Cose viste, lette, sentite nel 2015 (parte 1)

 

Come ogni anno, ogni redattore di 404 ha preparato un breve elenco con il libro, il film o la serie tv, l’album e il post che vuole segnalare e suggerire fra quelli usciti nel 2015.

Buone letture, ascolti e visioni.


Silvia Costantino

Nadia Terranova, Gli anni al contrario, Einaudi

I primi giorni arrivava a lezione puntualissima e se ne andava con altrettanta precisione, per paura che un passo falso o un ritardo le costassero un ripensamento del fascistissimo. Invece la sua assenza da casa si fece subito naturale, come ai tempi della scuola, solo che ora c’era il modo per non perdersi dibattiti e assemblee, bastava barare un poco sull’orario delle lezioni. Anche il suo aspetto cambiò: non era più l’adolescente che si vestiva da fagotto o copiava le maglie strette e il trucco ostentato delle coetanee più disinibite. Comprò pantaloni di velluto a coste, maglioni a rombi, un paio di occhiali dalla montatura grande; lasciò i capelli morbidi e lunghi sulle spalle, niente trucco. Strinse le prime amicizie con una disinvoltura che sorprese lei per prima. Di uscire la sera non se ne parlava, ma tra gli impegni di studio e le ripetizioni, con le quali si era anche conquistata una discreta autonomia economica, il tempo fuori casa aumentò. Quando le assemblee andavano per le lunghe, la scusa era sempre la stessa: compagni, mi dispiace, domattina devo alzarmi presto per studiare. Così non doveva vergognarsi troppo di non avere la stessa libertà degli altri. Ancora una volta la sua credibilità passava attraverso il massimo dei voti, che le garantiva una zona franca in famiglia e rispetto in facoltà, dove tutti volevano stare nei suoi stessi gruppi di studio: agli esami collettivi il suo nome e la sua preparazione erano una garanzia di riuscita. Sui libri, Aurora scopriva un femminismo ferreo, orgoglioso. Poi rientrava in casa e non riusciva a parlare con la madre, che aveva fatto del distacco un’arte e della propria esistenza una depressione muta. La vita fuori e quella dentro l’università non si sovrapponevano ancora.

Asif Kapadia, Amy, Stati Uniti

Joanna Newsom, Divers, Drag City

Tarin Nurchis, Tutte le volte che non me ne sono andataAbbiamo Le Prove 

Prima di finire il ciclo di studi una delle persone che hai conosciuto ha fatto razzia nella dispensa dei tuoi sentimenti e buoni propositi. Sulla carta, il momento è perfetto. C’è persino un po’ di tragedia. Uno scenario. Una storia da raccontare, volendo; simile a quelle che poi si sentono nelle canzoni (“you’re the reason why I’ll move to the city / you’re why I need to leave”). Ma in realtà no, non lo è. Non è perfetto; mai; niente. Tutto quello che ti senti di fare infatti é restare in sella e – di nuovo – tirare avanti (mestiere in cui peraltro sei diventata pressoché imbattibile). Cogli anche l’occasione per riordinare quella dispensa, per quanto possibile. E intanto segui la via maestra e prendi una laurea.

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Camilla Panichi

Mirko Volpi, Oceano padano, Laterza

Ma su tutti, nell’Oceano padano, nel principato della terra grassa e del duttile pragmatismo campagnolo che cava bellezza dal bisogno, regnano le vacche e i maiali: rispettivamente, le bestie e i nimai per eccellenza.
E sono bestie superiori, di superbo sfarzo estetico e gastronomico. Animali sacri, li onoriamo al meglio ammazzandoli e mangiandoli nei più sontuosi dei modi. Se le stagioni hanno qui ancora un senso, se il rispetto del dio Tempo è regola immutabile, è pur vero che sono loro, le vacche e i maiali a farsi metronomi, a scandire i segmenti dei giorni, e dei mesi. Il ciclo del latte e della carne culmina in loro e da loro riprende. Il ciclo della vita stessa di campagna si fonda sulle loro succulente zampe, sulla mansuetudine bovina, sull’intelligenza bistratta e pericolosa del suino.
La vista delle immense stalle che costellano la sterminata pianura mi riconcilia con l’eternità dei processi naturali, col divino che me ne ha fatto dono, e mi commuovo – avvertendone gli odori, ascoltando rapito e rassicurato gli echi di muggiti e grugniti che si perdono nell’indifferenza della consuetudine – come se mi trovassi davanti al più perfetto simbolo di questa nostra patria malmostosa e reticente.

Sanna Lenken, My skinny sister, Svezia-Germania

Sufjan Stevens, Carry & Lowell, Asthmatic Kitty

Chiara Abastanotti, Con gli occhi dei migranti, Graphic-news

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Valerio Valentini

Romolo Bugaro, Effetto domino, Einaudi

Franco Rampazzo sapeva che quegli uomini dagli sguardi duri avevano alle spalle una storia simile alla sua. Tutti e quattro provenivano da famiglie con pochi mezzi, contadini o negozianti o piccoli artigiani. Tutti e quattro avevano lavorato senza risparmio per mettere in piedi la loro impresa. A quindici anni scaricavano sacchi di calce in un piccolo magazzino in affitto. A venti vendevano villette con giardino a medici e commercialisti. A trenta correvano avanti e indietro fra il cantiere di Udine e quello di Brescia. Niente weekend, niente vacanze, niente viaggi. Adesso avevano mogli da capelli semibiondi che indossavano fuseaux comprati al Centro Tom di Santa Maria di Sala e che guidavano X3 o X5 color argento metallizzato. Avevano grandi case con allarmi perimetrali attivabili vi bluetooth e figli che frequentavano la scuola inglese vicino al Centro Papa Luciani, e dipendenti laureati in ingegneria o giurisprudenza pronti a scattare sull’attenti appena li vedevano lungo il corridoio.

Edoardo Falcone, Se dio vuole, Italia

Bob Dylan, Best of the cutting edge, Sony

Matteo Marchesini, Due ragioni per cui Eco, a 80 anni, è diventato un Bongiorno per dottorandi, Il Foglio

La verità è che sulle labbra di Eco l’indignazione suona fuori posto: basta guardare questo “illuminista bizantino” (così Enzo Golino) per capire che il suo pacioso ottimismo è a prova di bomba. Eco non è un monaco che accusa, ma un manager che gronda serotonina. In lui, come ha notato Alfonso Berardinelli, il bambino e il prof convivono con allegria: ciò che manca è l’uomo. Ma il ritratto più formidabile è di Piergiorgio Bellocchio. In Eco, dice Bellocchio, “tutto è déjà lu”. E citando i comici inviti al coraggio di “Sette anni di desiderio”, così conclude: “Ecco la frase: ‘Nervi saldi, staremo a vedere’. Mirabile sintesi del pensiero, dell’atteggiamento morale, insomma dello stile di Eco. Reggetevi forte, ragazzi: si va al cinema.

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