IMMIGRAZIONE > INTEGRAZIONE

– testo di Giacomo Crosetto, fotografie di Alessandro Santi –

Fig.1
Ragazzo Senegalese, venditore di tamburi, disturbato dalla macchina fotografica
  1. PREMESSE

In queste brevi righe cercherò di focalizzarmi sulla particolare situazione socio-comunicativa di una determinata categoria di “apprendenti naturali” dell’italiano come lingua seconda: gli immigrati irregolari adulti, coloro cioè che vengono etichettati come profughi, sfollati o semplicemente clandestini, poiché non hanno ottenuto, o non ancora, il riconoscimento dello status di rifugiati e il conseguente diritto di asilo sul suolo italiano in base a quanto regolamentato dalla Convenzione di Ginevra del 1951 e rettificato poi dal Protocollo di New York del 1967.
L’Italia è ormai da considerarsi – parola della Caritas – un «grande paese di immigrazione», per via, oltreché delle sue peculiari caratteristiche geografiche che la pongono in una posizione strategica al centro del Mediterraneo, attorniata da paesi a forte pressione migratoria, anche – e soprattutto – a causa di una programmazione dei flussi debole e inefficace. Il numero di profughi, costretti ad una migrazione forzata per via di guerre, violazioni delle libertà e dei diritti fondamentali dell’uomo, persecuzioni politiche o religiose, calamità naturali, povertà… è andato progressivamente crescendo nell’ultimo decennio, raggiungendo picchi d’intensità inattesi a seguito delle Primavere arabe, che hanno spinto migliaia di persone ad abbandonare i paesi del Maghreb coinvolti dalle rivoluzioni e dalle complesse transizioni (basti tenere d’occhio le statistiche di UNHCR).
Per queste persone, che son passate col tempo dall’essere considerate prima eroi (durante il periodo che va dalla fine della Seconda Guerra Mondiale a tutta la Guerra Fredda, in cui i richiedenti protezione erano nella maggioranza dei casi persone riuscite a fuggire dai totalitarismi), poi vittime (negli anni che simbolicamente vanno dalla caduta del muro di Berlino al crollo delle Torri Gemelle), e – infine – nemici e causa di una congiuntura emergenziale a cui porre rimedio (nei giorni nostri, in cui a dominare è l’ossessione securitaria antiterrorista che sfocia nella paura e ostruzione di ogni alterità),[i] per queste persone – dicevo – è più che mai frequente una fallita integrazione nel tessuto sociale ospitante, che di seguito ipotizzo essere direttamente correlata ad un fallito apprendimento della lingua d’arrivo, e anzi ad una fossilizzazione della cosiddetta “interlingua” a livelli elementari, anche dopo molti anni.
Poco più giù cerco di dar conto di quali fattori potrebbero provocare questo fenomeno linguistico che talvolta si avvicina alla “pidginizzazione”, e che per utilità espositiva differenzio in “esterni”: provenienti dal contesto socio-ambientale, e in “interni”: intrinseci all’apprendente.
Comunque, per apprendimento fallito intendo – com’è intuibile – un apprendimento che si è bloccato ad uno stadio base iniziale, la cui varietà di interlingua è caratterizzata dall’adozione di costituenti linguistici grammaticalmente non analizzati, da una morfologia quasi del tutto assente, dall’uso ultra limitato dei funtori grammaticali, dal ricorso a segnali non verbali per ottenere comprensione, dalla preponderanza dell’influsso della lingua materna soprattutto a livello fonologico… e chi ne ha più ne metta. Queste caratteristiche, imprigionando la seconda lingua, paralizzano di conseguenza la competenza comunicativa (di cui quella linguistica è parte integrante) degli apprendenti, creando una vera e propria “tragedia relazionale”. Per integrazione fallita, infatti, intendo una socializzazione cristallizzata a cui sono precluse la gran parte delle possibilità di espansione relazionale.
