Controstorie d’Egitto, microstorie d’Irak

– Fred Cavermed –

Due documentari, usciti in Francia a inizio 2016, sono utili per capire cosa succede oggi nel mondo arabo. Il primo s’intitola Je suis le peuple (Io sono il popolo), diretto da Anna Roussillon, regista francese e insegnante di storia e geografia, cresciuta al Cairo. Questo film racconta l’Egitto della cosiddetta Primavera araba decentralizzando totalmente il punto di vista. Il secondo film s’intitola Homeland : Irak anné zéro (Homeland: Irak anno zero) ed è stato girato da Abbas Fahdel, regista originario di Hilla (Babilonia, Irak) in Francia dall’età di diciott’anni. Fahdel racconta l’Irak appena prima e appena dopo la guerra del 2003.

Je suis le peuple

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Genesi del film
Je suis le peuple si apre con le immagini di gennaio 2011 di piazza Tahrir, mostrate in diretta attraverso uno schermo: quello della regista (che non vediamo mai durante il film) appena tornata in Francia dall’Egitto. Si dice: «Che stupida, sono tornata in Francia il giorno prima della rivoluzione!». Anna Roussillon decide quindi di ripartire in Egitto per filmare la rivoluzione e a questo punto si chiede: filmare la rivoluzione dal piazza Tahrir, dove succede tutto quello che interessa il mondo intero, dove c’è la rivoluzione, dove tutti i riflettori del mondo sono già puntati, dov’è il centro della rivoluzione, oppure filmare la rivoluzione precisamente dove non c’è, dove non succede niente, lontano dal suo epicentro del Cairo?
Quel che fa di Je suis le peuple un film molto interessante è proprio il fatto che la regista ha scelto la seconda strada. Ed ha scelto di ritornare là dove già aveva iniziato un altro progetto. Mesi prima, infatti, Roussillon si era recata a Luxor per realizzare un documentario sul turismo in quella zona. Durante le riprese, in un campo in un villaggio vicino, aveva conosciuto Farraj, un contadino. Da questo incontro è nata un’amicizia sincera tra Anna e Farraj e la sua famiglia (moglie, figli e un’altra donna, probabilmente sorella o cognata di Farraj).

Storia di una politicizzazione
Roussillon sceglie quindi di filmare la vita quotidiana di Farraj nei mesi successivi la rivoluzione. Il film mostra Farraj che lavora nei campi, che compra un mulino per assicurare un futuro migliore ai propri figli, Farraj che guarda la televisione, sua moglie e l’altra donna che fanno pascolare le pecore o preparano il pane, i suoi figli che fanno i compiti, Farraj e un amico che costruiscono in casa una nuova stanza per accogliere la bambina che la famiglia aspetta, la famiglia che guarda la televisione. Durante tutto questo, mostrato con delle immagini nitide e luminose prive di miserabilismo e di esotismo, si discute di politica. Farraj, che non è un militante, discute di politica con chi gli sta intorno: i suoi amici, Anna, i suoi figli, sua moglie.
Il film racconta così questa nuova politicizzazione di Farraj. Dapprima diffidente nei confronti della rivoluzione, usa, come le donne della sua famiglia, un tono ironico e sarcastico per parlarne. Finita la dittatura, il nuovo dibattito su chi deve rappresentare il popolo egiziano inizia, insieme alla campagna elettorale. Il disaccordo tra Farraj e i suoi amici, tra cui Anna, ritma una parte del film: Farraj è a favore dei Fratelli Musulmani e di Morsi, perché tra i partiti laici ci sono troppi militari. Ci vuole un civile, dice. Il film assume una vera e propria forma dialogica: Farraj si arrabbia con Anna, le cui domande lo stuzzicano, si arrabbia con un suo amico, che lo prende in giro dicendogli che di politica non ne capisce niente… Quando le cose con Morsi andranno male, sarà facile per gli altri punzecchiare ancora Farraj. Quando Farraj si dichiarerà contro Morsi, egli rivendicherà il suo diritto a cambiare idea.
È probabilmente questo il punto culminante del film: l’affermazione di questa libertà di cambiare idea, al costo di rinunciare alla coerenza delle proprie idee, libertà che può essere considerata come il punto di partenza di un processo democratico. Je suis le peuple è la storia della politicizzazione di Farraj.
Questa è una cosa ben diversa dal dire che Je suis le peuple è la storia della nascita della coscienza politica di Farraj. Infatti, egli ne aveva una sin da prima della rivoluzione, il che gli ha permesso di affermare il suo disaccordo di fronte agli altri. Ora, lo spazio rivoluzionario e democratico è il punto di partenza di un nuovo processo di politicizzazione per Farraj e i suoi.
Anche le donne, che però non sono le protagoniste del film, parlano di politica. In particolare, la cognata (o sorella?) di Farraj si mostra particolarmente diffidente e non afferma nessuna simpatia politica nel nuovo spazio democratico: la neutralità di oggi permette di non avere dei nemici al potere domani.

