“Complimenti per la festa”. Intervista ai Marlene Kuntz e alla Jump Cut

Claudia Crocco e Lucia Rosanna Gambuzzi

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[Oggi esce Complimenti per la festa, un documentario della casa di produzione indipendente Jump Cut, con la regia di Sebastiano Luca Insinga. Complimenti per la festa è dedicato ai Marlene Kuntz e al ventennale del loro primo album, Catartica (1994), ed è stato proiettato in anteprima a Trento, in presenza del regista e dei Marlene. Claudia e Lucia sono state a vederlo, e hanno intervistato – rispettivamente – il regista e il produttore e i musicisti- attori]

Intervista ai Marlene Kuntz

Ho quindici anni, è un’afosa notte d’agosto e il amico Fabio mi scorta sulla sua auto, tra le campagne della bassa emiliana, a velocità da crociera. Ad un tratto, dal vano portaoggetti estrae un disco molto rovinato e me lo presenta come quello che, più di ogni altro, ha segnato la sua vita. Mi racconta di un gruppo che negli anni Novanta dal Piemonte ha rivoluzionato il rock italiano, che ha stregato un’intera generazione, portandola ad un livello di passionale fanatismo, che io – così più giovane di lui – non potrò mai arrivare ad immaginare. Inserisce il CD nel lettore e si appresta all’ascolto in religioso, quanto raro, silenzio. Non ho mai visto Fabio così serio, solenne e commosso, così come non so che sta per avvenire un’iniziazione in quell’auto. Bastano le prime note distorte e sono stata contagiata: è la prima volta che ascolto Catartica, il primo album dei Marlene Kuntz.

Dieci anni dopo, mi ritrovo con i Marlene Kuntz in una sala del Centro Musica di Trento, dove – per i microfoni di Sanbaradio – parliamo di diverse cose: dell’uscita (allora imminente) del loro nuovo album, La lunga attesa, di quella del documentario Complimenti per la festa, e in generale di cosa voglia dire essere uno dei gruppi rock più importanti ed influenti d’Italia. Le tre icone musicali sedute intorno a me – Cristiano Godano, Luca Bergia e Riccardo Tesio – suonano insieme ormai da 26 anni e il loro album d’esordio, Catartica, segna un prima e un dopo nel panorama musicale italiano, del rock e non solo: il documentario della Jump Cut lo racconta diffusamente, partendo dalle origini della band, per poi testimoniarne il tour del 2014, la celebrazione dei vent’anni di questo disco imprescindibile. I Marlene Kuntz non si arrendono – perché dovrebbero? – a diventare culto museale: sono ancora decisamente sul pezzo, hanno ancora molto da dire.

Che peso ha per Marlene l’impiego dei social network?

È Bergia a prendere la parola: «Facebook è uno strumento necessario per mantenere il contatto col pubblico, per informarlo e per conoscerlo». I Marlene sono consci della portata attuale dei social network, ma lo sono anche delle difficoltà che il loro utilizzo comporta: in primo luogo, il tempo e la cura che richiedono, ma anche i rischi all’immagine pubblica di chi se ne serve. «È difficile fare ironia sui social network: implica un sottotesto che non si può dare per scontato e che può avere gravi ritorsioni per un gruppo. Vedi il caso Nobraino» commenta Godano. La comunicazione virtuale è un aspetto del loro lavoro che gestiscono con diligenza, ma alla quale non sono abituati da sempre: «Non siamo nativi digitali. Quando abbiamo cominciato, – riprende Bergia – erano gli uffici stampa delle major ad occuparsi della promozione degli artisti presso il grande pubblico, mentre attualmente ci è richiesto di gestire autonomamente la nostra immagine sul web: così corrono i tempi, del resto. Noi abbiamo una persona che si occupa della nostra pagina Facebook, di cui però sono i Marlene a decidere i contenuti, mentre personalmente mi occupo del nostro account Twitter. Questa scelta ci ha concesso più tempo per concentrarci sul tour e sui nostri progetti artistici».

