Solo Andata

22. Cu avi a lengua passa lu mari

Chiara Impellizzeri

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Foto di D. Zito

Della lingua francese ammiro e disprezzo a un tempo quel suo insieme di piatta sintassi logico-consecutiva, affettazione cerimoniosa, e brutale schiettezza. La lingua francese cristallizza magistralmente i rapporti di potere che la sua società instaura, il contrasto tra alto e basso, tra centro e periferia, tra la «Belle Langue» dell’Académie, «Le Bon Usage»[1] della Grammatica e l’uso quotidiano; e non è un caso che il rapporto tra lingua «alta» e lingua popolare sia uno dei temi dominanti della sua letteratura ancora oggi (si pensi a Il Posto, di Annie Ernaux). In francese, una buona lettera di motivazione deve sempre concludersi con una formula di congedo di almeno due o tre righe, che assume più o meno la seguente forma: «Nell’attesa di una risposta positiva da parte vostra, resto a vostra completa disposizione per qualunque informazione supplementare desideriate avere, e sarò gioioso di poter proseguire questa descrizione in un colloquio da fissarsi a vostro piacimento/ Ringraziandovi dell’attenzione portata a questa lettera, vi prego di voler accettare, Madame, Monsieur, l’espressione dei miei più distinti saluti/ Vi prego di voler credere, Madame, Monsieur, all’espressione della mia più alta considerazione».

In francese, l’impresa per la quale lavori, chiuso tra le sue pareti per una media di otto ore al giorno, è familiarmente detta «la tua scatola»; il tuo capo è «il tuo padrone», e tua moglie è «la tua donna» (ma tuo marito è «tuo marito»); i compiti per casa sono «i doveri», e se a scuola non ti comporti bene ti sarà attribuita «un’ora di detenzione». Il francese è una lingua che, dietro le sue sonorità eleganti, rivela la cultura campestre di un popolo di allevatori, per i quali l’eccesso è espresso dall’avverbio «vaccamente» («C’est vachement bien!»), le parti intime femminili si dicono «la gatta», un giornale di pessima qualità è «un’anatra», etc… Il francese è la lingua di un ex impero che si vorrebbe ancora autarchica, che non ammette anglicismi d’uso quotidiano («computer», «walkman», «trailer», hanno un loro equivalente nazionale) ma che preserva il vocabolo straniero quando vuole, per vezzo giovanilistico hype («vivere à la cool»), per creare un proprio peculiare e distaccato politically correct (una persona «di colore» è «black») o per identificare l’Altro come qualcosa che in nessun modo va integrato alla propria cultura o alla propria verità (dal 13 novembre, in modo stupefacentemente rapido e unanime, l’uso degli acronimi ISIS o EI è scomparso senza lasciar tracce, a favore dell’acronimo arabo «DAESH»).

Il francese infine è una lingua che prevede uno scarto significativo tra quanto appreso attraverso la letteratura, la grammatica e lo studio accademico o scolastico, e il vero uso quotidiano, costruito su un lessico e una sintassi diversa, più popolare, sciatta o inelegante, e che non vi è modo di apprendere se non osservando le conversazioni altrui per mesi, accettando di non capire quasi il 60% di ciò che viene detto. Per integrarsi è davvero necessario padroneggiare registri di lingua diversissimi, da una composizione sintattica estremamente formale («Je ne suis pas au courant de cela»), allo standard corretto («Je ne sais pas»), fino al vero uso quotidiano familiare («Chais pas»). Dal canto mio, se la padronanza dei diversi registri mi ha permesso di inserirmi in un posto di lavoro e adattarmi tanto al linguaggio dei superiori o dei clienti che a quello decisamente meno curato dei miei colleghi, essere madrelingua italiana mi ha permesso di trovare un ottimo modo per arrotondare lo stipendio.

