La notte degli Oscar 2016, secondo noi

– Redazione –

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Intro

Come gli anni scorsi (qui e qui), abbiamo guardato molti dei film candidati agli Academy Awards. A differenza degli altri anni, però, questa volta non ci siamo dati limiti.
Di seguito dunque le nostre considerazioni, molto variegate e molto contrastanti.
Enjoy!

Claudia

Bridge of spies
È grazioso il modo in cui le scene vengono collegate (attraverso rumori o scatti visivi simili). È sempre bello vedere Jesse Plemons, anche se qui non ha un gran ruolo. Però non mi ha colpito. Cosa ci dice questo film? Sembra il tipico film americano (da Oscar, in effetti): musiche enfatiche e opposizione nettissima tra un uomo che è nel giusto e tutti gli altri, che si rivelano miopi ed egoisti. Se proprio cerchiamo la storia di un eroe, Show me a hero usa lo stesso stereotipo (uomo vagamente perseguitato o anche solo screditato vs massa) in modo migliore. Qui rimane solo il topos. Insomma, perché dovrebbe vincere l’Oscar?

Carol
Film noioso, lungo, lunghissimo. Ma, soprattutto, un film che sarà probabilmente premiato per ragioni politiche (anzi, in nome del politically correct) e basta. Proviamo a pensarci: apprezzeremmo allo stesso modo un film simile, se i protagonisti fossero un uomo e una donna, invece di due donne? Io non andrei neanche a vederlo al cinema. E, in effetti, mi pento dei soldi spesi per vedere Carol. Cate Blanchett è bellissima, ma qui un po’ monocorde. È molto meglio Rooney Mara; ed è bella e brava nel suo cammeo Carry Brownstein. Sullo stesso genere (storia d’amore lesbica), è più interessante La vita di Adele. Qui, con spirito puritano americano, non c’è neanche una scena di sesso. Le lesbiche le accettiamo perché è una storia d’amore romantico e tormentato; peccato che nel nostro senso estetico comune la storia d’amore romantico e tormentato, talvolta, si riveli un cliché noioso. Una conoscente, in una conversazione da mensa universitaria, mi ha detto: Carol non è niente di che, ma è bellino se ti piacciono i vestiti e i costumi anni Cinquanta». Sì, mi piacciono, ma per quello c’era già Mad men (per citarne uno fra i tanti), che almeno aveva una storia più fica e qualcosa di interessante da dire al di là della storia. No, nessuno mi toglierà dalla testa che Carol fa parte del generico e politicamente corretto spirito arcobaleno contemporaneo (non sempre davvero progressista).

Inside out
Senz’altro carino, ma in fondo un po’ sopravvalutato. Rispetta lo stile Walt Disney – Pixar: buoni sentimenti, lieto fine, famiglia, qualche trovata acchiappa-like. L’idea di fondo è originale; la scena in cui Tristezza riesce a calmare il pupazzo è una delle più carine.

Room
Pessimo inizio: musichina che introduce pathos e voce di bambino fuori campo. Ma si riscatta un po’: è un bel film. Certo, è un bel film soprattutto perché ha una trama avvincente, e perché stimola istinti morbosi e voyeur, da un lato, e di pietà- empatia, dall’altro: dopo qualche scena, rimaniamo incollati allo schermo perché vogliamo sapere se Joy e Jack riusciranno a evadere e a raggiungere the space, the outside, the real world; vogliamo sapere come se la caverà Joy una volta tornata nel mondo esterno e se Jack imparerà e accetterà che esistono cose chiamate mare, case, strade, ecc. O meglio, immaginiamo che accadrà: vogliamo che Joy non si uccida e che Jack impari a salire le scale, vogliamo vedere la scena in cui dice «Grandma, I love you». Però ecco, siamo lontani dal modo davvero asciutto e neutro di trattare l’evento tragico, la crudeltà umana e la prigionia di, per dire, Kynodontas. Questo è, a tutti gli effetti, un film drammatico, con tanto di scena del suicidio, raffigurazione in negativo dei media, musiche enfatiche. Non male, diciamo sei e mezzo-sette.