Un nuovo album che viene alla luce, di cui abbiamo già ascoltato in anteprima “Fecondità”: qualche anticipazione su La lunga attesa? (Uscito il 26 Gennaio)

«Sarà un album contrassegnato da un rock poco soft, che risente di influenze grunge e metal, così facciamo felice Tesio», spiega Godano. E Tesio: «La lunga attesa sarà un album dalla musicalità decisa, che si presta moltissimo all’ascolto live». I Marlene Kuntz raccontano di aver concepito e registrato questo nuovo album mentre portavano avanti il loro lungo e ricco tour: una necessità discografica, più che un vezzo stakanovista. Godano spiega, infatti, con chiarezza e linearità che l’era del disco è conclusa. Rifacendosi ad un dialogo avuto la sera precedente con il critico musicale Alberto Campo, il cantante porta ad esempio il caso Get Lucky: nonostante l’indiscusso successo a livello mondiale registrato nel 2013, la hit ha comportato un incasso di soli 15.000 dollari. «L’artista – dice – non potendo fare affidamento sul guadagno discografico, deve saper essere duttile e accorto: deve ingegnarsi e sfruttare ogni mezzo a sua disposizione, tra cui anche i social, e imparare una volta per tutte che non ci sono tempi morti. A tour finito, il nuovo disco deve essere già pronto».

Qual’è la definizione di metodo per Marlene Kuntz?

«Quello del rocker trasandato, che si sconvolge, che se ne frega del rigore, è solo un mito. Il vero musicista professionista struttura e organizza il suo lavoro in modo serio e consapevole. Soprattutto in questa epoca, in cui prendersi un anno intero per realizzare un disco è un rischio economico molto grande e una versa sfida contro di sé». Racconta Godano: «Sul palco e soprattutto dietro al palco, all’estero più che in Italia, c’è molta poca cazzonaggine e c’è, invece, molta precisione».
Bergia conferma un aspetto del gruppo che emerge molto bene in Complimenti per la festa, ossia la disciplina: «All’inizio della nostra carriera provavamo in modo serrato, oggi – dopo più di vent’anni di live – siamo più rodati e quindi talvolta meno costanti, ma se si prepara un disco nuovo, si va in sala prove tutti i giorni».
«Sì, più di vent’anni di live: all’inizio ci chiedevamo con preoccupazione “Chissà cosa succede stasera?”, ora ce lo chiediamo con curiosità divertita» conclude Tesio.

Come spiegarsi la crisi del rock sul finire degli anni ’90?

Il calo di seguito nei confronti del rock non è da ascriversi ad una problematicità insita nel genere stesso, ma piuttosto al pubblico e al suo gusto volubile. «Ci sono stati anni – racconta – in cui ai concerti dei Marlene Kuntz si registravano più di 8.000 paganti, un’affluenza ad oggi inimmaginabile. Ma si tratta in generale di una questione di mode, non di qualità artistica: il rock alla fine degli anni 90 è entrato in crisi a livello planetario. Se il 1994 ne è stato l’apogeo, lo si deve anche all’ondata felice di sonorità alla Nirvana o alla Sonic Youth che sono approdate in Italia. Consapevoli di questo stato di cose, gli artisti devono poter perseguire i propri obiettivi musicali in modo indipendente e sperimentale. Il rock non è morto, è solo passato di moda, per ora. L’evoluzione e le diverse ciclicità, anche nella carriera di una singola band, sono normali, sono necessarie: nel loro lungo percorso i Marlene Kuntz hanno conosciuto alti e bassi; ma questo è anche un aspetto affascinante, forse il più affascinante, di chi ci crede e spacca davvero. Ora, io non credo che nel tempo – anche tra molti anni – ci sarà richiesto dal pubblico sempre lo stesso tipo di spettacolo live, in cui io magari mi dimeno e spacco oggetti: sarebbe assurdo pretenderlo».