Prima di procedere sono però doverose alcune premesse di carattere generale. Una delle basi presupposte a quanto qui scritto, è la considerazione del linguaggio dal punto di vista del suo apprendimento a fini esecutivi: cioè nella sua fondamentale natura di strumento per l’affermazione e l’integrazione sociale del parlante.
Se infatti è indubbio che il linguaggio sia una facoltà innata nella natura dell’uomo (come già gli antichi greci sostenevano molto prima dei cognitivisti), in questo contesto mi discosto da alcune posizioni promosse dal primo Chomsky, secondo cui il linguaggio basterebbe a se stesso come un sistema “monadico” in cui tutto si tiene senza la necessità che esso sia applicato nell’interazione, riducendolo a «meccanismo, naturalismo, operazione algebrica»,[ii] e a cui si contrappone quella crociana della lingua-istituto, come praxis.
L’uomo, per formarsi, deve impiegare le strutture linguistiche in lui prefigurate, in maniera socialmente attiva e produttiva: deve, quindi, utilizzare il linguaggio a scopi sia pragmatici sia conoscitivi, instaurando rapporti interattivi con i suoi simili, contribuendo alla creazione di una rete umana di solitudini interconnesse, e forse per questo un po’ meno sole. In un contesto di bisogno – per l’appunto – l’apprendimento del linguaggio straniero è l’unico mezzo in grado di unire, risolvere e alleviare, per quanto possibile, un dissesto psicofisico causato proprio dal cambio forzato del codice linguistico.
Nella sostanza stessa del linguaggio umano c’è un’ineliminabile componente istintuale che sprona alla comunicazione, al “mettere in comune” col fine di instaurare rapporti umani. I legami sociali non sono accessori o aggiunti, ma, come ben nota l’antropologo Francesco Remotti, fin dall’infanzia «immediatamente essenziali e decisivi»[iii] per qualsiasi individuo. L’uomo è – in altre parole – intrinsecamente dipendente dalle connessioni con gli altri uomini: forse proprio perché è ontologicamente solo, cerca nella comunicazione con l’altro una compagnia risolutiva, e la cerca in quei luoghi che Clifford Geertz chiama di «traffico di simboli significanti» che sono appunto i luoghi sociali.
Altra rapida ma necessaria specificazione riguarda la differenza tra i profughi e le altre tipologie di apprendenti naturali, in cui possono rientrare turisti, amanti della lingua o della cultura d’arrivo (mossi da una motivazione intrinseca) etc. Ad accomunare l’approccio di entrambi è, sì, l’assenza di una «manipolazione imposta dall’insegnamento scolastico» e di un «influsso, esterno al parlante, di modelli esplicitati, normativo-prescrittivi, di comportamento», come recita puntigliosamente Gaetano Berruto; tuttavia, l’esperienza di apprendimento di un profugo è segnata in maniera indelebile da un background rovinoso che fa di lui un apprendente di strada: obbligato ad imparare strappi di lingua per poter sopravvivere e continuare a resistere.