Silvia

45 years
Film di un regista che mi piace moltissimo (Weekend, la serie Looking), qui particolarmente in stato di grazia. Charlotte Rampling è eccezionale, la storia è bella ma soprattutto è trattata con grazia, cautela, intelligenza. Visivamente bellissimo, narrazione pulita con una colonna sonora misurata e precisa – veramente un gran lavoro, non mi spiego perché non sia tra i candidati a miglior film, dovrebbe esserlo.

Anomalisa
Anomalisa è pazzesco. Straniante, almeno finché non si cerca su internet qualche informazione in più. O meglio, una volta scoperta l’esistenza di una certa sindrome, il film assume un nuovo significato, ma è perfettamente chiaro anche senza. Il modo in cui le persone interagiscono, la sensazione di monotonia, l’idea che siamo tutti finti, la manipolazione, anche autoindotta, della mente. Magari anche in questo caso sono cose dette e ridette – toh, da Kaufman! -, ma ripeterle con la tecnica dello stop motion permette di spingere ulteriormente sul limite.

Carol
Secondo me Carol è un film bellissimo, anche se forse non il migliore. La recitazione di Cate Blanchett è straordinaria, come farà una con gesti così misurati a recitare in modo così potente? Mezzo sorrisetto e racconta un mondo. Il film è – più o meno, per quel che ho capito – fedele alla storia originale. La cui potenza, e trasgressività, era proprio quella di essere una banalissima storia d’amore, ma tra donne. Pubblicare un libro (non a caso sotto pseudonimo) negli anni cinquanta con una storia di lesbiche che finisce bene era di per sé un atto rivoluzionario. Portare adesso nel grande schermo una storia di lesbiche che finisce bene – una banalissima storia d’amore – è ancora un atto rivoluzionario, non solo in Italia. Davvero, di storie lesbiche a lieto fine ce ne saranno… tre? In tutta la storia del cinema.

Detto questo: sì, una storia “banale” – la classica storia di sacrifici e rinunce per amore – ma raccontata in modo magistrale. Pulito, misurato (di nuovo: Cate che esprime tutto con uno sguardo, senza bisogno di troppi fronzoli), potente. Con delle luci, e delle inquadrature, sbalorditive. Recitazioni bellissime, scrittura stupenda – nessuna frase è stucchevole -, grande fotografia. Ho detto che forse non è il miglior film della tornata: ma sicuramente è uno di questi.

The big short
Film potente, costruito benissimo, difficile nonostante Margot Robbie o Selena Gomez a spiegare cosa siano i subprimes o i cdo sintetici, ma passa bene il messaggio di fondo, che è agghiacciante. Fa pensare che per quanto queste cose possano essere successe praticamente sulla nostra pelle (bello marcare l’avanzare degli anni con le grandi novità di massa, iphone fb etc), non sarai mai in grado di – non dico capirle, ma proprio realizzarle, realizzarne la portata: e la prova ne è la didascalia finale.

The danish girl
Eddie Redmayne… bravo è bravo eh. Niente da dire. Il problema è che il film è terribile. Non terribile in toto, visivamente è molto bello, per esempio, e Redmayne e Alicia Vikander sono molto bravi. E però, è una storia falsata. Lili Elbe, di cui si sa che a Parigi girava apertamente vestita da donna, viene rappresentata come una fragile anima insicura dallo splendido sorriso, sempre chiusa in casa. Ma mi chiedo: come si fa a scrivere che L.E. è ancora di esempio nella comunità transessuale, quando nel film non si fa minimamente capire perché – trivia: ha fatto sì che la sua nuova identità venisse ufficialmente riconosciuta?

La cosa che però mi fa arrabbiare è che questo poteva essere un film molto potente. Ma, come ho letto in una buona recensione, Hooper è riuscito a trasformare una storia di corpi in una storia di sguardi, e così facendo l’ha depotenziata completamente, rendendola “fruibile” e rassicurante.
Che palle.

Inside out
Ok, Inside Out. A me è piaciuto tantissimo – no, non alle vette di Wall-e perché Wall-e è un capolavoro assoluto e questo non lo è, però mi è piaciuto. Del tipo che avevo la maglia a collo alto abbastanza zuppa alla fine del film. Inside Out a me è piaciuto perché mi ha colpita dritta all’istinto, ha rappresentato molto bene, nella sua molto ferrea e disneyana logica, quello che doveva rappresentare, e ha appagato sia la joy che la sadness dentro di me.

