Le parole della carne. Su Gladiatori di Antonio Franchini

– Giovanni Bitetto –

Gladiatori Franchini

Tigre! Tigre! Divampante fulgore
Nelle foreste della notte,
Quale mano, quale immortale spia
Osa formare la tua agghiacciante simmetria?

William Blake, La Tigre

Ho iniziato citando un passo che parla di perfezione, ma in Gladiatori (il Saggiatore, 2015, pp. 174) tale concetto ha un significato particolare, poiché nasce dal suo esatto opposto. Antonio Franchini, narratore sopraffino, torna in libreria con un testo, a metà fra romanzo e reportage giornalistico, che mancava sugli scaffali dal 2005. La perfezione di cui sopra è l’imperfezione del corpo gonfio di botte, di tagli, delle ossa rotte e calcificate male. Franchini, accompagnato dal fotografo-Virgilio Piero Pomphili (delle cui foto, peraltro splendide, è corredato il libro), compie una discesa dantesca nell’universo delle palestre di periferia, in cui l’aria sa di sudore stantio e l’unico valore spendibile è il rispetto.

 Attraverso una lingua capace di sfiorare il mimetismo della parlata popolare o di innalzarsi nel tono epico della mitologia classica, l’autore compone ritratti di pugili, kickboxer, wrestler, campioni mondiali di discipline miste. Un pantheon di guerrieri di solito trattati come fenomeni da baraccone e stavolta, nel rispetto e nell’ammirazione che Franchini non nasconde, capaci di raccontare il proprio mondo, i valori che li spingono verso il limite del corpo, la storia che li ha portati a incrociare i pugni con un altro uomo, nel perenne combattimento con se stessi, prima ancora che con l’avversario.

Ne vengono fuori figure pietrificate nell’atto del combattimento, lottatori di pancrazio che risaltano come in un bassorilievo. Ci sentiamo di segnalare due ritratti su tutti: quello di Alessio Sakara, nome in codice Legionarius, campione di valetudo, romano verace, coperto di tatuaggi ispirati al mondo greco-romano e impegnato in proibitivi tornei nella giungla amazzonica; e quello di Papp Garbelli, pugile dallo stile leggendario e dalla vita avventurosa, prima partigiano, poi fascista, poi nuovamente partigiano nella finzione cinematografica.

Può sembrare strano che, accanto ai praticanti di discipline in cui i colpi si sferrano per davvero, l’autore inserisca i lottatori di wrestling, sport per definizione più vicino allo spettacolo, in cui l’esito degli incontri è predeterminato, così come la costruzione dei personaggi, le faide che si portano dietro. Eppure, nell’ottica del narratore, la scelta non è peregrina: a Franchini interessa non solo la verità della carne, ma anche quella dello sguardo, la sospensione dell’incredulità che mettiamo in atto quando tifiamo per uno o per l’altro, la stessa che dal wrestling è trasposta nelle arti marziali, nel pugilato. Perché alla fine gli incontri memorabili sono ricordati per elementi che esulano dal gesto atletico, sono momenti in cui si racconta una storia: la vittoria dell’underdog, la resa dei conti fra rivali, la sconfitta del grande campione, l’avvicendamento fra vecchie glorie e giovani leoni. In questo senso la storia di Bret Hart è la quintessenza del romanzesco, l’artificio retorico che si incarna nel buono o nel cattivo. Bret viene tradito, il padrone della federazione per cui lotta lo costringe a perdere il titolo (a Montreal, nella sua terra d’origine) proprio contro la stella nascente, l’avversario più odiato anche fuori dalle corde. In un mondo simile a un poema cavalleresco – a un feuilleton infinito – il lottatore interpreta un personaggio, coreografa l’ennesimo capitolo di una saga personale ambientata nel limbo fra realtà e finzione.

 Abbiamo detto: verità del corpo e verità dello sguardo, i due poli dialettici di questo libro. Franchini è attirato dalla carne frolla, dal sadismo del lottatore e dalla vita magmatica; si chiede perché questi uomini attraversati da una dimensione atavica suscitino tanta attenzione, forse «noi, che dalla storia siamo tendenzialmente tagliati fuori, abbiamo bisogno di ricercare un senso più grande nelle vicende marginali», gli intellettuali contemporanei «sono incuriositi dal combattimento perché pensano di poter attingere attraverso di esso una profondità dell’esperienza altrimenti preclusa».

Il combattimento è l’allegoria della nostra esistenza, della lotta fra il bene, che crediamo di incarnare, e il male, rappresentato dall’ignoto. Incistata nella carne di queste torri umane c’è l’esperienza, che è cultura, che è parola in attesa di essere raccontata dallo scrittore. Franchini si inabissa nei ruderi di vite il cui unico destino è deflagrare nei corpi che cozzano fra loro. Come Melville a contatto con la balena, ne trae una parabola che è metafora epistemologica, può essere riassunta dalla voce stentata di Garbelli: «Vedi, ti dico una cosa. Per me la vita è sapere, non capire. Per me la vita è cultura, è sapienza. E la sapienza ti viene dalla sofferenza. Non c’è niente e nessuno che ti può informare della vita se non il dolore, il sacrificio.» Nella sofferenza vive l’arte della guerra, dello scontro, nella sofferenza che irrora il corpo e lo spirito; i gladiatori hanno deciso di vivere il dolore allo specchio, guardarlo riflesso nel proprio doppio fra le corde del ring, a noi non rimane che esorcizzarla attraverso la letteratura.


Giovanni Bitetto nasce ad Andria nel 1992. Attualmente risiede a Bologna, città in cui studia Italianistica. Da sempre appassionato di musica e letteratura, ha scritto per varie fanzine e blog. Collabora con la rivista online di arti indipendenti Rivista!Unaspecie. Ha fatto parte di diverse antologie di racconti patrocinate dal collettivo Wu Ming. Ha pubblicato racconti su Nazione Indiana. Nel tempo libero mangia gelati, guarda match di wrestling e ascolta noise.

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