L’atelier del pittore

Fred Cavermed

Copertina di Quitaly http://www.indianaeditore.com/collane/quitaly/
Copertina di Quitaly

Ventitré articoli, dieci firme, sette paesi differenti, molti temi e stili diversi. È una prima sintesi di quello che Solo andata è diventata da quando è nata, a marzo 2015, fino a dicembre 2015. Domenica dopo domenica i nostri lettori hanno trovato e riconosciuto sul nostro blog le voci di nuovi emigrati italiani.

Quando la rubrica è nata, da un’idea di Fred Cavermed, il nostro progetto era a dir poco ambizioso: tracciare il profilo della nuova emigrazione italiana, fare il ritratto di una generazione di italiani che ha deciso di vivere all’estero nel Ventunesimo secolo. Un ritratto che fosse plurale, corale, caleidoscopico. Solo andata è stata prima di tutto questo: l’atelier del pittore aperto a tutti quelli che avessero voluto apportare la loro pennellata a questo ritratto. In molti ne hanno varcato la soglia, con la loro sensibilità, le loro esperienze, il loro tono. In molti hanno lasciato qualcosa di importante nell’atelier e sono poi andati via, tornando alla propria vita quotidiana. Quando ormai nessuno più affollava l’atelier del pittore, ci siamo accorti che l’attività della rubrica aveva lasciato, insieme alle molte tele, anche un discreto disordine. Era ormai tempo di abbandonare pennelli e colori per riorganizzare le idee.
Lo scopo di questo articolo è proprio questo: fare un bilancio di Solo andata, prima di farla ripartire per la sua seconda stagione. Più precisamente, questo bilancio vuole rileggere gli articoli della rubrica attraverso alcuni grandi temi comuni e ricorrenti. Individuando e studiando questi filoni, sorgono nuove domande e si aprono nuove strade, che vi chiediamo di prendere per raggiungere di nuovo l’atelier del pittore. Ecco perché questo articolo è soprattutto un invito a partecipare alla scrittura di questa rubrica.

Un ritratto sociale

Solo andata non è rappresentativa di tutti gli italiani all’estero: è un’ovvietà. Il profilo che viene fuori dalla rubrica è quindi necessariamente parziale, lacunoso. È però inevitabile porsi come prima domanda: chi sono, sociologicamente, i nuovi emigrati italiani di cui si è parlato finora in Solo andata (quelli che hanno scritto, ma anche quelli dei quali si è scritto)?
Relativamente giovani, gli autori di Solo andata condividono un elevato livello di studi: dalla laurea specialistica in su, ottenuta molto spesso in discipline umanistiche. Se si trovano all’estero è, spesso, proprio per motivi di studio (dottorato, Erasmus o altro). Condividono degli interessi letterari. Questo profilo abbastanza omogeneo era in qualche modo inevitabile: la rubrica è nata in seno ad un blog letterario, e questa è stata la sua forza. Ma anche il suo limite di “rappresentatività”: gli autori, in parte, si somigliano.
Spesso si va all’estero per lo studio, ma spesso si rimane per cercare lavoro. Non tutti, però, riescono a trovare (almeno subito) un impiego all’altezza delle proprie ambizioni e molto spesso si è obbligati a fare dei lavori precari e poco qualificati, oppure a “farsi sfruttare con dignità”, come dice (ironicamente?) Chiara Galleani nel suo articolo Io non mi sento un migrante, ma per fortuna o purtroppo lo sono. Anche se è stato raramente al centro degli articoli di Solo andata, il lavoro è una presenza costante: Silvia Tedeschi, in particolare, spiega bene come il lavoro e le sue delusioni professionali (tra l’informatica a Dublino e l’italiano per stranieri) siano state alla base dei suoi percorsi di Andata, ritorno e ripartenza; Chiara Impellizzeri racconta le sue giornate nelle équipes d’accoglienza in un museo di Parigi e delle sue aspirazioni di diventare una professoressa provando un concorso pubblico (in Cu avi a lengua passa lu mari); Fred Cavermed allude spesso al suo lavoro di insegnante in Francia. Giuseppe Colucci, in un articolo intitolato Fenomenologia dello sfruttamento del migrante italiano a Berlino, è stato il solo a dedicare un intero articolo al lavoro e ha raccontato come molto spesso dei nuovi arrivati italiani finiscono nel giro di ristoranti italiani che, in cambio di un impiego facile, sfruttano duramente l’emigrato italiano. Il ristorante citato da Giuseppe Colucci è d’altra parte stato al centro di un dibattito che ha coinvolto anche il gruppo 99 posse, nella primavera scorsa.
La ricerca di lavoro, e la fuga dalla disoccupazione italiana, è una delle cause principali di emigrazione. In generale, questi lavoratori qualificati cercano di sfuggire alla precarietà e al declassamento di cui sono vittime in Italia. Ma raramente questi problemi sociali sono stati apertamente oggetto di (auto) analisi approfondite da parte degli autori di Solo andata. Le analisi sociali e i problemi del lavoro meriterebbero, certo, un posto più importante in una seconda stagione di Solo andata.
I problemi concreti e quotidiani degli italiani all’estero non sono comunque sfuggiti a Chiara Impellizzeri, che con il suo pezzo sulle Lavatrici parigine ci dà uno spaccato di una capitale sovraffollata, a momenti asfissiante, in cui la situazione abitativa sembra al limite del collasso. Chiara nei suoi articoli mostra che il giovane italiano all’estero non si definisce soltanto in base alla sua situazione di partenza, ma si muove nello spazio sociale di arrivo.
Come abbiamo detto, gli autori di Solo andata, in parte, si somigliano. Tuttavia la rubrica non si è mai preclusa la possibilità di dare spazio anche ad altri italiani all’estero, meno qualificati o non umanisti. Fred Cavermed ne ha parlato, per esempio in pezzi come Luoghi e parole dalla nuova emigrazione italiana. È tuttavia qualcosa che si potrebbe fare in modo più approfondito e continuato: raccontare, intervistare e dare la parola e la tastiera a un pubblico diverso da quello abituale della rubrica.