Mad Max: Fury Road
Mah, potessi dire che ‘non è il mio genere’ lo direi, ma invece a me ste sboronate distopiche garbano tanto. Però secondo me gli mancava qualcosa a livello narrativo, o forse non l’ho capito io, sta di fatto che l’ho trovato noiosetto, lento e talmente scenico da risultare barocco e stucchevole. Un po’ l’effetto che mi fece 300 (yawn) o, cambiando completamente tipologia, Whiplash l’anno scorso. Poi non ho capito in base a cosa dovrebbe essere il film femminista del millennio: certo, se per femminista rimaniamo ancorati allo stereotipo “sorelle con le palle”, anche anche, ma io tenderei ad allargare un po’ il campo.

The Martian
Tra Cast away (protagonista che parla da solo facendo battutone) e Into the wild (protagonista che scopre il valore di questo e quello stando da solo in ambiente ostile)… nello spazio. Dovrebbero seriamente vietare agli americani di fare dei film in cui si parla esplicitamente dei valori americani, a meno che non ci siano gli Avengers nel mezzo. Non c’entra molto il fatto che sia ambientato nello spazio, è proprio che è un filmetto insulso con un sacco di effetti speciali ganzi e buffonate: a questo punto meglio Jurassic Park. QUATTRO (su Matt Damon migliore attore: no e quoto l’articolo di Prismo qui).

Room
Ho amato molto Frank, il precedente film di Lenny Abrahmson, e vedo in questo qualcosa di affine, un certo straniamento infantile che qui ovviamente è elevato a potenza. A un certo punto, quando finalmente escono, pensavo: il film inizia veramente ora, poteva anche starci meno nella parte in room. Però poi – e questo si capisce soprattutto alla fine, quando in room ci tornano – capisci che era necessario tutto quel tempo all’inizio: era necessario per fare abituare te, lo spettatore, a quegli spazi e quello sguardo. Perché non ti rendi conto realmente, ma quando poi Joy e Jack rientrano lo vedi, quanto era piccola room, e fa effetto. Buon film, ma a volte è troppo romanzato e soprattutto a volte l’accompagnamento musicale è davvero eccessivo.

Qualche appunto su “miglior fotografia”
Carol ha una fotografia meravigliosa, scenografica, direi pittorica – anche se su questo campo se la gioca con la ragazza danese: un paio di scene erano obiettivamente bellissime.
The Revenant, ci vuole poco: prendi una landa inesplorata, prendi le ore migliori e piazza la gente a recitare in quel ben di dio.
Poi però piglia Tarantino che in una landa magari meno inesplorata ma altrettanto ostica si mette a filmare in 70mm. Io purtroppo non l’ho visto in 70mm, quindi posso dire meno. Ma, proprio per ribadire che negli spazi aperti vincere è facile, io vorrei puntare sulla fotografia d’interno in The Hateful Eight. Quella a campo largo, per la precisione, dove vorresti avere cinque o sei paia d’occhi per non perderti nessun dettaglio: la caffettiera che fuma in un angolo, la neve che entra dalle assi, uno degli otto che fuma e tutto questo ben lontano dal centro della scena, dove magari sta succedendo qualcosa di fondamentale. La luce, signori. La luce.

Marco

Quest’anno ho visto cinque degli otto film candidati a miglior film (e su The Revenant – che non ho visto – ho letto pareri talmente unanimi nel merito che mi sembra di averlo visto), e non c’è nessun film memorabile. Ce ne sono tre molto buoni e due molto poco buoni. Cominciamo da quelli buoni.

Room
Dalla storia vera del caso Fritzl (che ha ispirato tra gli altri i due romanzi Elizabeth e Claustria) un racconto di segregazione e annichilimento prima e di lento ricominciamento e apprendistato dopo. Un film con una tonalità emotiva unica, e sempre sopra le righe, ma non privo di intelligenza, e che attraverso questa vicenda agghiacciante e inverosimile – benché, o proprio perché, realmente accaduta – riflette sull’esperienza della realtà e sulla sua nominazione.