In Francia, un discreto numero di persone sono interessate a parlare l’italiano. Si tratta per lo più di un pubblico di ceto medio o alto. La maggior parte delle persone che ho incontrato in questi quattro anni studiavano l’italiano perché lavoravano nella moda, nel lusso, nel settore dei beni culturali o in quello della musica classica; perché avevano incontrato uno dei numerosissimi italiani in Francia e si erano innamorati; perché erano figli di almeno un genitore italiano, o discendenti di terza o quarta generazione da emigrati italiani; perché alle scuole medie dovevano scegliere una lingua straniera e l’italiano sembrava la più facile; perché, infine, erano desiderosi di padroneggiare una lingua e una cultura che consideravano affascinanti e prestigiose (con motivazioni, dunque, molto prossime a quelle di un italiano che studi il francese per passione). Infine, nel mio quotidiano ho incontrato anche un’altra categoria di parlanti italiani, una categoria che non è interessata ai miei corsi privati ma parla meglio di tutti i miei amici che l’italiano l’hanno studicchiato a scuola: per ovvie ragioni geografiche sono per lo più arabi e africani, fanno i commessi nelle superette 24 ore o negli internet point e mi dicono di aver vissuto e lavorato in Italia per due, tre, quattro o più anni, di solito al centro-nord.

Come molti italiani laureati in materie umanistiche ed emigrati in Francia, anche io da quest’anno mi sono iscritta al Capes – Sezione Italiano, concorso nazionale a cattedre per diventare insegnante di ruolo nella scuola pubblica francese. Il concorso prevede una media di 30 posti l’anno per 900 inscritti, tra i quali solo 500 si presentano effettivamente alla prima prova, e solo 80 vengono ammessi alla seconda prova. Tra i partecipanti, mi sembra di capire che la maggior parte siano italiani madrelingua emigrati in Francia, e solo una minore percentuale siano i francesi che hanno scelto di studiare l’italiano. Nel contesto della preparazione al concorso, seguo (con poca costanza, a causa del lavoro) dei corsi universitari che appartengono a una nuova Larea Magistrale in «Mestieri dell’Insegnamento». Nella mia classe gli studenti francesi sono tre, mentre gli italiani una ventina: quando ci chiedono perché vogliamo insegnare in Francia ci tocca spiegare loro che la realtà è che molti di noi, rimasti a Parigi dopo un iniziale scambio universitario, sono finiti fuori dalle classi di concorso del TFA; e che quest’anno, in ogni caso, non si hanno notizie né di un concorso nazionale né di un nuovo ciclo di tirocinio.

Mi chiedo se al posto dei miei colleghi francesi non proverei almeno fastidio per il fatto di dover concorrere contro dei madrelingua che hanno vissuto e studiato in Italia, e hanno dunque una conoscenza più naturale e immediata della lingua e della cultura italiana (tanto del canone letterario quanto dei programmi tv, della canzoni pop, delle tradizioni o della pubblicità, tutte conoscenze necessarie al momento del concorso). Alcuni dei miei colleghi francesi che seguono i corsi preparatori hanno appena finito la Licence: hanno dunque 21 anni e si preparano a un concorso che io e molti altri affrontiamo a 25 o 26 anni. La loro laurea magistrale prevede quindi una preparazione iper-specializzata dedicata unicamente alle modalità del concorso, con pochissime nozioni aggiuntive di storia della letteratura e cultura generale (argomenti che si presuppone, spesso a torto, gli studenti debbano già possedere dopo una semplice laurea triennale). I miei amici francesi rispondono bonariamente alle mie critiche spiegandomi che la Francia non è come l’Italia, dove «uno se la prende comoda» a laurearsi. I francesi pensano che si debba fare tutto in modo efficiente e secondo i tempi, per cominciare a lavorare a 24 anni e non farsi mantenere. Mentre tacitamente mi danno della bambocciona, che se ne rendano conto o no, validano il cliché di un Bel Paese di ragazzotti dove le cose si fanno con rilassatezza in un eterno clima di vacanza. Non si rendono conto né delle differenze strutturali tra i due sistemi universitari (differenze che, del resto, rendono spesso gli italiani più colti ma meno specializzati) né delle differenze fondamentali esistenti tra l’offerta lavorativa, l’assistenzialismo statale e la proposta di futuro che i due paesi offrono ai miei coetanei.

