L’ultimo Natale di Coop Costruzioni: intervista con Maurizio Maurizzi (Fillea CGIL)

Simone Fana

operai

Bologna. Il Natale è nell’aria: via Indipendenza, il lungo viale che porta a Piazza Maggiore, è illuminato dagli addobbi natalizi; i negozi espongono in vetrina i primi saldi, una fiumana di gente riempie le strade del centro. Tutto sembra fluire come sempre, nel freddo Natale bolognese.

In un bar a ridosso della stazione incontro Maurizio Maurizzi, segretario regionale  della Fillea CGIL,  il sindacalista che ha seguito la vicenda della Coop Costruzioni fino al triste epilogo delle scorse settimane. Ci sediamo, e davanti ad un caffè proviamo a ripercorrere questo anno di inferno, in cui il colosso cooperativo ha dovuto dichiarare fallimento. Sì, perché –  come afferma Maurizzi – “la liquidazione coatta amministrativa è identica al fallimento”. La Coop costruzioni non esisterà più, è questo il primo e duro verdetto della trattativa che si è protratta per un anno circa. Mesi passati a rincorrere una soluzione che salvasse l’azienda, che mettesse a riparo la produzione, che desse un orizzonte stabile ai 360 lavoratori della più grande cooperativa del Bolognese. Nel mese di marzo i primi accordi sindacali, i primi periodi di cassa integrazione, con la speranza  di trovare una soluzione per garantire la capacità produttiva della cooperativa.  Niente da fare. Adesso le decisioni spettano al Commissario, incaricato dal Ministero per valutare se esistono le condizioni per garantire 12 mesi di ammortizzatori sociali ai lavoratori, rimasti senza lavoro. Il dramma sociale è enorme. Adesso, bisogna fare in fretta per assicurare un anno di Cassa Integrazione; serve un atto del Ministero del Lavoro che autorizzi il ricorso alla Cig.

Le ragioni del fallimento sono tante: dalla fragilità del settore delle costruzioni, che ha visto nei sette anni di crisi perdere più del 37,8 % degli occupati, alle scelte discutibili dei principali attori del mondo cooperativo e delle istituzioni locali. “È stato un errore – afferma Maurizzi – pensare che l’edilizia potesse sopravvivere alla crisi del mercato immobiliare continuando a investire sul mattone e sul consumo del suolo. Sono mancati processi di riorganizzazione aziendale, è mancata la capacità di investire su piani di riconversione della produzione, scommettendo sulla bio-edilizia, sulle strategie di efficientamento energetico, su investimenti per la manutenzione del territorio”.

È mancato il ruolo strategico degli attori pubblici e privati nel disegnare strategie di sviluppo sostenibile: “Io non credo che la Lega Coop bolognese possa essere accusata di aver voluto la crisi dell’azienda: semplicemente è venuto meno il ruolo di direzione che ci si aspetta in momenti di grave difficoltà del tessuto produttivo locale”.

Eppure, dentro la crisi della Coop Costruzioni emerge una frattura più ampia, che riguarda il rapporto tra modello cooperativo e sistema capitalistico – e più in particolare, alla graduale subalternità del mondo della cooperazione alle regole di sviluppo del mercato privato. La peculiarità della cooperazione come forma di organizzazione economica alternativa a quella di mercato sembra scomparire del tutto, assorbita dagli automatismi dell’accumulazione capitalistica. “Non è tanto un problema di governance interna all’impresa cooperativa – afferma Maurizzi – perché anche alla Coop Coostruzioni i soci votavano regolarmente, l’Assemblea dei soci e il CDA assumevano le scelte principali in tema di investimenti e di linee di sviluppo. Il tema vero è che è mancata una visione strategica, idee di rilancio del sistema”. Un punto che spiega quanto  la sostenibilità del modello cooperativo, nell’epoca del dominio delle logiche di mercato, sopravvive solo se incentivato e rafforzato dalla mano pubblica, da un ruolo attivo delle istituzioni di governo. Non si tratta di  fare il panegirico della cooperazione come “cinghia di trasmissione” e neppure di rimpiangere la “politica degli appalti” e l’alba dorata del movimento cooperativo nell’età giolittiana; si tratta solo di notare che l’egemonia del modello capitalistico può essere messa in discussione solo se si darà nuovo impulso a forme di programmazione economica aperte e flessibili al contributo di tutti gli attori in campo. A partire – come ricorda Maurizzi – “dalla funzione fondamentale del sistema della rappresentanza sindacale”.

Uno schema che può essere riassunto nella necessità di superare il paradigma della conservazione e dell’adattamento al sistema capitalistico, che ha contraddistinto le ultime fasi della vicenda del movimento cooperativo. Non è più pensabile oggi per la cooperazione mantenere saldi alcuni punti di forza in specifici segmenti produttivi, senza rilanciare una sfida più ampia all’intero modello di sviluppo.

Un tema che richiama con forza il ruolo della politica, in una città che si appresta ad andare al voto nella prossima primavera. “Incredibile – nota Maurizzi – che il tema di Coop Costruzioni, del modello di sviluppo, della cooperazione sia dimenticato dalle liste di sinistra che si presenteranno al voto”. Implacabile  il paragone con il PCI, il partito della cooperazione e del lavoro, che sapeva saldare obiettivi di crescita e sviluppo con i diritti e la dignità del lavoro. “Che nostalgia – ammette Maurizzi – quando penso a quando, giovane delegato sindacale, sapevo di avere sempre le spalle coperte quando rilanciavo mesi di scioperi per richiedere la riduzione dell’orario di lavoro”.  Il tempo in cui era palpabile la presenza di un referente politico del lavoro, in cui non era necessario ratificare un patto con il mondo dell’impresa per sapere che qualsiasi strategia di investimento privato non poteva eludere il tema dei diritti dei lavoratori.

E poi, c’è il rapporto tra sindacato e mondo cooperativo – perché la vicenda di Coop Costruzioni e i fallimenti dei grandi gruppi cooperativi degli ultimi anni, dalla Cesi al Coopsette, riguardano da vicino le debolezze  del movimento dei lavoratori, la sua difficoltà ad esprimere una voce forte e autonoma, di costruire un fronte unitario contro l’offensiva padronale. La crisi del movimento cooperativo è la spia di una crisi più generale del sistema della rappresentanza del mondo del lavoro. “Io mi ricordo – afferma Maurizzi – che tanti anni fa, quando dovevamo organizzare una manifestazione a Roma, ero in grado da solo di assicurare tre pullman solo da Bologna, solo dai miei”.  Sembra passata una vita, un secolo, quando il movimento cooperativo era considerato una componente  centrale del movimento operaio e della capacità di incidere sugli assetti di governo dell’economia.  Era il tempo  in cui la cooperazione rappresentava il modello storico da contrapporre alle leggi dello sviluppo capitalistico.

Oggi, invece, ci restano quei 300 lavoratori: ombre scure che si allungano sulle luci del Natale, su una città che si appresta a celebrare le sue feste come nulla fosse, immersa nei riti eterni del consumo, in una enorme cappa nebulosa che copre tutto. Fumiamo l’ultima sigaretta prima di salutarci, quasi in silenzio. Lui torna in “montagna”, a Castel d’Aiano; io aspetto il primo treno  per  Modena. È sabato sera, ma nessuno di noi due se n’è accorto.

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