Cose viste, lette, sentite nel 2015 (parte 3)

 

Come ogni anno, ogni redattore di 404 ha preparato un breve elenco con il libro, il film o la serie tv, l’album e il post che vuole segnalare e suggerire fra quelli usciti nel 2015. Qui la prima parte, e qui la seconda.

Buone letture, ascolti e visioni.


Claudia Crocco

Annie Ernaux, Gli anni, L’Orma

Da un giorno all’altro eravamo diventati degli adulti ai quali i genitori potevano finalmente trasmettere, senza sollevare moti di protesta, le loro conoscenze sugli aspetti pratici della vita, i risparmi, la cura dei figli, la pulizia del parquet. Ci si sentiva fiere e stranite nell’essere chiamate «signora» con un altro cognome. Cominciavamo a preoccuparci in maniera costante della sussistenza, del ciclo quotidiano dei due pasti al giorno. Ci mettevamo a frequentare con assiduità luoghi a cui non eravamo abituate, i minimarket Casino, i reparti alimentari di Prisu e delle Nouvelles Galeries. Le velleità di spensieratezza e la pretesa di vivere come prima – un’uscita serale con gli amici magari per andare a vedere un film – si spegnevano con l’arrivo di un bimbo, al quale, nell’oscurità di un cinema, non riuscivamo a smettere di pensare, piccolo piccolo, tutto solo nella sua culla, e da cui ci precipitavamo appena aperta la porta di casa per sincerarci con sollievo del fatto che stesse respirando e dormendo tranquillo, con i pugnetti stretti. Quindi compravamo il televisore, ultimo passaggio del processo di integrazione sociale. La domenica pomeriggio guardavamo I cavalieri del cielo, Vita da strega. Lo spazio si restringeva, il tempo si regolarizzava, suddiviso tra gli orari del lavoro, dell’asilo, del bagnetto e del cartone animato Le Manège enchanté. Il sabato si faceva la spesa. Scoprivamo la gioia dell’ordine. La malinconia di vedere allontanarsi un progetto individuale – dipingere, suonare, scrivere – era compensata dalla soddisfazione di dare il proprio contributo al progetto famigliare.

Paul Haggis, David Simon, Show Me a Hero, HBO

FKA Twigs, M3LL155X, Youngs Turks

Francesco Pecoraro, Ma quale rivoluzione, Le parole e le cose

Ora, a cento anni, ci muore Pietro Ingrao ed è come fosse davvero la fine della storia del comunismo italiano: era estinto da tempo, ma non ancora sigillato nella tomba. Come molti di noi, lo piango e piango Pietro Ingrao. Ma non andrò ai funerali, non alzerò il pugno, non canterò Bandiera rossa. Da un paio di decenni il comunismo non può essere altro che un silente stato interiore. Una categoria incomunicabile dell’anima, un rovello, un dubbio, una perdita. Ma il marxismo ci fornisce ancora la possibilità di mantenere una qualche lucidità di sguardo sul presente. Purché tutto ciò che pensiamo resti non-detto. «Noi siamo sconfitti», diceva Pietro. Niente è più vero di questa ammissione. Ma allo stesso tempo niente ormai può distoglierci dalla coltivazione interiore dell’idea socialista, nessuno può convincerci della superiorità di questo liberismo da stronzetti. Siamo novecenteschi vetero-ostinati, apparentemente convinti che non ci avranno, mentre siamo loro da molto tempo. Siamo sempre stati loro.


Giacomo Gabbuti

Tony Atkinson, Inequality, Harvard University Press

First, distribution and redistribution of the current total of income do matter to individuals. The extent of differences has a profound effect on the nature of our societies. It does matter that some people can buy tickets for space travel when others are queueing for food banks. A society in which no one could afford to travel privately into space, and in which everyone could afford to buy their food from ordinary shops, would be more cohesive and have a greater sense of shared interests. Second, total production is influenced by distribution. Understanding the distribution of income is necessary to understanding the working of the economy.

J.J. Abrams, Star Wars – The Force Awakens, Stati Uniti

Calibro 35, S.P.A.C.E., Record Kicks

Nicola Lagioia, Cosa si nasconde dietro le nostre rabbie quotidiane, Internazionale

Voglio dire che il tema politico ed economico probabilmente più importante di questi anni, nella sostanza è continuamente rimosso. Ci sentiamo sempre meno protetti e tutelati, più instabili e ricattati, umiliati nelle nostre aspettative, insicuri circa le nostre capacità e minacciati in quelli che (ci avevano raccontato) erano i nostri diritti acquisiti. La nostra vita quotidiana (la vita lavorativa, affettiva, relazionale, perfino spirituale) ne risente. Eppure, non esiste una griglia linguistica o culturale (e dunque un contrafforte politico) abbastanza solida per reagire o anche solo nominare in modo certo tutto questo.


Chiara Impellizzeri

Richard McGuire, Qui, Rizzoli

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Miguel Gomes, Le mille e una notte, Portogallo, Francia, Germania, Svizzera

Ibrahim Maalouf, Kalthoum, Mi’ster Productions

Emanuele Giacopetti, La bolla di Ventimiglia, Graphic-news

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Marco Mongelli

Luigi Manconi, Stefano Anastasia, Valentina Calderone, Federica Resta, Abolire il carcere, Chiarelettere

Perché osare è possibile
Sono state le leggi ordinarie, modificabili da qualsiasi maggioranza parlamentare, a introdurre l’idea che la risposta sanzionatoria dello Stato alla violazione delle leggi penali debba consistere nella privazione della libertà per un determinato periodo di tempo. E un simile concetto non lo si trova da nessun’altra parte e tantomeno nella Costituzione. È diventato senso comune e norma di legge, per una inveterata abitudine, che risale a qualche secolo fa e che è stata legittimata dall’autorità di Cesare Beccaria, preoccupato delle pene efferate con cui si sminuzzavano i corpi nell’Ancien régime. In quel contesto, dunque, il carcere era il male minore: una pena la cui «dolcezza» avrebbe fatto decadere le punizioni più feroci. D’altra parte, anche le antiche usanze, pur se nate come «rivoluzionarie», possono essere abbandonate se non corrispondono più alle domande della società.
La nostra Costituzione, in uno dei suoi capolavori giuridico-letterari, dice che «le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». La pena detentiva troppo frequentemente corrisponde di per sé a un trattamento contrario al senso di umanità, al punto da generare il sospetto che essa sia – in sostanza – una pena inumana. E si dimostrerà ancora come sempre la pena detentiva – nella grande maggioranza dei casi – non tenda alla «rieducazione» del condannato, ma costituisca una sua degradazione fino a connotarne tragicamente il destino. D’altro canto, la Costituzione non parla mai di carcere, né di pena detentiva. Anche se i costituenti conoscevano solo il carcere (per averlo personalmente scontato durante il regime fascista) e la pena capitale, in modo saggio e miracolosamente lungimirante non aggettivarono le pene, lasciando campo libero a un legislatore che volesse cambiare radicalmente la fisionomia delle sanzioni penali.
Siamo dunque autorizzati a osare.

Iosonouncane, DIE, Trovarobato

Claudio Caligari, Non essere cattivo, Italia

Alex Tabarrok, The Case for Getting Rid of Borders – Completely, The Atlantic

What moral theory justifies using wire, wall, and weapon to prevent people from moving to opportunity? What moral theory justifies using tools of exclusion to prevent people from exercising their right to vote with their feet?

 


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