Su queste parole conclusive sorrido, ripensando ad uno dei dieci concerti di Marlene cui ho assistito, quello del Locomotiv di Bologna, nel 2013: ad un fan che con tenace insistenza richiede a gran voce Sonica, Godano risponde interrompendosi e proponendogli ironicamente un concerto a parte, privato, in cui i Marlene Kuntz suoneranno solo Sonica, in loop, per ore. Tra gli applausi del pubblico, la conclusione: «Peccato solo che Marlene Kuntz sia tanto altro!». E chi li ama, del resto, lo sa bene.

Intervista a Jump Cut

Come è nata l’idea di Complimenti per la festa?

Sebastiano Luca Insinga (regista): Eravamo a metà del 2014, e abbiamo notato che c’era questo doppio anniversario: Catartica compiva vent’anni, i Marlene Kunz venticinque. In quel momento non è che noi avessimo già pensato a un documentario, però… Poi abbiamo scoperto che stava per partire il tour di Catartica, dunque le due cose si sono messe insieme: abbiamo sentito i Marlene e abbiamo chiesto se potevamo partire in tour con loro, senza sapere bene cosa avremmo fatto.

In quanti eravate?

SLI: All’inizio Simone e io. Io facevo la camera, sopra la quale avevo attaccato il microfono: insomma siamo partiti così, all’arrembaggio. Poi ci siamo resi conto che potevamo dare una forma a questa cosa, abbiamo fatto un crowdfunding, è nato il documentario. Abbiamo scommesso sul film, diciamo: siamo partiti in perdita, abbiamo sostenuto le prime spese, poi il crowdfunding è andato molto bene ed è venuto tutto il resto.

Quindi funziona, il crowdfunding?

SLI: Sì, funziona. Noi ne abbiamo fatto due, fino a ora, come Jump Cut.

Come è nata la Jump Cut?

Luigi Pepe (produttore): Ho creato la Jump Cut dopo avere fatto una scuola di documentario a Bolzano, la Zelig. Lì mi sono specializzato in montaggio e postproduzione; quando ne sono uscito mi sono chiesto cosa fare. Ovvero mi sono chiesto se aspettare che il lavoro cadesse dall’alto, oppure se provare a creare film con una mia linea specifica. E così ho deciso di aprire una società di produzione, nata nel maggio 2011, ormai quasi cinque anni fa. Ho cominciato subito a lavorare con Luca. Da allora abbiamo fatto diverse cose: molti video e spot industriali, certo, e locali; però abbiamo presto iniziato a lavorare a questo film, che si chiama Piccola patria. È stato il primo che abbiamo co-prodotto, insieme a un’altra casa di produzione più grossa (Arsenali Medicei): quel film ha avuto un successo incredibile, è stato al Festival del Cinema di Venezia, è stato distribuito in sala da Cinecittà Luce. Dunque ci è servito ad aprire diverse possibilità e a muoverci da una prospettiva diversa: meno locale, anche se continuando a lavorare in Trentino.

Come mai proprio in Trentino?

LP: All’inizio avevo deciso di andare via, dopo la Zelig, e magari di tornare in Calabria, dato che sono calabrese. Però, da un punto di vista pratico, qui davano più contributi per aprire le aziende. Dunque questa è stata la prima ragione, che possiamo definire utilitaristica. Poi c’è un’altra ragione, un po’ più di resistenza, diciamo: ormai il cinema si è spostato da Roma e dai grossi centri, si è delocalizzato, quindi è diventato possibile produrre ed essere riconosciuti come realtà di eccellenza anche da fuori. Le informazioni – e quindi anche i film – si muovono velocemente, è facile avere un confronto con l’esterno (non solo con l’Italia, intendo con il resto del mondo: ormai puoi vedere tutti i documentari svedesi degli ultimi dieci anni, se vuoi). Il Trentino per noi non è più un limite, ma un interessante punto di partenza, anche perché, non essendoci molte realtà del genere, siamo una specie di faro. Sappiamo che possiamo sviluppare i nostri progetti in tranquillità, senza la pressione che si ha in un contesto come a Milano o a Roma, dove magari finisci col diventare più localista che in Trentino, perché ti costringi a guardare continuamente quello che fanno gli altri.