Tutti i sensi della migrazione

Solo andata è una rubrica sulla nuova emigrazione italiana. E questa parola, emigrazione, è anche fonte di una serie di domande. Perché essa non è semplicemente descrittiva, ma ha numerose connotazioni e appena la si pronuncia si evocano gli immaginari legati alle varie migrazioni, passate (come quella degli italiani fino a qualche decennio fa) e presenti (come quelle dei rifugiati siriani in Europa).
È stato Fred Cavermed, in pezzi come La valigia di cartone e Storia pubblica di un’ascesa sociale? (in cui la migrazione di oggi è letta come la parabola di una famiglia di classe popolare che prova a salire i gradini della scala sociale attraverso le migrazioni), a tracciare un legame tra la vecchia emigrazione italiana e quella presente. Non solo perché la storia sembra ripetersi con le sue numerose andate e ritorni attraversando spesso anche delle guerre (Invenzioni e realtà di un giovane italiano all’estero), ma anche perché a volte la migrazione di oggi sembra far parte della stessa spinta verso l’ascesa sociale. In ogni caso, il confronto tra le differenti migrazioni, come ogni comparazione, è fonte di riflessioni preziose per poter capire quali sono le differenze tra una situazione e l’altra e, quindi, quali sono le specificità della situazione che viviamo oggi. Il giovante emigrante italiano riflette spesso sulla parola “migrazione” anche confrontandosi con le migrazioni di chi attraverso il Mediterraneo per trovare rifugio o asilo in Europa. Notando le differenze profonde tra la nostra e le altre migrazioni si possono mettere in luce i rapporti di forza che reggono gli spazi politici e sociali in cui viviamo. In questo senso vanno alcune riflessioni di Fred Cavermed e di Chiara Impellizzeri in pezzi già citati.
Il termine “migrazione” non ottiene, tuttavia, il consenso di tutti. Viene in mente Massimo Troisi che in Ricomincio da tre interpreta un giovane napoletano a Firenze. Quando gli si dice “sei un emigrato!” risponde tra lo stizzito e l’insicuro che anche un napoletano ha il diritto di lasciare Napoli non per emigrare ma per viaggiare. Il contesto e le situazioni sociali sono differenti, ma in Solo andata c’è chi rifiuta l’etichetta dell’emigrato (pur riconoscendo la problematicità della propria condizione), come Chiara Galleani, il cui articolo s’intitola Io non mi sento un migrante. Ma per fortuna o purtroppo, lo sono o come il personaggio (tra finzione e realtà) Orlando, del racconto Invenzioni e realtà su un giovane italiano all’estero di Fred Cavermed.
Se da una parte una riflessione sulla parola “migrazione” e su tutti i suoi sensi (e-, i-…) può rivelarsi fuorviante, dall’altra essa è sempre fonte di dibattito. E il dibattito, quando è costruttivo, aiuta a progredire nelle riflessioni.