The big short
Film molto particolare e molto ben riuscito. Schiettamente di denuncia, utilizza i mezzi della fiction per raccontare una storia vera. Gli strumenti sono quelli della rottura della “quarta parete”: i personaggi si rivolgono agli spettatori e spiegano quello che sta succedendo, soprattutto i complicati concetti economico-finanziari. Come molti prodotti ibridi contemporanei questo film mescola la velocità del montaggio di finzione con certi accorgimento pseudo-documentaristici. Nel complesso è un film onesto perché si assume la responsabilità di rappresentare e denunciare l’evento centrale della nostra estrema contemporaneità e il sovra-discorso in cui siamo ancora tutt’oggi immersi: la crisi.

Spotlight
Film come Spotlight – cioè film molto ben fatti e molto ben riusciti, film per un pubblico ampio e fatti anche per vincere dei premi – mostrano l’evidente cambio di paradigma che c’è stato negli ultimi dieci anni rispetto alla narrazione di storie vere: prima un film del genere si sarebbe fatto provando a finzionalizzare la storia vera, ora si prova a documentarizzare una narrazione di base già finzionale, e che è comunque vera. Altroché, se è vera.

(Passiamo a quelli brutti)

Bridge of spies
“Based on true events”, mi pare la radicalizzazione del solito film di Spielberg: preciso, senza difetti, con i giusti dialoghi, i giusti personaggi, la giusta ambientazione, il giusto ritmo. Con intuizioni, equilibrio, rimandi interni. Da manuale… (tranne il titolo, doveva chiamarsi Standing Man ma evidentemente bisogna mettere spies nel titolo se no non si capiva che parlava di spie)…e però: zero anima. Non ci vuole dire niente di più di quello che ci sta dicendo la storia, non c’è nessun discorso, nessuna presa di posizione, su niente. Non si fa nessuna fatica, perché è tutto già pronto. In definitiva: straordinariamente consolatorio, immediatamente dimenticabile (l’unica cosa degna di nota è il fatto che fa vedere Berlino durante la costruzione del Muro, con le due metà in formazione. Cosa molto rara, e molto suggestiva).

Mad Max: Fury Road
Davvero un filmetto: tamarrata distopica post-apocalittica senza nemmeno mezza idea nuova.

Nelle altre categorie si trovano i film più interessanti, e più belli.
Non Inside out, che mi pare un film di molto sopravvalutato, ovvero con molte meno cose di quelle che si è tentato a tutti i costi di vedere, e che non vale un’unghia di Wall-E.
Sicuramente The Hateful Eight, altra prova monstre di Tarantino, che fa sfoggio di padronanza dei mezzi al servizio di una storia clamorosa.
Sicuramente Anomalisa, con cui quel genio contemporaneo che è Charlie Kaufman dimostra di saper fare un film in stop-motion (col crowdfunding) unendo Pirandello e Dick. E pazienza se non tutto è a fuoco o in equilibrio. Guardatelo.
Ma più di tutti Carol, forse l’unico vero capolavoro di questa tornata. Un film sublime, letteralmente, che si staglia su un crinale delicato riuscendo a essere raffinato senza diventare patinato, a mostrare una passione ossessiva unendo compostezza e potenza. La cura maniacale di tutte le componenti (fotografia, colonna sonora, acting – l’interpretazione di Cate Blanchett, insieme sensuale e credibile, non può non valerle la statuetta) e soprattutto la direzione magistrale di Todd Haynes ci consegnano un film notevolissimo, un melodramma reinterpretato come un classico.

Camilla

The big short
Troppo lungo, troppo lento. È un film che si vuole dire di denuncia, ma non solo non dice nulla di nuovo sulla crisi dei subprimes, ma non ha il coraggio di assumersi in quanto film di denuncia perché è un film a tratti comico, ma non fino in fondo, perché è un film a tratti nerd, ma non fino in fondo.

Bridge of spies
Geniale la prima parte, in cui c’è tutto: humor, tensione, lento e progressivo disvelamento, suspence, richiami hitchcockiani, fin quando Tom Hanks non si sposta in Germania e il film prende la piega della ricostruzione storica fatta in studio con molti mezzi e molti soldi e quindi quasi perfetta. Geniale perché si vede che nella sceneggiatura c’è la mano dei fratelli Cohen, che hanno scritto i dialoghi e pensato le scene. Parlo per esempio  della scena in cui i due si disputano su “it’s your guy” – “is not my guy” – “but he’s a guy”, è un capolovoro di umorismo e non-sense come solo i fratelli Cohen del migliore A serious man sanno fare. Il film è diviso in due tempi, quello della narrazione e oserei dire quello della scrittura: la prima è brillante, umoristica, la seconda è spielberghiana: Spielberg che non può fare a meno di fare Spielberg e di compiacersi di farlo dandosi pure una pacca sulla spalla. Ogni cosa è al suo posto, la regia è magistrale fino a quando, appunto, Spielberg non si mette a fare Spielberg.

