L’incendio cosmogonico: sul Fervore di Emanuele Tonon

– Giovanni Bitetto –

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Da qualche giorno è apparso sugli scaffali un libro smilzo come la fiamma di una candela, ma dalla grande forza immaginativa. Si tratta di Fervore (Mondadori, 2016), e il suo autore è Emanuele Tonon.
Tonon nasce a Napoli nel 1970, cresce in provincia di Gorizia e sin da piccolo lavora nell’industria del legno. Appena maggiorenne decide di entrare in convento, dove rimane sin quando, nel 1996, dopo una crisi vocazionale dismette l’abito religioso. Di questa vicenda autobiografica – debitamente colluttata con la letteratura – si nutrono i suoi libri: Il nemico racconta il microcosmo carico di attriti di una famiglia operaria del Nordest (un’epica familiare che esonda nell’invettiva contro l’esistenza), La luce prima intesse una preghiera per la perdita di una madre, il segno grafico del pianto e del ricordo. Ne I circuiti celesti si immagina e si disvela la vita del motociclista Marco Simoncelli, che vedrà la propria parabola spegnersi in un tragico incidente durante una gara di moto GP.
Per la prima prova nella grande editoria, Tonon decide di affrontare un nodo cruciale nella sua formazione: la fede, l’esperienza del seminario. I luoghi e i riti dell’immaginario cattolico costituiscono le maglie dentro cui si riversa il fiume della narrazione, l’atmosfera del romanzo. Siamo nel convento francescano di Renacavata, il narratore senza nome – assieme ai suoi confratelli – è un novizio che guarda il mondo come da una fessura, animato sia dal fervore religioso, sia dal dubbio mondano.
Tonon racconta un universo claustrofobico, ma ricco di dettagli. Benché sia costruito su pochi elementi essenziali, la tensione verso il divino lo stravolge, ne fa crollare le pareti, il lettore si riscopre a galleggiare nel liquido amniotico del sogno e della visione. Il tempo è scandito dall’alba e dalle preghiere, dal trauma perenne di annullarsi nel Dio:

Invocavamo il nome del parto della nostra mente ogni mattina, ogni pomeriggio, ogni sera, ogni notte, e, nella nostra sconfinata giovinezza, aspettavamo il portento, il miracolo, l’incarnazione del Dio davanti ai nostri occhi ancora capaci di meraviglia. La nostra vita era una vigila continua, ancora riusciva a sorprenderci. Crescendo, abbandonando il Giardino, qualcuno ci renderà quasi impossibile quella meraviglia: sbranandoci gli occhi, impedendoci la visione, contaminando le nostre sinapsi, obbligandoci a vedere solo quel mondo.

Ho sempre pensato che la fede nell’opera di Dostoevskij sia un atto di razionalità estrema: Raskol’nikov si converte quando vede esaurirsi ogni possibilità di salvezza mondana, decide di affidare la parabola umana all’irrazionale, perché sa che non potrà più ottenere nulla dalla cose terrene. Allo stesso modo il Des Esseintes di Huysmans anela al metafisico nel momento di massimo sconforto, ricalcando la vicenda dell’autore. La fede è l’accettazione di un mondo altro, il tentativo di trascendere l’umana miseria nella logica dell’extramondano. In questa vulgata sembra inserirsi Tonon, che – trasfigurando la vicenda grazie a uno stile mai domo – rilegge la vita del narratore come una fuga dalla costrizione originaria dell’esistenza.

Nell’universo del convento si agita un profluvio di parole che attraversa il corpo (dalle barbe dei frati, alle polluzioni notturne dei novizi) si inerpica per i costoni del rito, rotola per i sentieri di campagna in cui le vipere minacciano i talloni scoperti. La lingua di Tonon ricorda un inno sacro manzoniano, si inabissa nel mondo fenomenico e s’innalza verso le sfere celesti: ha la capacità di trafiggere il piano simbolico fino a scatenare l’incendio. Nel cuore della fiamma ogni simbolo rappresenta il suo opposto: la morte pare una salvezza imminente, il dono angelico – la fede come testimonianza nel mondo- è, al contrario, una condanna. Al narratore non rimane che percepirsi come sogno, specchiarsi nell’immaginario animale: prima vacca, poi canarino, poi balena, ogni mutazione del corpo è fuga dalla melassa della fede vacillante. Tonon si serve dell’immaginario biblico – di episodi costruiti come parabole evangeliche – per mettere in scena la follia monologante di una crisi. Per l’autore la contemplazione del mondo è ricerca febbrile di un segno concreto della presenza di Dio e tale nevrosi si esplicita in un’opposizione dialettica: da una parte il ripudio del masochismo della vita contemplativa, dall’altra la paura della tempesta, dell’horror vacui, che porta a ritornare sui propri passi, ad abbracciare la condizione di servo del Signore come unico punto fermo.

Tonon riprendere la materia che anima tanta parte dell’opera di Moresco (impossibile non farsi tornare alla mente l’atmosfera ovattata de Gli esordi, le concrezioni visive, morali, epifaniche del noviziato assieme al Gatto e alla Pesca) per centrifugarla nella propria poetica arroventata: ancora una volta, quando viene meno ogni tipo di fede, l’unico legno a galleggiare nel diluvio è quello della parola.


Giovanni Bitetto nasce ad Andria nel 1992. Attualmente risiede a Bologna, città in cui studia Italianistica. Da sempre appassionato di musica e letteratura, ha scritto per varie fanzine e blog. Collabora con la rivista online di arti indipendenti Rivista!Unaspecie. Ha fatto parte di diverse antologie di racconti patrocinate dal collettivo Wu Ming. Ha pubblicato racconti su Nazione Indiana. Nel tempo libero mangia gelati, guarda match di wrestling e ascolta noise.

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