Solo Andata

23. Per Imparare a non abituarsi

 Maddalena Vatti

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Tacita Dean, Fernweh, 2009

Amarcord ha smesso di essere ‘mi ricordo’ da quando è diventato un film di Fellini, e ha cessato di raccontare la storia di un paese romagnolo quando si è cristallizzato nel tableau vivant vagamente nostalgico di un Italia premoderna e rurale.

Penso di rientrare nella stereotipata classe di coloro che si struggono al pensiero di una terra altrettanto lontana e stereotipata — un Amarcord ricordato in sogno, ridondante, e perciò irrecuperabile — la classe dei provinciali. Così, a parlare di migrazione la prima cosa che mi viene in mente è che il mio biglietto ‘solo andata’ l’ho comprato a vent’anni, quando ho lasciato la Toscana per trasferirmi a Bologna. Mi viene in mente che con le incomprensioni linguistiche, i gap culturali, le gaffes inopportune quando credevo di poggiarmi sul suolo comune di una lingua Madre e invece nessuno mi capiva, anche quelle le vivo da anni. Ho dovuto imparare, per esempio, che il mio senso dell’umorismo per alcuni era cinismo, e che il toscano, vanterie a parte, talvolta scivola in un dialetto incomprensibile che sopravvive solo nei borghi senesi. Capire, anche, che il sentimento della nostalgia, se pur di sentimento si tratta, a volte non è che un inganno, un’illusione ottica, e che è l’abitudine, invece, il nostro paio di occhiali a lenti bifocali, la verità.

Per me l’emigrazione, fin dal principio, è stato questo. Distorcere il luogo in cui approdavo attraverso la nostalgia di quel che mi mancava. Cercare nel nuovo quello che non c’era. Poi, piano piano, abituarmi. Cominciare a dare contorni alle cose, tracciare i confini geografici, le mappe dei sentieri percorsi. Una volta, parlando con un amico di Bologna del perché ce ne fossimo andati, ancora, anche da Bologna, mi spiegò di come si vada all’estero soprattutto per cambiare, ma di come l’importante sia non assuefarsi. Ci vidi molta saggezza eppure ancora non distinguo se cambiare in parte non sia già abituarsi a un luogo. E l’abitudine, assuefazione.

Bologna non mi era mai stata stretta, ma andare all’estero premeva come un dovere e una conquista. Si trattava ancora di un tempo in cui credevo che il viaggiare si dovesse accompagnare a un obbligo d’autenticità. Andandomene all’estero volevo fuggire il più lontano possibile dagli italiani, e perciò boicottai gli aperitivi dell’EAP, i meeting dell’Overseas, le cene all’osteria dell’UNIBO, e tutto quel che avesse come invito un acronimo sospetto. Ignorai, religiosamente, ogni e-mail. La verità è che sapevo di non avere abbastanza coraggio per trasferirmi all’estero indipendentemente, fuori da una protettiva, materna istituzione accademica. E ben consapevole della sicurezza che mi avrebbe garantito uno scambio universitario, cercavo così di dare alla mia migrazione un significato che non aveva: l’imprevedibilità dell’incontro con l’ignoto, il diverso.

Partivo per l’America, con una lettera motivazionale che faceva appello a Pavese, che l’America l’aveva solo immaginata, e alla Pivano, che invece l’aveva tradotta. Fra le righe trapelava l’Urlo, e un’idea di terra vaga e confusa, disegnata seguendo il coast-to-coast di Sulla Strada. I miei primi sei mesi di permanenza li trascorsi alla maison Alpa Sigma Phi, una confraternita nerd di soli uomini. Raro esempio di come la differenza fra il fidarsi e il sospettare dell’immagine mediatica sia un discrimine da accantonare come inutile, tanto semplice è l’identità fra le due azioni quando di America si tratta — Animal House, per intendersi, l’abbiamo visto tutti. Fu così che il motivo della mia permanenza in una confraternita, quel desiderio di ‘esperienza autenticamente americana’ che volevo vedere soddisfatto, si realizzò in tutta la sua portata, mostrandomi, sfacciatamente, il profilo sfigurato di una California che non conoscevo, ma che altrettanto era lì, presente e vera proprio nelle sue finzioni, nelle sue charades, nel suo associazionismo segregazionista e forzato. Scelsi di non vivere con italiani e di non parlare italiano per riuscire ad integrarmi. Disintegrò quest’illusione rendersi conto che ‘appartenere’ era cosa preclusa in partenza.