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Ritratto di uno stanco venditore ambulante
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Ritratto di uno stupito venditore ambulante
  1. CONDIZIONI SOCIO-AMBIENTALI E STIMOLI ESTERNI

Il profugo che dopo estenuanti traversie riesce a raggiungere le coste italiane, improvvisamente si trova catapultato in una situazione simile a quella da incubo che vive Budai, protagonista del romanzo Epepe di Ferenc Karinthy: un diluvio scrosciante e inarrestabile di parole sconosciute che non sembrano nemmeno parole se solo non lo intuisse. Parole dappertutto, scritte e pronunciate, a formare un tappeto rumoroso che fa da sfondo ad ogni cosa su cui indirizza occhi e orecchie. E, soprattutto, l’incapacità di comprenderle e di sfruttarle per farsi comprendere. Istantaneamente la propria lingua materna, il proprio vissuto, la propria conoscenza del mondo, le proprie opinioni e pensieri, le proprie esigenze, i propri bisogni, non possono prendere vita manifestandosi linguisticamente. Il profugo si sente nell’immediato estraneo, come murato senza possibilità di fuga. Il panico innesca la reazione: attingere a quelle zone profonde che sono le nostre predisposizioni cognitive ad apprendere, testandone l’avvenuta o meno atrofizzazione, nel tentativo di provare a rimanere a galla, senza affogare in tutto quello scrosciare incomprensibile e alienante.
Tutte le produzioni nella lingua straniera con cui l’immigrato si scontra costituiscono un “input differenziato” e quasi totalmente incompreso, mentre la sua particolare situazione viene detta di “immersione”: insomma, un subacqueo con zavorre ma senza bombole.
L’input è differenziato perché a seconda di che parte d’Italia venga raggiunta, l’immigrato-apprendente è sommerso da diverse varietà del codice della lingua d’arrivo. Questo complica immancabilmente il processo iniziale di adattamento e contribuisce ad aumentare la sua confusione. Un chiaro esempio di differenziazione è il dialetto. Gli immigrati non di rado entrano in contatto con il dialetto, sia in contesti più marcatamente provinciali quali sono i piccoli centri periferici, sia in contesti più centrali nelle regioni laddove la presenza del dialetto è più prestigiosa, come ad esempio in Sicilia o in Emilia, in cui negli ultimi anni è stata – tra l’altro – riscontrata un’impennata del tasso di dialettofonia giovanile.
Il nuovo spazio linguistico è come un’architettura che nel caso dei profughi assume le fattezze della tenda del nomade, simile a quella di fortuna e spersonalizzata in cui si trova accolto ai margini delle città. Ma, dato che «le parole / sono di tutti e invano / si celano nei dizionari»,[iv] scattano in loro comuni strategie di acquisizione. Innanzi tutto l’apprendente impara parole isolate o formule non analizzate: la grammatica, naturalmente, è assente.
Ad essere apprese prima sono le parole ad alto grado di generalità, tra cui rientrano: nomi propri, aggettivi polifunzionali che esprimono preferenza e quantità come grande, bello etc., deittici (utili per riferirsi al mondo senza conoscere i nomi delle cose che si vogliono indicare), formule rituali, lemmi del turpiloquio generico usati perlopiù in maniera inappropriata: tutte forme linguistiche utili ad instaurare rapidamente un qualche tipo di interconnessione, pur minimale che sia. Secondo Pirjo Linnakyla, infatti, dato che «il modo sociale pare essere la funzione primaria degli usi più precoci della seconda lingua», le formule preconfezionate in particolar modo, funzionano da «isole di affidabilità» su cui appoggiarsi per raggiungere col minor sforzo un obiettivo comunicativo. Il primo problema è infatti l’interazione necessaria alla sopravvivenza. Per questo l’atteggiamento peculiare dei profughi è un interesse impellente per le competenze orali, che possono consentire loro un veloce accesso a un sapere ad alto potenziale pragmatico e spendibile il più presto possibile. I principali ambiti di comunicazione sono infatti le interazioni con le istituzioni e la burocrazia. E proprio questo immediato e prolungato contatto con quella che Calvino definiva «l’antilingua», è uno dei primi è più ostici scogli linguistici che ostacolano un sano apprendimento, contribuendo a demotivare e frustrare le aspettative dell’apprendente e a far sì che l’interlingua non si evolva in maniera produttiva.
L’impedimento più difficile però da eludere e sorpassare, è rappresentato da alcune tipologie di condotta che i nativi possono avere nei confronti degli immigrati e tra i quali compaiono con più frequenza quello che i sociolinguisti chiamano foreign talk, oppure il ricorso ad un apposito we code. Molto spesso i nativi ricorrono al foreign talk, che è una pseudolingua dei verbi all’infinito, con cui ci si illude di andare incontro agli stranieri, ma che anzi non solo non incoraggia la progressione dell’apprendimento, ma talvolta – proprio perché richiama per la sua natura ultra semplificata l’infantilismo del baby talk – può addirittura sfociare in pratiche di razzismo comunicativo, spogliando gli immigrati della già minima dignità che son riusciti a salvaguardarsi. In altri contesti, invece, la comunità di nativi decide più o meno volutamente di escludere l’immigrato attraverso particolari varietà linguistiche ritenute essere inaccessibili agli stranieri, come ad esempio avviene per il dialetto nella zona di Brescia.[v]

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Venditore ambulante trascina le merci in vendita
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Venditore ambulante guarda in camera amareggiato
  1. FATTORI INTERNI E PRODUZIONE LINGUISTICA