Questo lo capisco.

LP: Ecco. Complimenti per la festa è stata anche una scommessa: un modo per dire che si può fare un film sul rock diverso dai film sul rock che abbiamo visto. Sapevamo quello che ci piaceva e quello che non ci piaceva, fra i film di questo tipo realizzati fino a ora in Italia; dunque abbiamo preso le cose che ci piacevano, e abbiamo cercato di utilizzare un altro tipo di approccio.
Dopo Piccola patria, tornando alla storia della Jump Cut, abbiamo iniziato a fare documentari e film di finzione. In particolare abbiamo fatto un altro documentario, che si chiama Gente dei bagni: è girato in diversi festival, dove sta avendo un enorme successo.
Poi abbiamo continuato a sviluppare altre cose: ora abbiamo un documentario che si chiama Funne: racconta la storia, ed è un documentario di su dodici signore tra gli ottanta e i novant’anni che vivono in una valle del Trentino e che non hanno mai visto il mare. Il loro sogno è andare al mare, dunque organizzano, hanno organizzato una vendita di calendari e poi un crowdfunding, e ci sono riuscite. Noi raccontiamo la loro storia, che ora è in montaggio; ed è già stata venduta a un grosso network internazionale. Parallelamente stavamo lavorando a Complimenti per la festa, che uscirà al cinema con Wanted e Feltrinelli il 17 febbraio, nel circuito The Space, e probabilmente in dvd in primavera con Feltrinelli e da settembre su SKYArte. Poi ci sono altri film in programma per i prossimi anni. Ogni film ha un tempo di sviluppo, di produzione e di postproduzione, quindi di solito quando esce un film ne stai completando altri.

SLI: In realtà Complimenti per la festa è stato molto veloce.

LP: È vero. Però abbiamo cominciato nel settembre 2014.

SLI: Di solito ogni film ha una fase di sviluppo piuttosto lunga, durante la quale partecipi a bandi, scrivi la sceneggiatura, ecc. In questo caso non c’era il tempo, perché il tour era lì e dovevamo partire. Quindi siamo partiti all’arrembaggio e abbiamo bruciato le tappe normali della produzione, anche grazie al crowdfunding.

Quanto è durato il tour?

SLI: Tre mesi.

E tu sei stato lì per tutto il tempo?

SLI: Sì. Il 4 ottobre c’è stata la prima data, il 22 dicembre l’ultima. Dunque più di tre mesi, in effetti.

LP: Infatti avere subito il crowdfunding è stata una manna dal cielo, per tutte le prime spese, anche importanti. Per farti capire, c’erano lì anche un fonico e altre persone; siamo riusciti subito a coprire quelle spese vive, diciamo, che ci hanno permesso di realizzare tutto il girato. Poi ci sono state le spese che riguardavano i diritti musicali, la postproduzione, il montaggio, l’editing del suono (che è molto importante, in Complimenti per la festa).

È stato difficile, in quei tre mesi, farsi accettare dai Marlene Kuntz nei loro spazi fuori dal palco? Quando ti ho visto insieme a Cristiano Godano, dopo la proiezione trentina, ho pensato che sembravate più due amici che non due persone che hanno avuto una relazione più o meno lavorativa. Eppure i Marlene sapevano di essere guardati, per tutto il tempo. La consapevolezza di essere oggetto di osservazione artistica rende i rapporti più artificiali, immagino.

SLI: È vero. Eppure, a conti fatti, è stato molto semplice. C’erano in ballo due cose: la prima è il loro carattere, nel senso che sono persone molto riservate e attente a non concedere facilmente l’ingresso in momenti intimi come quelli dei camerini ecc; la seconda è che sono persone molto alla mano. Con loro si è stabilito ben presto un rapporto chiaro, di fiducia reciproca, e quindi siamo diventati parte della macchina che andava in giro, e siamo riusciti a tirare fuori le cose che si vedono nel film. Questa per me è stata anche una scoperta personale e di crescita, nella mia esperienza di documentarista. È stato un rapporto basato sulla sincerità, sul dirsi chiaramente fin dove si può arrivare. Alla fine è diventato molto naturale – complice anche il fatto che probabilmente venticinque anni di attività, nel loro caso, hanno aiutato. Sono abituati a stare su un palco e ad essere ripresi, anche se non con l’idea di un documentario. E insomma, a un certo punto si sono dimenticati di noi che li riprendevamo.