Ero solo tenant, e non veramente brother, e la mia faccia, a differenza di quelle degli altri, non stava appesa e incorniciata in nessun annuario AlphaSig. Facevano cene ‘for members only’, e mensili rituali con tanto di toghe, black books e candele bianche. Il tutto avveniva nella massima segretezza e io come un fantasma spesso mi aggiravo, quando la casa s’acquietava, sperando di cogliere uno di loro e rivelargli la sua assurdità, se sorpreso nell’atto di accedere alla stanza delle iniziazioni. I confratelli si nutrivano solo di cultura americana. Serie televisive americane, film americani, videogiochi americani, blog americani, Netflix, Business Insider, una venerazione smodata per la Silicon Valley e tutto il resto. Purtroppo, tutto quello che dell’America avevo amato e per il quale avevo deciso di studiare in California, a quanto pare, era un sapere impopolare. Parlavamo molto di cibo, e del fatto che l’America sia così grande da dissolvere quel che sta ‘Oltre’, sfocato nella lontananza dei suoi orizzonti. Per molti l’Italia è una penisola a sud-est di Bali, poco più su della Nuova Zelanda, emisfero Australe. Provai a spiegargli che nove ore di fuso orario non giustificavano una stagione diversa.

Cambiai presto casa, sperando di cambiare sguardo. Mi trasferii a Casa Zimbabwe (CZ), una cooperativa di 126 studenti, 60 stanze, due terrazze sul tetto che si affacciano sulla san Francisco Bay e su un filare di palme che ‘customizzano’ un tramonto a prova di europeo.

La nostalgia riusciva spesso a rendere l’ora fra le sette e le otto, the golden hour, simile alla luce dei crepuscoli italiani, finché all’orizzonte non si accendeva intermittente l’insegna del Subway, inequivocabile segnale del sognare ad occhi aperti. Tralasciati i miraggi serali, crude epifanie dell’abbaglio, la luce accecante e sfacciata della California è onnipresente. È la consapevolezza di una primavera costante, inesorabile, quasi spaventosa nella sua prevedibilità. No, non esistono le stagioni. E non si può parlare del tempo che fa, il che uccide l’ottanta percento delle conversazioni di circostanza. L’altro venti, il fatto che nessuno fuma. Solo fra Europei ci ritrovavamo a fumare sul balcone di CZ, quella una delle poche situazioni in cui sentirsi europei aveva un senso — fumare e lamentarsi.

Adesso vivo a Londra, sempre per ragioni accademiche, una città dove ci sono quattro stagioni in un giorno, dove piove per almeno due terzi dell’anno solare, e l’estate, se arriva, dura una settimana e mezzo. Neppure in questo caso ci si può lamentare del tempo: fa schifo, just get used to it. La soglia di sopportazione e quello spirito critico che a Berkeley facevano da collante e scintilla a ogni conversazione si sono rispettivamente abbassati ed affievoliti. A Londra tutti sembrano più convinti di aver fatto la scelta giusta, tutti a lodare la ‘creative city’, la metropoli, l’universo sconfinato – e terrificante – di possibilità. Gli europei, con cui mi lamentavo per non abituarmi, si sono ridotti, in sostanza, ad una mal nutrita manciata di soli italiani, lo zoccolo duro dei nostalgici. Del resto è vero che bastano poche ore a passeggio per Oxford Circus per rendersi conto che ci si trova al centro di uno dei luoghi più ricchi del pianeta: respirare, come diceva Celati, quell’aria di depressione che può essere provocata solo dai quattrini.