I profughi sono individui espropriati da se stessi; i barconi non sono solo il mezzo su cui transitano illegalmente il Mediterraneo macchiandolo di sangue, ma sono anche la metafora di una condizione fisica di patimento e isolamento. Dopo fughe che somigliano a gare ad ostacoli in cui l’ostacolo ad ogni passo è una morte ingiusta, si trovano immersi in quello che Huebner ha definito il labirinto dell’apprendimento:

all’inizio, l’apprendente non sa dove andrà a finire. Prende quella che gli sembra una direzione promettente e, quando va a sbattere contro un muro, deve cambiare direzione. Talvolta questo cambiamento di rotta può essere solo un lieve aggiustamento; altre volte occorre tornare sui propri passi fino a un punto dove si possa intravedere un’alternativa percorribile.[vi]

Soprattutto nei casi in cui la migrazione è forzata e il paese di destinazione non dipende da un desiderio turistico, ma è una scelta obbligata in base a qual è, geograficamente, quello più vicino dove poter trovare rifugio e protezione, una condizione di apprendimento labirintica, come quella sopra descritta, diventa di per se stessa frustrante e improduttiva. A ciò si aggiunge l’impossibilità di contare anche solo in minima parte su un impiego positivo del transfer, essendo le lingue di origine perlopiù strutturalmente diverse da quelle di arrivo, a partire dalla codificazione alfabetica (arabo, lingue slave etc.). Ma, anche laddove può esistere un retroterra linguistico che permette un grado minimo di comprensione per assonanza con una varietà della lingua materna (si pensi ad esempio a tutti quei migranti provenienti da stati africani ex-coloniali), le difficoltà incontrate nell’apprendimento rudimentale dell’italiano a scopi di bisogno immediato, aumentano lo scoramento delle motivazioni attrattive, le quali venendo deluse, provocano un irrimediabile vuoto profondo.
Uno dei fattori interni – infatti – che può causare un arresto dell’apprendimento a livelli basici di interlingua, è proprio lo svilimento della “motivazione integrativa” e l’abbandono di qualsiasi progettualità migratoria. Troppe volte non si attuano quelle condizioni che sarebbero necessarie a far sì che la nuova lingua trovi posto a fianco di quella materna come nuovo «polline di sogni»:[vii] un clima aperto e distensivo di reciproca curiosità e riconoscimento identitario, ad esempio. L’ansietà inibitoria, parte integrante di persone che, ai traumi che li obbligano a partire, devono aggiungere il saper affrontare il fango che li aspetta all’arrivo, è un altro tra i parametri che giocano un grave ruolo nel progressivo abbandono di ogni aspettativa, trasformando quelle speranze a lungo auto-alimentate in miraggi definitivamente illusori e irraggiungibili.
All’inizio l’immigrato è mosso da un girardiano desiderio triangolare di mimetismo che consiste nella voglia di rendersi visibile ai nativi attraverso l’essere – paradossalmente – invisibile: perché un proficuo apprendimento della seconda lingua permette di amalgamarsi alla comunità ospite scrollandosi di dosso quell’etichetta altrimenti troppo lampante che fa di lui un “ospitato”. Tuttavia, come nota Graziella Favaro, «la nuova lingua può restare per molti stranieri territorio indecifrabile, popolato di parole distanti e vagamente minacciose, nei confronti delle quali si deve stare sul “chi vive” e rifugiarsi appena possibile nello spazio rassicurante della propria lingua/dimora d’origine».
Una volta raggiunto il punto critico del crollo desiderativo, l’immigrato oppone al vettore isolante della società, un vettore di segno uguale ma contrario, appiattendosi in un torpore di arresa e arretramento. Il legame tra la lingua e i processi identitari, infatti, è intricato e inscindibile. Da una parte le parole del codice materno, la lingua degli affetti, strutturano il sé bambino e costituiscono una sorta di pelle degli individui, dall’altra la seconda lingua si pone come una minaccia decostruttiva e de-individualizzante a cui contrapporre una risposta conservativa. Didier Anzieu formula il concetto di «io-pelle», con funzione anche di «involucro sonoro», che sarebbe una struttura intermedia dell’apparato psichico che segna profondamente la relazione tra la madre e il bambino: in essa prevalgono gli aspetti corporei, le sensazioni e i processi primari. La risposta quasi definitiva di molti immigrati irregolari sarà quindi quella di affermare il loro dissenso ad una qualsivoglia coercizione, mantenendo intatto il loro “scudo epidermico”, e anzi rafforzandolo, cercando supporto in persone uguali a loro con cui poter condividere una memoria e un presente comune.
Col tempo le connessioni sociali con i nativi diminuiscono sempre più, sfrondate dall’appello ad una propria identità e dalla ricerca di identità simili alla propria, contribuendo a creare quelle strutture chiuse che sono le micro-comunità, le cui fondamenta – però – a scapito di quello che pensano i suoi componenti che ivi si rifugiano, poggiano su fiumi che scorrono anziché sulla sicura staticità della pietra. Procedendo, l’identità diventa sinonimo di orgoglio e fierezza, esigendo una costante e indefessa “pulizia” da ciò che potrebbe inquinarla (e quindi scuoterla). Ecco che quella degli immigrati che si aggregano in maniera a detta loro difensiva, non è che una risposta di uguale tonalità al comportamento diffidente ed esclusivo dei nativi.
Tutto questo capita con grande facilità a quegli immigrati che sono appunto ritenuti irregolari, clandestini, e quindi, parallelamente, non meritevoli; considerati appartenere a classi sociali basse e disagiate, anche quando magari nel paese di origine rivestivano ruoli qualificati e di relativo benessere, che sono venuti a decadere per cause di forza maggiore e a loro indipendenti.