Come nella scena del massaggio. Mi chiedevo se fosse stata creata ad hoc.

SLI: No, davvero no. La sera prima siamo stati a cena insieme, ma non stavamo girando. Simone, però, ha fatto una foto di questa scena: c’era Luca Bergia che faceva le parallele con le file di panche al ristorante, e Simone ha proprio il momento in cui lui si tira su e si piglia questo strappo alla spalla… E poi in furgone c’è il momento in cui lui lo dice ecc. Ma è tutto vero.

Come mai buona parte delle inquadrature sono girate proprio dal furgone? Come mai la scelta di quel punto di vista, intendo.

SLI: Quella è stata una scelta, sì. Il fatto è che molte ore del tour vengono passate in furgone. Pensa alla prima data, ad esempio: loro sono di Cuneo, devono andare a Livorno. Ogni giorno si fanno circa cinquecento chilometri in furgone. Questo comporta una lentezza, una stanchezza, una ripetizione, che per tre mesi diventa una routine: ti svegli la mattina alle nove, parti, arrivi nella città dove devi arrivare alle quattro o alle cinque di pomeriggio, lasci un attimo lo zaino in albergo, vai a fare il soundcheck, poi mangi qualcosa, sali sul palco, torni in albergo alle due di notte, l’indomani si riparte. Insomma, buona parte del tempo del tour si svolge in furgone. Quindi il passaggio del tempo e il mezzo di trasporto – per rendere appunto questa monotonia, questa immagine di attesa – sono diventati parte del film.

Mi hanno colpita anche le scene iniziali: Berlusconi, Baggio, ecc. Sono un modo per dare un contesto?

SLI: Sì. Il film si articola in due linee narrative, che vanno avanti in modo parallelo, e poi a un certo punto si incontrano. Da una parte c’è il tour del 2014, che va avanti fino alla fine; dall’altra c’è la storia di come sono nati i Marlene Kuntz e di come è nato Catartica. Quindi si parte dall’inizio, da quando si sono messi insieme, fino a che le due linee non si intrecciano La sequenza iniziale era un modo per dire dove siamo, insomma: gli anni Novanta, anzi il Novantaquattro, con Berlusconi, Baggio, Videomusic. Era un modo per catapultare lo spettatore dentro quegli anni, per fargli vivere con il ricordo il contesto storico (e non solo musicale) di quegli anni.

Ho letto nei titoli di coda che avete usato anche immagini d’archivio (di Fiumani, Ferretti ecc.). È stato facile trovarle?

SLI: Gli archivi sono stati una scoperta incredibile. Il fratello del batterista, Antonello Bergia, quando ha saputo che facevamo questa cosa, ci ha contattati e ci ha detto: «Guardate, io ho queste videocassette, non le ha mai viste nessuno, non le ho neanche digitalizzate». E lì c’è il videoclip che hanno girato, ci sono i primissimi concerti del ’90 e del ’91, quando ancora i Marlene non erano nessuno. Abbiamo trovato cose pazzesche, che poi sono finite nel film; e anche materiali che Riccardo Tesio, il chitarrista, aveva raccolto. Queste immagini hanno arricchito il film da un punto di vista storico, ma con materiale privato. La ricchezza del materiale ha dato un valore quasi di famiglia a questo film: solo che è il video di famiglia di una band.

Voi avevate già visto e ascoltato dal vivo i Marlene Kuntz?

SLI: Beh, sì, almeno quindici volte.

LP: Io solo una; ma forse prima di te.