La lingua

Un filone della rubrica riguarda il rapporto con la lingua straniera. È anche stato il solo tema sul quale ci siano stati degli articoli che hanno dialogato tra loro, cioè quelli di Francesca Bellei e di Valeria Mongelli, ma anche quello già citato di Chiara Galleani (Io non mi sento un migrante) e di Chiara Impellizzeri (Cu avi a lengua passa lu mari), segno del fatto che il rapporto con la lingua è centrale per chi si trasferisce all’estero, soprattutto se si hanno interessi letterari.
In entrambi i casi l’apprendimento della lingua del paese d’accoglienza è considerato in relazione alla propria lingua madre: la nuova lingua non cresce su una tabula rasa, ma si innesta sull’italiano. Questo rapporto è problematico, poiché esprime al tempo stesso sentimenti di angoscia e di orgoglio. Lo stesso titolo della Bellei, Non ho parole, sembra presentare l’apprendimento della lingua straniera come una fonte di ansia, un movimento di cui si è vittima prima che attori. Francesca Bellei afferma che “nei momenti in cui [le] vengono a mancare le parole, [prova] un tale senso di vuoto e di vergogna”. Questo è vero però solo in parte e solo se si ammette che quest’ansia è accompagnata da una sorta di eccitazione e di orgoglio per ogni nuova parola imparata, per ogni progresso nella lingua straniera. Processo in cui il fatto di sognare in lingua straniera è un momento fondamentale, tant’è che lo ricordano sia Bellei che Valeria Mongelli.
Il fatto di compiere questo percorso è motivo di orgoglio. Bellei parla di un vero e proprio “senso di trionfo” quando oltrepassava gli ostacoli linguistici segnando quelle “micro-vittorie” che le permettevano di “leggere un libro intero senza usare il dizionario, guardare un comico in TV e capire tutte le battute, guardare i film senza sottotitoli”. È, questo, il segno che la padronanza della lingua è quel che più che mai ci (r)assicura l’accesso ad una vita sociale e all’insieme della cultura del paese. E ad ogni passo compiuto in questo universo culturale si ha la sensazione di accedere alla contraddittorietà e alla complessità negata agli altri. Insomma, il rapporto alla lingua è un rapporto complesso, rivelatore e filtro del rapporto che il giovane emigrato ha con il paese che lo accoglie.
Ma Valeria Mongelli e Francesca Bellei vanno oltre queste considerazioni. Il loro rapporto alla lingua è infatti da considerare soprattutto rispetto al loro rapporto con la letteratura in senso lato, ai libri. È in quanto letterate che si pongono questo problema. La scrittura è un elemento centrale di questo problema: come continuare a scrivere mentre si perdono le parole della propria lingua e se ormai il nostro programma di trattamento di testi è impostato direttamente in lingua straniera? Se Francesca Bellei solleva il problema è Valeria Mongelli che prova a dare una risposta, parlando prima di tutto di una sorta di lezione di umiltà che ha ricevuto dall’imparare il francese. In terra straniera, insicura se non ignara della lingua del posto, Valeria deve fare a meno di quella che lei stessa descrive come una sorta di “presunzione” linguistica: normalista, amava un italiano ampolloso ed elitario. Il confronto con la lingua straniera l’ha obbligata a fare a meno di quest’arroganza e a fare un “esercizio di semplicità”, poiché in francese aveva una sola parola per esprimere una cosa. Grazie a questo processo, e accompagnandosi di quell’antidoto all’oblio della lingua che è la letteratura, l’italiano dei Valeria si è rinforzato.
Si può aggiungere, rileggendo questi pezzi e tutta la rubrica alla loro luce, che in un certo senso Solo andata è proprio questo: un antidoto all’oblio. Per gli italiani all’estero, un antidoto all’oblio della propria lingua, che si può continuare a coltivare soprattutto in quanto lingua scritta; antidoto all’oblio di sé stessi rispetto al resto della società italiana, nel modo che si ha di cercare un pubblico italofono, di indirizzarsi alla società italiana su Internet; antidoto all’oblio degli italiani all’estero di cui la società italiana potrebbe rendersi colpevole. Solo andata è anche questo: la testimonianza di una generazione di giovani italiani fuori dall’Italia che vogliono continuare a dialogare, a intervenire nella società italiana, portando una forte critica verso il proprio paese. La lingua è il mezzo imprescindibile di questa testimonianza. Quattrocentoquattro, il canale.