Le modalità del Capes sono peculiari al sistema educativo francese, e vanno conosciute e rispettate se si vuole avere una pallida speranza di superare il concorso. Nello specifico, bisogna sapere che il sistema educativo francese, al contrario di quello italiano di tradizione storicista, ha abolito ogni studio della letteratura o della filosofia attraverso manuali di storia letteraria, e prevede un programma che fonde lo studio classico per autori ed epoche a dei grandi assi tematici, chiamati «Nozioni», sorta di vasti contenitori pass-partout sui quali imbastire l’analisi di un autore come l’insegnamento di una lingua: «Luoghi e forme del potere», «L’amore, l’amicizia, l’incontro con l’altro», «Spazi e scambi», «Sentimento di appartenenza: singolarità e individualità», ecc…

Io e i miei colleghi impariamo, tra le altre cose, ad analizzare una pubblicità della Lavazza con Enrico Brignano che dice «Ammazza, quant’è bella» di fronte alla Primavera di Botticelli; a inserire un video sulla Fiat 500 in una sequenza che parli dei miti d’oggi; a cancellare da due pagine dell’Agostino di Moravia tutti gli impliciti erotici e le angosce edipiche, per ricavarne un testo di otto righe, proponibile a una classe di dodicenni sul tema «Le vacanze estive»; a unire a qualche riga di Dante un brano di Alberoni e un quadro di Hayez, per una sequenza sull’amore e i sentimenti. Mai, prima di essermi confrontata al gusto antologistico degli studi francesi, alla loro pretesa orizzontalità tematica, destoricizzante, all’interno di un sistema profondamente accentratore, mai mi ero sentita tanto legata alle mie radici italiane.

Nel contesto di un corso preparatorio per il Capes mi sono ritrovata a costruire una lezione attorno a un documentario sugli emigrati italiani in America, estratto dalla trasmissione Un minuto di storia di Gianni Bisiach. Il breve video raccontava l’esodo degli italiani verso le Americhe, presentando una parabola edificante nella quale, alle difficoltà del viaggio (fame, freddo, condizioni igieniche pietose, malattie, morte) e alla vergogna di Ellis Island (le visite mediche umilianti, la prigionia, il nome storpiato e americanizzato dalle autorità giudiziarie), si succedono l’integrazione dell’operaio, working class hero che partecipa alla costruzione della grande metropoli e dei suoi grattacieli, e il successo finale del self made man (il caso del banchiere Amedeo Giannini). La sequenza si prestava ad essere usata in vario modo, per parlare delle migrazioni italiane d’un tempo e di noi giovani italiani emigrati oggi, o per fare un parallelo tra le «carrette del mare» di fine Novecento e i barconi contemporanei.

Dopo questa lezione rientro passando sempre sopra i binari de La Chapelle: migranti adesso non ve ne sono più. Dopo lo sgombero della tendopoli da parte delle forze dell’ordine, i diversi gruppi insieme ad associazioni di quartiere hanno occupato svariati spazi nel 18esimo e nel 19esimo. Nelle loro manifestazioni di solito sono i militanti francesi a parlare al megafono e urlare slogan. Quando i migranti prendono la parola, parlano al megafono in una lingua che presumo sia ‘arabo’ (per lo più provengono dalla dal Sudan e dalla Libia). Alla fine traducono uno slogan in francese, perché anche gli altri presenti possano urlarlo con loro. Questa estate ho partecipato a una delle manifestazioni finite con l’occupazione di una caserma dei pompieri abbandonata: le forze dell’ordine dopo pochi minuti hanno fatto evacuare tutti i presenti e hanno richiuso dentro la caserma i restanti. Nella protesta, alcuni migranti sono saliti sugli archi del vicino ponte che attraversa i binari della stazione, e sono rimasti lì minacciando di buttarsi; non mi è ben chiaro se lo abbiano fatto per genuino desiderio di morte o per creare un diversivo che permettesse alle persone rimaste dentro di scappare senza essere notate. La loro esaltazione, data dalla disperazione e dalla rabbia, ha creato un clima di tensione quasi surreale. Avevo visto manifestazioni per il diritto alla vita e alla libertà; mai prima una manifestazione dove qualcuno minacciava il suicidio per dare visibilità a una causa. Uno di loro urlava furioso: «Tu, posa quella videocamera! Non fate foto, non voglio video!»