SLI: Io sono stato un fan dei Marlene da quando avevo sedici anni. Poi suonavo, dunque era ancora più importante per me.

In base a quello che avete visto (sia dal vivo, sia attraverso i documenti che hai appena citato), secondo voi è diverso il modo in cui li si ascoltava nel 1994 e quello di adesso? Il loro pubblico è cambiato?

SLI: Sì, il loro pubblico è cambiato, i testi sono cambiati, e le musiche pure. È giusto che sia così. L’evoluzione artistica che hanno avuto è normale. Però, per esempio, durante il tour di Catartica c’è stato un concerto bellissimo, a Padova. Era tutto pieno, non c’era spazio neanche per passare. Loro sono arrivati un’ora prima del concerto, dopo avere fatto il sound check ecc., e sono passati in mezzo alla folla: sembrava una scena da film. E Luca diceva che, vent’anni prima, era successa la stessa cosa: quando erano arrivati a Padova c’era talmente tanta gente che a un certo punto hanno chiuso i cancelli, perché non ci stava più nessuno; e allora le persone hanno buttato giù i cancelli, perché volevano entrare. Ecco, vent’anni dopo è successo qualcosa di simile.
Probabilmente – e qui dico quello che dicono loro, però – è vero che Catartica lo suonano meglio adesso di quanto facessero nel ’94 o nel ’95, perché hanno una consapevolezza maggiore in quanto musicisti. E, diceva Luca Bergia, alcune delle persone che hanno sentito il loro tour di vent’anni fa probabilmente sono tornate di nuovo.

Vorrei farvi un’altra domanda sull’immagine pubblica che hanno i Marlene Kuntz, ovvero sul modo in cui sono visti dal pubblico, dal momento che avete avuto una prospettiva e un punto di vista privilegiato. Sto ripensando alla discussione che ha fatto seguito alla proiezione trentina: mi ha colpito quando Godano ha detto che alcuni fan si lamentano perché non scrive più testi da artista dannato e arrabbiato. «Io sono una persona normale, sono anche felice nella vita, e i miei testi hanno fluttuazioni anche per questo»: ricordo questa frase. Quanto è vero, secondo voi? Quanto questa immagine fa parte del mito dei Marlene Kuntz?

SLI: Per come li ho conosciuti io, credo che non creino un’immagine pubblica a tavolino. Non hanno una casa discografica che gli imponga un’estetica; decidono in autonomia come presentarsi al pubblico. Quando sono nati, negli anni Novanta, questo ha creato un effetto di rottura. Secondo me, anche inconsapevolmente, hanno cercato di mantenerlo sempre; per cui con ogni album hanno provato a fare qualcosa di diverso. In questo modo hanno perennemente disatteso il pubblico, che li voleva uguali a quello che erano prima. Io vivevo i Marlene da sotto il palco, dunque facevo parte delle persone che li vedevano come artisti molto chiusi, inaccessibili, che se la tirano. In realtà non è affatto così. La naturalezza con cui siamo entrati in contatto con loro è stata autentica. Sono persone simpatiche.

Vi faccio un’ultima domanda. Cosa pensate del panorama cinematografico italiano? È difficile fare un documentario oggi in Italia?

SLI: Sicuramente è difficile. Noi stiamo muovendo i primi passi nel mondo del cinema, tra mille difficoltà; eppure ci stiamo riuscendo. In questo caso il film sta iniziando a muoversi ora, perché la sua vita distributiva sta partendo adesso; però chi lo vede lo sta apprezzando, e questo per noi è importante. Secondo me in Italia oggi ci sono ottimi registi e ottimi film, sia nella produzione commerciale sia in quella underground, diciamo. Forse manca un po’ l’osmosi, la condivisione reale. E poi anche nel cinema succede che gli italiani cercano di autodistruggersi: è il caso di Sorrentino agli Oscar. Si può non amare il suo cinema, ma senz’altro è in grado di fare cinema, ha un’idea di cinema. Questo agli Oscar lo hanno capito; in Italia, invece, viene criticato, perché ha fatto un film commerciale. Questo provincialismo ci costringe a scannarci tra noi.