  1. CONCLUSIONI

Certo bisognerebbe indagare più a fondo le cause che portano così tanti immigrati a non protrarre il loro apprendimento dell’italiano, sapendo loro in primis che è il mezzo più adatto quantomeno per uscire da un difficile contesto di emarginazione e sottoconsiderazione.
Da una parte il problema maggiore sembra essere l’ostilità dell’ambiente, a cui si aggiunge la carenza di programmi statali (gratuiti) di supporto linguistico. Dall’altra – come si è visto – giocano il loro ruolo le carenze motivazionali personali dei singoli apprendenti (seppur del tutto giustificate dal continuo permanere in forti situazioni di disagio ad alto grado di stress), e la tendenza degli stessi a opporre diffidenza a diffidenza, auto-esclusione a esclusione, sordità a sordità.
A far riflettere su tutti i problemi sfaccettati che provocano la mancata integrazione sono le parole della grande filosofa e linguista migrante Julia Kristeva che – a questo punto – risuonano gravi ma sincere:

avete l’impressione che la nuova lingua sia la vostra resurrezione: nuova pelle, nuovo sesso. Ma l’illusione si squarcia quando vi riascoltate, su un nastro registrato per esempio, e la melodia della vostra voce vi ritorna bizzarra, da nessuna parte, più vicina al borbottio di un tempo che al codice di oggi. Così, fra due lingue, il vostro elemento è il silenzio.

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Venditore ambulante su una spiaggia in Puglia

[i]    Cfr. MARCHETTI C. (2014), I rifugiati. Da eroi a profughi dell’emergenza, in Paternò M. P. (a   cura di), Questioni di confine. Riflessioni sulla convivenza giuridico-politica in una prospettiva multidisciplinare, Napoli: Editoriale Scientifica, p. 123.

[ii]    CASERTA E. G. (1985), Croce e la linguistica, in «Rivista di studi italiani», Anno III, n. 1, p. 111.

[iii]    REMOTTI F. (2007), Contro l’identità, Roma-Bari: Laterza, p. 13.

[iv]   MONTALE E. (2012), Satura, in Montale E., Tutte le poesie, Milano: Mondadori, p. 373.

[v]    VALENTINI A. (2005), Lingue e interlingue dell’immigrazione in Italia, in «Linguistica e filologia 21», vol. 21, p. 196.

[vi]   PALLOTTI G. (2012), La seconda lingua, Milano: Bompiani, p. 81.

[vii]   FAVARO G. (2013), Scritture e migrazioni, in « Italiano LinguaDue», vol. V, n. 2, p. 34.


Giacomo Crosetto (1991), laureato in Lettere all’Università di Torino, si interessa di letteratura, musica e attualità, dedicando particolare attenzione alle problematiche dello stile e del linguaggio. Nessuna pubblicazione da segnalare: tutte ancora da venire.

Alessandro Santi (1992), nato a Fano nelle Marche, appassionato di fotografia sin dalla tenera età, impara presto ad usare le macchine analogiche del padre per poi passare al digitale. Studente di Architettura al Politecnico di Torino, cerca di esprimere la sua passione attraverso diverse tipologie fotografiche, passando dalla fotografia architettonica al fotogiornalismo.

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