concentrazione del modello cooperativo in alcune aree del paese, e la sostanziale sottovalutazione “strategica” delle forze socialiste prima e comuniste dopo verso il potenziale rivoluzionario contenuto nel cooperativismo.

La vicenda del movimento cooperativo subirà nei decenni successivi una tendenziale subordinazione alle fasi di espansione e di riflusso del movimento operaio, assumendo nel tempo una funzione di cinghia di trasmissione dei partiti della sinistra. Il riconoscimento costituzionale dei valori della cooperazione e dell’impresa cooperativa, con l’introduzione dell’art.45, segna la prima tappa di un processo di profonda trasformazione della base ideologica e organizzativa del movimento. La dimensione autonoma e lo slancio utopistico, che ne avevano caratterizzato gli esordi, verranno progressivamente assorbiti nella dimensione istituzionale, costituendo l’humus organizzativo e ideologico a servizio dei partiti di massa.

Il collegamento integrale con i partiti e l’organizzazione dello stato rappresenterà un punto di crisi del movimento, nel momento in cui la morsa ideologica comincerà ad allegerirsi e la sopravvivenza  dipenderà dalla  capacità di “stare” sul mercato. Si passerà ad una fase opposta da quella indicata da Sapelli, in cui dalla resistenza si passerà gradualmente all’adattamento al sistema. Uno sviluppo che condurrà a metà degli anni 80 del ‘900 ad una divaricazione netta tra gli interessi delle imprese cooperative e quelli del movimento dei lavoratori, che culminerà con la rottura sulla scala mobile e con la firma di un accordo separato sul contratto dei dirigenti.

Solo negli ultimi anni, e dentro una lunga fase di trasformazione del modello capitalistico accompagnata all’aumento esponenziale dei tassi di disoccupazione e di precarizzazione del lavoro, la riflessione attorno al modello cooperativo sembra timidamente riaffacciarsi nel dibattito pubblico della sinistra.  Un elemento non trascurabile e che andrebbe certamente potenziato, dentro un’analisi concreta delle strutture di fondo della nuova fase del capitalismo. A questo riguardo sarebbe opportuno riflettere su cosa significhi oggi rilanciare il modello cooperativo, dentro un processo graduale di trasformazione degli assetti di accumulazione e produzione della ricchezza. Una riflessione che riporta all’attualità e alla riforma della struttura del credito cooperativo, presentata dal governo e accompagnata dal silenzio delle opposizioni e del dibattito pubblico della sinistra. Nel disegno di riforma si delinea una strategia generale di trasformazione dell’assetto societario delle banche cooperative in società per azioni. Un passaggio che  rischia di stravolgere l’architettura giuridica e qualsiasi tentativo di rilancio del modello, minando alla radice il principio dell’indivisibilità delle riserve e dell’investimento nell’impresa cooperativa. Un segnale evidente che dimostra come nella difesa del modello cooperativo l’utopia sansimoniana deve essere accompagnata da una dose massiccia di pragmatismo. Il Sol dell’Avvenire vive nella pratica quotidiana degli obiettivi, per dirla con Pino Ferraris.  Perdere di vista questo aspetto significherebbe consegnare il tema ad un volontarismo carico di suggestioni, ma inadeguato ad offrire una risposta coerente con i mutamenti in atto nella struttura economica e sociale del paese.

1 V. Evangelisti, Il Sol dell’Avvenire. Vivere lavorando o morire combattendo, Mondadori, Milano, 2013, p. 126.

2 Ibid, p. 367.

3 G. Bonfante, Z. Ciuffoletti, M. Degl’Innocenti, G. Sapelli, ll Movimento cooperativo in Italia. Storia e Problemi. Piccola Biblioteca Einaudi , Torino, 1981; p. 122.

4 V. Evangelisti, Il Sol dell’Avvenire. Vivere lavorando o morire combattendo, p. 333.

5 G. Bonfante, Z. Ciuffoletti, M. Degl’Innocenti, G. Sapelli, ll Movimento cooperativo in Italia. Storia e Problemi, p. 284.

6V. Evangelisti, Il Sol dell’Avvenire. Vivere lavorando o morire combattendo, p.169.


Simone Fana è laureato in Sociologia, indirizzo Ricerca Sociale, all’Università di Scienze Politiche di Perugia. Si occupa di analisi e consulenza nell’ambito dei servizi al lavoro e della formazione professionale.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...