Paesaggi immaginari

Forse molto più degli italiani all’estero, i veri protagonisti di Solo andata sono i paesaggi in cui questi giovani vivono. Quasi la totalità degli articoli evoca, da vicino o da lontano, luci ed ombre, strade e paesaggi, venti e temperature, oggetti, parchi, animali veri o finti, acque e terre, appartamenti e marciapiedi di Parigi, Dublino, Londra, Berlino, Marsiglia, New York, Cartagena… Ogni paesaggio è immaginario nella misura in cui esso è soprattutto rappresentazione di un territorio. Ed è proprio con i loro immaginari che gli autori di Solo andata si confrontano vivendo all’estero. Le loro parole diventano prima di tutto i racconti di questo processo di costruzione di immaginari, di rappresentazioni del mondo.
Se la rubrica stessa si apre sull’immaginario legato alla città di Marsiglia (Vizi di famiglia di Fred Cavermed), è soprattutto a partire da settembre 2015 che i paesaggi diventano il vero e proprio soggetto degli articoli. Umberto Mazzei, in un nutrito articolo su New York (in due parti: La capitale culturale dell’universo e Le anatre di Central Park) che parla anche di Roma e di John Malkovich, racconta in modo disincantato una capitale mondiale il cui immaginario postmoderno sembra incarnarsi nelle anatre meccaniche, finte, di Central Park. Chiara Impellizzeri rompe con lo stereotipo di una Parigi romantica per dare spazio ad una metropoli dai contrasti sociali vivi. Valeria Mongelli, Da Cartagena de Indias a Nijmegen, fa la cronaca di quello che lei chiama uno shock culturale vissuto nello spostamento dalla calda Colombia alla fredda Olanda. Orlando il Fumoso, con l’eroismo velleitario e sconclusionato di cui fa prova in un articolo di Fred Cavermed, attraversa l’Europa e il Mediterraneo simboleggiando la nuova emigrazione italiana, fatta di andate, ritorni e ripartenza (come titolava già Silvia Tedeschi) di cui essa è fatta. Maddalena Vatti riflette, Per imparare a non abituarsi, sulla sua migrazione attraverso la nostalgia del paese d’origine e l’abitudine alla società di arrivo: la questione non è solo quella di emigrare, ma soprattutto di vivere nel nuovo paese, del far parte di un nuovo paesaggio umano, sociale, culturale.

Produzioni culturali

È forse questo il filone più vuoto, per il momento. Si tratta degli articoli che esplorano quelle produzioni culturali (libri, film, blog, inchieste, eccetera) che hanno come oggetto la nuova emigrazione italiana. Un solo articolo della rubrica si è impegnato apertamente in questo senso: Emigranti in commedia, di Massimiliano Coviello, in cui si passano in rassegna molti film sulla vecchia emigrazione italiana. Eppure, Solo andata non è il solo luogo in cui si parla della nuova emigrazione italiana. Documentari, film, serie televisive, blog, ce ne sono a bizzeffe. Bisognerebbe parlarne, criticarli, discuterne, per capire cosa facciamo, chi siamo, dove andiamo.

Per la prossima stagione di Solo andata ci piacerebbe ripartire prendendo spunto dall’articolo di Massimiliano Coviello, unico per il momento a impegnarsi apertamente nell’analisi della rappresentazione visiva dell’emigrazione italiana. Solo andata non vuole essere il solo luogo in cui si racconta in prima persona il fenomeno: sarebbe bello, e importante, prendere la miriade di documentari, film, serie televisive, blog sull’argomento e parlarne, criticarli, discuterne, per capire cosa facciamo, chi siamo, dove andiamo

Potete trovare tutti gli articoli della prima stagione di Solo andata qui.

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