LP: È un po’ quello che Godano diceva a proposito della musica rock. Il rock lo ascoltano in pochi, e sono sempre lì ad autoaccusarsi di cedere al gusto commerciale.
Per quanto riguarda il cinema, in Italia c’è un problema di mercato. Negli ultimi dieci anni il digitale ha cambiato moltissime cose non solo nel cinema, ma in tutta l’industria culturale. Il cinema ha bisogno di grandi capitali, da sempre: ci sono tante persone che ruotano attorno a un film, dunque c’è bisogno di soldi. Per far sì che diventi un mestiere e non un hobby per pochi ricchi, diciamo, è necessario avere un mercato. Purtroppo i dati di chi va al cinema sono sempre bassi. Da circa una settimana sono usciti quelli del 2015, che per fortuna sono leggermente più positivi rispetto all’anno precedente. Però stiamo parlando di un mercato che è in lenta discesa da quindici anni. Dunque la domanda è: quale è il futuro del mercato cinematografico? Ci sono nuovi attori in gioco? Tipo Netflix, per farti un esempio. Però sono sempre player molto accentratori, come la AppleStore per le applicazioni; c’è il rischio che pochi soggetti molto forti vengano fuori e determinino tutte le strategie culturali, e dunque anche tutti i gusti culturali. Nell’industria del cinema c’è molta critica e molta paura di Netflix.

Davvero? Perché?

LP: Ci sono molte conferenze e discorsi in giro, tra gli addetti ai lavori. Netflix viene spesso visto come il male assoluto.

Fa delle serie TV molto belle.

LP: Certo, è vero, le guardo anche io. Però il rischio è l’accentramento dei capitali e del gusto culturale. Se leggi il catalogo delle cose che stanno per uscire, ti rendi conto che i titoli di Netflix stanno decuplicando.

SLI: E invece lo spazio dei mercati nazionali sta diminuendo.

LP: Inoltre Netflix inizia a produrre nei mercati locali. Ora faranno una serie di Suburra, ad esempio. Insomma, la vera domanda è: come fare? Come trovare un modello sostenibile di industria? Una delle risposte è cominciare a produrre film che costino di meno, forse, come i documentari. Il documentario ha avuto un boom in Italia negli ultimi anni, anche con buoni prodotti, che sono arrivati all’estero. Ad esempio Io sto con la sposa ha avuto un successo enorme; e non è l’unico caso. Questo è molto interessante: in Italia eravamo molto indietro con questo genere. Gli autori cinematografici lo avevano sempre visto come un genere di ripiego, mentre in Francia e in Germania è sempre stato visto come un’opera autoriale. Ora in Italia sta arrivando l’idea che il documentario non sia una scelta di serie B, ma semplicemente una possibilità espressiva, allo stesso livello della fiction, o a volte in grado di dare risultati maggiori. E poi i documentari costano meno. Basta guardare la cinquina degli Oscar per rendersi conto che ormai il documentario è anche un successo commerciale. Se guardi la cinquina dei film, pensi: «Ok, sono tutti commerciali, non li guardo». Se guardi quella del documentario, noti cose interessanti. Sono tutti prodotti che hanno avuto anche un esito commerciale, certo, ma hanno uno sguardo autoriale che spesso non trovi nei film di finzione.


Claudia Crocco è dottoranda a Trento in Studi umanistici. Si interessa di poesia e romanzo contemporaneo, serie televisive, immigrazione. Fondatrice e redattrice di 404: file not found, è anche nella redazione di Le Parole e le Cose e della rivista “Ticontre. Teoria Testo Traduzione”.

Lucia Gambuzzi è nata a Mirandola nel 1991. Studia Lettere, prima a Bologna, ora a Trento. Speaker di Sanbaradio, scrive su L’Insicuro, RapBurger e Lahar. Le sue passioni sono il vino, le speculazioni filosofiche sul destino e l’autoironia.

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