Chi è il popolo?
È la domanda che fa Je suis le peuple, con Farraj mostrato sulla locandina come un (anti-)eroe. Chi è il popolo, i giovani delle classi borghesi che fanno la rivoluzione a piazza Tahrir, o i contadini delle classi agrarie, lontani dal centro del potere e alle prese con problemi quotidiani (la vendita in paese delle bottiglie del gas, una pompa dell’acqua a motore che non funziona, un sistema di irrigazione dei campi realizzato prevalentemente a mano…)? All’indomani delle Primavere arabe in molti hanno posto questo problema: sono state rivoluzioni prevalentemente urbane, cittadine, fatte dai giovani delle classi superiori, mentre le campagne e le provincie non hanno seguito il movimento, sono rimaste piuttosto distanti all’inizio e poi hanno votato per i partiti più conservatori. Questa prospettiva epicentrica è ribaltata nel film, che racconta la rivoluzione in modo contrappuntistico. La rivoluzione è presa essa stessa in un movimento centripeto che porta a tralasciare le classi popolari, le periferie, i “margini” della società. Il popolo è Farraj.

Un film dialogico
Se si guarda in negativo la vita di Farraj durante e dopo la rivoluzione, si vedono anche le dinamiche rivoluzionarie, descritte in modo distante e mediato, indiretto. Mostrata attraverso le parole di Farraj e dei suoi amici e familiari, attraverso le informazioni che circolano in televisione e sui giornali sempre commentate dagli spettatori e dai lettori, la rivoluzione, e potremmo forse dire: ogni rivoluzione è mostrata in tutte le sue fasi, dall’entusiasmo iniziale all’evoluzione reazionaria.
Di fronte a quest’analisi, Je suis le peuple non dà un programma d’azione, ma mostra con l’arte del documentario alcune cose: che non è vero che le classi popolari e agrarie non si interessano di politica in un atteggiamento di indifferenza, che non è vero che le classi popolari non capiscono di politica e che non sanno badare ai proprio interessi, che non è vero che le classi popolari sono conservatrici.
Dicevo: il film è estremamente dialogico. Farraj discute di politica soprattutto con Anna Roussillon, che, da dietro la cinepresa, mostra un grande entusiasmo per la rivoluzione, criticando invece Farraj per le sue posizioni spesso conservatrici. Farraj, spesso e in ritardo, finirà per allinearsi sulle posizioni di Anna e di altri suoi amici. Ma poi la rivoluzione entrerà nella sua fase reazionaria, con la caduta di Morsi e il ritorno al potere dei militari. Vista l’assenza, nel film, di una “morale” e conoscendo il risultato attuale della rivoluzione, una domanda sorge spontanea allo spettatore: sono state davvero le opinioni politiche di Farraj quelle che hanno subito il più grande cambiamento o, piuttosto, non è stata Anna (e con lei la gioventù urbana che ha fatto le Primavere arabe) a dover riconsiderare le proprie opinioni e soprattutto la propria strategia politica? E se Je suis le peuple non fosse solotanto la storia della politicizzazione di Farraj, ma anche quella della politicizzazione di Anna? E se dietro Je suis le peuple ci fosse anche una critica, implicita, delle classi intellettuali ed urbane che si ritengono progressiste e del loro concepirsi come “centrali” nell’elaborazione del pensiero politico, di fronte a dei “margini” sociali chiamati ad aderire ad esso?