The Revenant
È una storia di vendetta, la trama è piuttosto semplice e non vale la pena riassumerla. Grande regista Iñárritu, immenso. Per mesi ha fatto svegliare la sua truppa alle tre di notte per mettere tutti al lavoro affinché le riprese potessero cominciare ai primi bagliori, per sfruttare le poche ore di luce a disposizione. Fotografia straordinaria, per cui spero si meriti una statuetta. E spero pure che se la prenda il povero Di Caprio, una statuetta, ma temo che su di lui incomba la stessa maledizione che incombe su Philip Roth per il Premio Nobel.

Room
Film tragico, storia di segregazione e di raggiungimento della libertà. Il film si ispira a un romanzo che non è Elisabeth di Paolo Sortino ma Room di Emma Donoghue, che si ispira alla storia vera del Caso Fritzl. Fatto di cronaca a parte, che occupa comunque la prima metà del film, Room è, prima di tutto, un film sullo spazio, sulla sua percezione e su come questa puo’ essere relativa quando l’unico spazio che si conosce e dunque l’unico mondo e orizzonte d’attesa, è una stanza. Ed è anche un film sulla rieducazione allo spazio, quello reale, del mondo esterno, e perciò sul senso di adattamento e sulla capacità di vivere fuori dal proprio guscio, cioè la stanza, che era al tempo stesso tortura a protezione. La storia è raccontata dal punto di vista del bambino, Jack, che in questo spazio chiuso ci nasce e che una volta liberatosene deve imparare a vivere fuori e deve imparare che il fuori esiste e che non è una finzione. Soprattutto deve apprendere che il fuori è una dimensione vasta, che lo spazio ha una profondità anche di molti metri (lo spavento di Jack che si affaccia alla vetrata di una stanza di ospedale a un piano altissimo e che spaventato si rifugia sotto la coperta è significativa di questa esperienza dello spazio) e inoltre deve imparare che lo spazio non è soltanto rettangolare come quello della stanza. Le cose esistono, al di là del filtro della televisione, unico tramite che madre e figlio avevano col mondo esterno. E perché Jack possa entrare in contatto col mondo esterno dovrà imparare a sviluppare nuove forme di conoscenza e di intelligenza, psichica e motoria; esemplare la scena, niente affatto scontata, in cui per la prima volta Jack deve salire e scendere le scale nella casa dei nonni e non sa come fare, ha paura, le sue gambe sembrano atrofizzate, all’età di 5 anni, perché non ha ricordo di quel movimento, perché non lo ha mai fatto. Chiunque abbia dovuto fare una riabilitazione di qualsiasi tipo può capire di cosa parlo.

Merita una statuetta.

The Martian
Io ho una sostanziale allergia a questo tipo di storie. A parte 2001: Odissea nello spazio, per il resto i vari Apollo 13, Gravity, ora The Martian sono proprio quel tipo di film che non smuovono, in me, alcun interesse, e al contrario, mi danno un senso di morte assoluto. Sarei curiosa di sapere che ne pensa la Samantha Cristoforetti.

Spotlight
Film molto bello e preciso: una cronaca cinematografica equilibrata, che non indulge mai verso il melenso. Non cerca di commuovere né di indignare né di smuovere qualsiasi sentimento facile. Racconta i fatti, così come si sono svolti, con un casting eccezionale e altrettanto equilibrato nel suo essere corale.

Mad Max: Fury Road
La vita è troppo breve perché nella mia ci sia posto per Mad Max.

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Luca ha detto:

    Concordo con te Claudia a proposito di “Carol”, melò banale, prevedibile, trattenuto (troppo) e noioso. Non mi spiego come sia stato tanto, non da tutti per fortuna, elogiato.

    1. therese aird ha detto:

      Carol: capolavoro!

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