Mi dicevano, prima di trasferirmi a Londra, che l’unica cosa che ti salva dal sentirti perso è entrare a fare parte di un quartiere. Poiché Londra è immensa non ti senti mai ‘londinese’ fino in fondo. Puoi sentirti, però, un east-londoner, un south-londoner, ed avere così il tuo pub di fiducia, il tuo supermercato, il caffè in cui vai a fare colazione ogni mattina. Ovviamente mi sono trasferita a Manor House, una zona che più che essere un quartiere è una fermata della metro, un quadrato urbano a metà fra Seven Sisters e South Tottenham. Una delle poche aree della città la cui criminalità è stata più o meno ripulita senza generare il fenomeno della gentrificazione, che ha invece colpito East London e Peckham, con i vari hipsterismi del caso. Manor House è il quartiere dove gli stabilimenti industriali delle vecchie imprese tessili, svuotati per un mercato che si è mosso altrove, sono stati presi d’assalto da lungimiranti landlords che hanno deciso d’investirci i loro risparmi per reinventarli. Hanno tirato fuori da dei capannoni degli house-sharing con immensi spazi comuni, e grandi ateliers in cui gli artisti potessero vivere e lavorare. E’ stata, pronta ed efficace, la risposta al salasso degli appartamenti e degli studios, che in molti hanno dovuto abbandonare, ed ha fuso spazio domestico e lavorativo in una situazione edile che risponde non solo ad esigenze economiche, ma anche sociali. Le warehouse sono, probabilmente, la migliore e più produttiva scena sociale autogestita presente a Londra al momento. Da queste communities nascono collaborazioni fra registi, fotografi e scultori, fra attori e pittori, fra scrittori e musicisti. Spuntano ogni settimana nuovi workshop di yoga e meditazione, workshop di cinema, workshop di street art, graffiti, falegnameria, fotografia. Chi vive nelle warehouses è inserito automaticamente in una rete collettiva in cui ci si scambiano offerte di lavoro, mobili, oggetti, saperi.

Perciò, quando mi sono trasferita in una delle warehouses di Manor House ho sentito subito che un quartiere non c’era, accerchiata da file di villette un tempo residenziali, poi ghettizzate e ora semplicemente familiari e deprezzate. Quello che però ho realizzato col tempo è che il quartiere mi stava nascendo attorno, attraverso il reticolo collaborativo intessuto dagli artisti, studenti e young professionals che vi si sono a poco a poco trasferiti.

Essere a Londra da soli cinque mesi dovrebbe far di me una novizia alle prese con le prime impressioni, una vittima dello stato di straniera che aspetta che il luogo le prenda forma attorno, trasformandosi, poco a poco, in quel che si dice sentirsi a casa propria. Il problema è quando ci si accorge che per sentirsi a casa è bastato un mese, perché per fare di un mucchio di pregiudizi un paradigma di opinioni è stato necessario abituarsi. Continuo a pensare, insomma, che vivere in una warehouse sia il modo migliore di vivere a Londra. Tuttavia penso anche che, purtroppo, sia un sistema chiuso, che si nutre del suo essere ‘alternativa’, e che fondamentalmente preclude di entrare in contatto con quella che è la città in tutta la complessità delle sue manifestazioni.

Molti, da piccoli, sviluppano la fantasia di avere un fratello gemello, forse pulsione narcisistica del veder materializzarsi ‘un altro sé’. Alcuni, quando si accorgono che è un desiderio puerile e irrealizzabile, lo sublimano nell’imparare un’altra lingua alla perfezione, avere così un altro sé che parla e che pensa in un’altra lingua. Per me, il trucco, ha funzionato. A Berkeley l’inglese l’ho imparato dalla letteratura, leggendo Henry James e Faulkner, dialogando coi colleghi in università attraverso un registro linguistico eloquentissimo che peccava in ogni espressione pratica e colloquiale. Non era fingere di non sapere, o scegliere di parlare in un modo invece che in un altro, era, piuttosto, l’unico modo che conoscevo. Avevo una versione di me irrealizzabile ed impossibile da attuare nella mia lingua Madre, dove un possesso familiare mi aveva già offerto una gamma di registri da cui attingere e mettere in pratica a seconda della situazione. La fatica, lo sforzo, e la possibilità concreta di essere qualcun’altra hanno reso Berkeley insostituibile. Poiché è questo a rendere eccitante l’esprimersi in una lingua che non si conosce alla perfezione, il vero motivo che ci tiene lontano dai nostri connazionali agli inizi di un’esperienza all’estero: aggrapparci alla possibilità di non essere capiti e lasciare all’interlocutore la certezza di aver detto così tanto. È parlare con un local per potersi concedere quel beneficio del dubbio nella trasmissione del significato, e così ‘assicurarsi ed amplificare il mistero dello scoppio inaugurale’[1].