Per saperne di più: il trailer del film, un’intervista alla regista e un’intervista al protagonista Farraj e alla regista.

Homeland: Irak année zéro

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Genesi e struttura del film
Homeland: Irak année zéro è un film difficile da vedere, prima di tutto per la sua lunghezza; quasi sei ore, divise in due parti: la prima: “Avant la chute” (Prima della caduta); la seconda: “Après la bataille” (Dopo la battaglia). Un’altra difficoltà è dovuta alla qualità dell’immagine: granulosa, senza lavoro sulla fotografia, a tal punto che si ha la sensazione di vedere delle immagini di un video girato in famiglia. E poi manca una costruzione narrativa vera e propria: nessuna storia dà coesione al film, i personaggi vanno e vengono, non tutto è esplicitato. A volte si ha la sensazione che la pellicola non sia passata al montaggio e che si hanno di fronte delle immagini d’archivio. Lo spettatore è confrontato alla realtà quotidiana irachena, senza filtri, senza strutturazione, in modo frammentario: così com’è la realtà. Ed è proprio per questo che il film va visto.
Il regista vive in Francia da quando aveva diciotto anni. Appena prima dell’intervento statunitense del 2003, decide di raggiungere la sua famiglia per realizzare un documentario sulla nuova guerra in Irak. Resta quindi a Bagdad per alcuni mesi nell’inverno 2002/2003, poi torna in Francia per ragioni personali (la nascita della famiglia), per poi ritornare in Irak appena dopo la rapida guerra e la caduta di Saddam Hussein, durante l’occupazione americana.
La vita della famiglia e di alcuni amici è filmata quotidianamente. È soprattutto il nipote Haidar a imporsi come protagonista del film. Proprio la morte di Haidar, colpito da un proiettile vagante durante le riprese, impone la fine del progetto (e del film). Le immagini sono rimaste nei cassetti per dieci anni, quando il regista ha trovato la forza di riguardarle, di montarle, di produrre e distribuire il film, anche per ridare in qualche modo una nuova vita a suo nipote.

Prepararsi alla guerra
La prima parte del film mostra la famiglia del regista, della classe medio-alta di Bagdad, che si prepara alla guerra. La fase di preparazione è presa tra i gesti quotidiani, marcati di normalità, e il ricordo dell’altra guerra, quella del 1991, che quasi tutti hanno vissuto in famiglia, tranne Haidar, il più piccolo (11 anni). Quest’ultimo è entusiasta all’idea di poter fare anche lui quest’esperienza, che gli altri componenti della famiglia condividono e di cui sente parlare continuamente. Dopo la guerra, Haidar perderà questo entusiasmo.
La preparazione alla guerra comprende lo scavo di un pozzo, per avere dell’acqua corrente e anche potabile (se si pompa abbastanza a lungo da raggiungere le falde acquifere); comprende l’acquisto di viveri; di candele per quando la corrente elettrica è interrotta; di medicine; di pannolini per proteggersi il viso in caso di uso di armi chimiche; di un’arma, per difendersi; comprende ancora l’applicazione dello scotch da imballaggi sulle finestre per rendere i vetri più resistenti alle vibrazioni dovute ai bombardamenti, riprendendo esattamente il tracciato dello scotch della guerra precedente; l’imbottitura delle finestre, per evitare che i vetri rotti volino all’interno delle stanze, ferendo gli abitanti.
Tutti questi gesti sono mostrati senza alcuna drammaticità. Sono integrati in una quotidianità banale, di cui si ride, come fanno le ragazze all’idea di mettersi i pannolini sulla faccia. Ma è soprattutto la memoria della Prima Guerra del Golfo a risorgere quotidianamente, la paura che si aveva, i parenti e gli amici scomparsi.
Buona parte del primo film si svolge anche fuori casa: nelle strade, al mercato, nei musei, in campagna. È tutto l’Irak di prima della guerra ad essere filmato: i mestieri tradizionali, i commercianti, i librai, i distributori della razione alimentare. Tutto un paese e un popolo che potrebbe scomparire a causa della devastazione della guerra e delle sue conseguenze. Ma anche la vita sotto il regime di Saddam Hussein e durante il lungo embargo imposto dalla comunità internazionale.