Nell’estate 2010, di ritorno dal mio primo anno fuori sede a Siena, ho avuto modo di fare un’analoga esperienza formativa. Poco lontano dalle coste catanesi sbarcò un barcone di migranti. Impreparati ad accoglierli, le forze dell’ordine li ammassarono al Pala Nitta, una palestra che sorge a Librino, una zona povera e periferica di Catania, in un quartiere popolare di grande bruttezza architettonica. Lì segregati molti migranti sono stati tenuti per tre giorni, per lunga parte del tempo senza nemmeno un mediatore linguistico che potesse aiutarli. Molti, ricordo, si sono rifiutati di dirsi rifugiati politici, per paura di essere sbattuti nei Cara. Molti, infine, una quantità sconcertante, erano ragazzini minorenni o appena maggiorenni. Avvisata, ho raggiunto i pochi compagni che erano andati a manifestare davanti al Pala Nitta. Attorno a noi c’erano solo gli abitanti del quartiere alle finestre e piccoli mafiosi venuti a minacciare, infuriati come iene della nostra presenza nel luogo (più protestavamo più durava la presenza della polizia). Quando alcuni di questi ragazzini, talvolta senza nemmeno le scarpe, uscivano dal Pala Nitta per essere caricato sugli autobus, una nostra compagna di origine maghrebina provava a comunicare con loro, urlando al megafono per spiegargli cosa gli stava succedendo e dove li stavano portando, e facendo in un primo tempo impazzire la polizia che si chiedeva quali frasi sobillatrici stesse gridando.

Un ragazzino, spaventatissimo e stanco, ha urlato in risposta che voleva tornare a casa. La morale della storia fu che nonostante la nostra modesta presenza e il tentativo di mediazione da parte dei legali per poter parlare coi migranti e controllare se vi fosse per loro possibilità di domandare l’asilo politico, gli ‘adulti’ vennero messi su un altro autobus e imbarcati sul primo aereo di ritorno. Questa è stata la prima e ultima volta che ho assistito alla gestione vergognosa di uno sbarco di migranti in Sicilia; i miei compagni a Catania invece ne hanno visti molti altri, e li hanno raccontati (oppure qui ) o fotografati. Io li seguo da lontano, da Siena o da Parigi, con il sentimento di inutilità e vergogna del turista.

C’è un detto siciliano che dice: «Cu avi a lengua passa lu mari», «Chi possiede la lingua attraversa il mare». Significa, concretamente, che chi sa parlare bene, «chi ha le scuole», riesce a superare le difficoltà della vita. È un detto molto significativo, che raccoglie in sé la weltanshauung di un popolo: il sussiego tutto meridionale per la cultura come strumento di riscatto sociale; la visione cinica della lingua come strumento retorico di potere e di dominio, latino degli Azzeccagarbugli; la metafora poetica, tutta mediterranea, del mare come ricettacolo di pericoli; l’attraversamento del mare, la migrazione e l’uscita dallo stato di insularità come simbolo del successo e della fine della difficoltà.

Ci ripenso sull’aereo che mi riporta in Italia per le vacanze: ripenso al mio ultimo viaggio, alle lingue che mi permettono di vivere tra due e più paesi, di «rubare il lavoro ai francesi» e aspirare a un posto fisso che non posso avere nel mio, facendo lezioni sui miserabili migranti dell’Ottocento. Ripenso ai miei studenti che imparano l’italiano per piacere superfluo, e al commesso africano che lo ha imparato per necessità, ripenso agli operai italiani sui grattacieli di Manhattan, e al viaggio del commesso, da lavapiatti in nero a Milano fino all’épicerie parigina. Ripenso ai migranti che esprimono la loro rabbia in arabo, ai mediatori linguistici assenti; ripenso al Cara e ai centri Sprar dove, come mi racconta V., i migranti si annoiano e si deprimono senza quasi altra attività che i corsi di italiano; ripenso a V., tornato a Catania dopo una specialistica in centro Italia e un paio d’anni di tirocinio in un ospedale argentino, che nelle sue sedute di supporto psicologico ai migranti parla per lo più inglese. Ripenso alle prime ore della sera del 13 novembre, quando Hollande ha annunciato la chiusura della frontiere; al potere simbolico insito in quella frase, come se un grosso portone di ferro fosse stato chiuso, mettendo in salvo la Francia; alle reazioni ignoranti e di pancia di chi mi stava accanto e si domandava se, con le frontiere chiuse, l’aereo per rientrare in Italia sarebbe stato annullato; alle nostre migrazioni, diverse e imparagonabili, che ogni giorno si sfiorano e si scontrano.

[1] «Le bon usage» è il titolo della grammatica di riferimento della lingua francese di Maurice Grevisse, testo fondamentale per qualunque studente che prepari il Capes o l’Agrégation.

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