Credo sia questo che oggi mi fa avere nostalgia di Berkeley. Non è tanto la California come luogo, ma l’imprevedibilità di una lingua sconosciuta, capace di costruire il luogo che le sta attorno nel mistero di quel che non riesce a significare fino in fondo, e che pertanto mantiene un connotato mitico e quasi sacro. Ora che l’inglese è solo un altro modo in cui poter disporre di quel che voglio dire nel modo in cui voglio dirlo, attingendo dal registro colloquiale, accademico, o formale, lo sdoppiamento si è ritirato entro i confini del singolo, solo più abile. E ha lasciato, da giudicare, la realtà della condizione di vivere in una città straniera, non più per la lingua, che ancora la renderebbe misteriosa e meritevole di non essere giudicata, ma straniera nel modello di vita che insegna e che propone. E’ rimasta, insomma, la Londra che si può solo consumare, freneticamente, ma che non si può capire. La metropoli non spontanea, in cui ogni spostamento è pianificazione, ogni indugio perdita di tempo, ogni spesa spreco di denaro. Dove la noia è un vizio incurabile.

È rimasto, ancora, il fatto che «le stazioni si somigliano tutte…con l’odore di treno che resta anche dopo che tutti i treni sono partiti.»[2]

Perciò oggi vivo la nostalgia come una coazione a ripetere che è diventata automatismo —come una perpetua nostalgia del presente, direbbe Borges. E me ne sento addosso il residuo fisso e gocciolante, mentre temo di veder sfaldare delle radici che non riesco ad affondare. Mi chiedo quand’è che abbiamo smesso di essere la generazione dei viaggiatori e siamo diventati la generazione dei migranti. Forse la risposta era già in quelle radici che abbiamo creduto essere in mezzo alla terra, ma che già non lo erano più. Credo insomma che sia un po’ questo che mi turba. Che mi sono abituata all’essere emigrata. E forse dovrei dire emigrante, usando quel participio presente che non lascia né che la parola si cristallizzi in una ‘condizione’, né che passi allo stato passivo. Poiché la conquista sta proprio nell’accettare questo nuovo ‘stato attivo’ della migrazione, un viaggio che inizia quando si baratta il precariato lavorativo con quello geografico.

Così la lingua batte sempre dove il dente duole, lambisce le origini della parola che insiste su nostos ed algos, e che prima di parlare di tempo passato e tempo perduto parlava di luoghi, e del dolore che si prova a separarsene. Pertanto amarcord — e lo dico sapendo che non è il mio, di dialetto, che uso — ma amarcord degli aerei che ho preso, delle cose che ho perso, degli orologi che ho regolato quando non si regolavano da soli. E realizzo che, a furia di girare, son finita proprio sopra il meridiano dove vige l’ora zero.

[1] B. Lerner, Leaving the Atocha Station

[2] I. Calvino, Se Una Notte d’Inverno un Viaggiatore

3 commenti Aggiungi il tuo

  1. Gabriele ha detto:

    Splendido articolo. Grazie di questo sentitissimo resoconto.

  2. Giancarlo ha detto:

    Che bello! Ritrovarsi nelle parole e accorgersi di non essersi mai mossi da qui. Migrare in fondo è’ stare scomodamente seduti tra due ( o più) sedie. È questo può accadere anche senza spostarsi.
    Giancarlo

  3. giampaolo ha detto:

    Bellissimo articolo, narrazione potente e immaginifica. Difficile, nel leggerlo, non fare andare la mente alle proprie migrazioni passate e magari future indulgendo all’inquietitudine che ci spinge ad una continua ricerca, magari sbagliando. Ed è interessante notare a questo proposito il doppio significato di “errare” ovvero sbagliare e spostarsi. Giampaolo

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