Stato confusionale
La seconda parte del film è più movimentata e, finita la dittatura, la gente parla più liberamente dell’attualità. L’esercito statunitense occupa ormai il paese con i suoi carri armati. La caduta è di Saddam Hussein è stata rapida, perché il popolo, estenuato anche dall’embargo, non credeva in lui.
Ma è soprattutto il caos a farla da padrone: ognuno possiede un’arma. Molti saccheggiano, rapiscono, uccidono. Il cognato del regista accompagna in macchina ogni giorno ogni membro della sua famiglia per andare all’università, a scuola, a fare la spesa. Nessuno esce da solo. La vita umana ha ormai pochissimo valore e gli spari sono un sottofondo che non sollecita più l’attenzione di nessuno.
L’esercito americano non è all’altezza della situazione. Non solo non riesce a far rispettare l’ordine e a rendere l’Irak un paese sicuro, ma partecipa e provoca il caos. Fa esplodere ordigni ovunque, facendo saltare in aria case di civili, uccidendo gratuitamente. Si vendono armi sulla piazza pubblica e una generazione inferocita di iracheni prende piede. È la generazione educata sotto Saddam a saccheggiare, a sparare, a commettere ogni sorta di abusi. È una generazione cresciuta durante l’embargo e incattivita da questo. È una generazione nichilista, lo stesso nichilismo che sarà reinvestito pochi anni dopo nello Stato Islamico, sorto dal caos creato dall’intervento degli Stati Uniti d’America.

Per saperne di più: il trailer del film, un’intervista al regista.

Je suis le peuple e Homeland sono due film sulla storia recente e popolare dell’Egitto e dell’Irak, due paesi costantemente in prima pagina. L’informazione di giornali e telegiornali non permette di mettere in prospettiva l’attualità internazionale, escludendo da una parte qualsiasi analisi storica e dall’altra la quotidianità reale e semplice della gente comune. Ciò ci impedisce di avere una visione globale e al tempo stesso fine degli eventi, cosa che invece ci permettono di fare questi due film.
Attualmente non siamo riusciti a trovare notizie della loro diffusione in Italia: se siete al corrente di proiezioni/diffusioni, fateci pure sapere.

2 Comments Add yours

  1. Francesca ha detto:

    Dalla pagina FB del Torino Film Festival – post del 14.03.2016:
    (P)ASSAGGI DI UN ALTRO CINEMA MEDITERRANEO anno II
    Torna, per il secondo anno, il ciclo di proiezioni su Mediterraneo e dintorni nato dalla collaborazione tra Torino Film Festival (Davide Oberto responsabile della selezione TFFdoc) e il Dipartimento di Culture, Politica e Società (Rosita Di Peri)
    Si inizia mercoledì 16 marzo al Campus “Luigi Einaudi” alle ore 12.00 con la proiezione di: Je suis le peuple di Anna Rousillon (Francia/Egitto, 2014, 111’)

  2. Fred Cavermed ha detto:

    Grazie mille per queste informazioni!

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