Scrivere per (ri)pensarsi. Una conversazione su “Gli anni” di Annie Ernaux

Claudia Crocco, Marco Mongelli e Gaia Tomazzoli

A. ERNAUX, Gli anni, L'Orma

Gaia, Marco e Claudia hanno letto Gli anni e non volevano che tutte le immagini scomparissero. Così ne hanno parlato insieme e hanno deciso di scriverne e di non usare il “noi” — troppo rischioso — né l’impersonale — troppo macchinoso in italiano; hanno un po’ rimpianto l’ “on” francese, e alla fine hanno deciso di lasciare i pensieri in forma di dialogo.

Marco: Cominciamo col dire che Gli anni, uscito nel 2008 e meritoriamente pubblicato dall’Orma quest’anno con la traduzione di Lorenzo Flabbi, è un gran libro: importante, originale, bello.

Gaia: E cominciamo anche col dire che è un libro tutto legato al tema della memoria e del ricordo. Dalla prima all’ultima riga, Ernaux svolge il racconto della storia collettiva che ha abitato, e insieme, al suo interno, il racconto della sua storia individuale. Storia interamente mediata dal ricordo, perché al di fuori di questo nulla ci appartiene — come dice la splendida epigrafe di Ortega y Gasset. La memoria e il ricordo non costituiscono però un filtro passivo, quanto piuttosto un istinto insopprimibile, perché «come il desiderio sessuale, la memoria non si ferma mai» (p. 12).
Scrivere è uno strumento per pensarsi: in diversi luoghi la voce narrante racconta di successivi abbandoni e ritrovamenti della scrittura, lasciata da parte durante l’università e ripresa dopo la pensione.

M: Sì. La sua storia individuale si innesta nella Storia collettiva ed è raccontata attraverso le descrizioni dell’universo mentale delle persone come Annie e di quelle che le sono vicine, della sua o delle altre generazioni. Sono riportate le abitudini, le aspettative, i pensieri, in generale gli schemi mentali che si fanno “frasi tipo”, banali perché intrise di senso comune, eppure indubitabilmente vere.

G: Certi elenchi di frasi tipiche, specie quelli dell’inizio, mi sono sembrati geniali, un’operazione nuova ed efficacissima. «Quelle frasi sono il nostro latino, il vocabolario dei nostri giorni andati, sono come i geroglifici degli egiziani o degli assiro-babilonesi, la testimonianza d’un nucleo vitale che ha cessato di esistere, ma che sopravvive nei suoi testi, salvati dalla furia delle acque, dalla corrosione del tempo»; così scriveva Natalia Ginzburg in Lessico famigliare. Ma ricostruire il vocabolario di una famiglia è un’operazione di semiosi affettiva; nel romanzo di Ernaux è il lessico sociale ad essere recuperato e ricostruito in tutta la sua banalità, nell’alienazione di una ritualità collettiva e irriflessa.

Claudia: Più che banali sono frasi superficiali, nel senso che descrivono una vita di superficie (oggetti, luoghi, acquisti, negozi, medicinali, cibo, vestiti). Il cambiamento di questi aspetti materiali, però, è essenziale: è tutto ciò che possiamo vedere — e che, quindi, realmente conta — dei cambiamenti economici e sociali di quegli anni. Notavo che la struttura dell’elenco è più frequente all’inizio e alla fine del testo. In tutto il libro, però, c’è un’accumulazione di oggetti fisici. E non sorprende: la memoria è attivata innanzitutto da sensazioni fisiche. È commentando gli oggetti (e parlando dei loro aspetti sensibili) che Ernaux parla del proprio tempo: la pillola anticoncezionale, il frigorifero, il telefono, la televisione, il computer, i vestiti.

L’arrivée de plus en plus rapide des choses faisait reculer le passé. Les gens ne s’interrogeaient pas sur leur utilité […] » (p. 89, edizione francese).

Elle ne sait pas ce qu’elle cherche dans ces inventaires, peut-être, à force d’accumulation de souvenirs d’objets, redevenir celle qu’elle était à tel et tel moment (p. 179).

Il y avait dans les nouveaux objets une violence pour le corps et l’esprit que l’usage effaçait rapidement. Ils devenaient légers (p. 199).

Nous étions debordés par le temps des choses (p. 220).

G: In un romanzo così costruito, uno si aspetterebbe una voce che dica “io”, un personaggio in qualche modo definito, che si relazioni con la società nel senso di un’appartenenza o di una distanza. Invece non c’è un personaggio vero e proprio: la narrazione è tutta impersonale, e all’interno ci sono momenti di focalizzazione su un “lei” che è semplicemente qualcosa di un po’ più specifico e coagulato rispetto al flusso del “noi”. In questo modo l’autrice dà l’illusione di descrivere nel dettaglio la sua intimità, mentre le reticenze sono enormi, e tutto l’universo personale rimane indistinto.

M: Esatto, e il punto è che l’utilizzo di questa voce collettiva esclude la possibilità di adesione/distacco. D’altronde ci sono almeno un paio di meta-riflessioni talmente chiare, da parte della narratrice-autrice, che non c’è da discutere molto sul cosa e sul come dell’operazione ma al massimo sulla riuscita, per me totale.

G: Sì, anche per me totale.

C: Secondo me determina distacco, certo; anche differenti messe a fuoco a seconda del pronome utilizzato. Non solo Ernaux alterna “on” e “nous”, ma anche “les gens” e “personne” + negazione; e lo fa nel giro di una o due pagine. Ad esempio:

Les gens étaient habitués à la violence et à la séparation du mond: Est/ouest, Khrouchtchev le moujik/Kennedy le jeune premier, Peppone/Don Camillo, JEC/UEC, L’Huma/L’Aurore, Franco/Tito, cathos/cocos. Sous le couvercle de la guerre froide à l’extéreieur ils se sentaient tranquilles à l’intérieur. […] Nous, on préparait nos certificats de license en écoutant le transistor. On allait voir… (pp. 80-81)

In alcuni casi parla di sé dicendo “elle”:

Elle voit l’avenir comme un grand escalier rouge, celui d’un tableau de Soutine reproduit dans le journal Lectures pour tous, qu’elle a découpé pour le coller sur le mur de sa chambre à la cité. (p. 88).

M. Ci sono dunque la terza persona per parlare di se stessa, il noi impersonale ma collettivo, e persino il “loro”: mi ha colpito molto la disinvoltura, l’abilità, la nonchalance, mi verrebbe da dire la sprezzatura con cui è capace di passare da una persona all’altra, dal lei al noi.
Ma quel “noi” (on/nous) è davvero così impersonale? Sicuramente è de-individualizzato, ma mi pare che si possa scorgere con precisione l’appartenenza sociale e politica della voce narrante: una borghesia nuova (che viene dal mondo contadino, o comunque è estranea alla città) che diventa parigina ma non ha la solidità delle convinzioni comuniste né l’arditezza dei nouveaux philosophes. Questo per dire che il non-detto, che invece deve essere detto, è che anche quello sguardo è socialmente e politicamente connotato, che se non fosse “quella” professoressa non solo non avrebbe votato Mitterand ma non sarebbe stata la cinquantenne che è a un certo punto della narrazione. Anche le generazioni non sono così coese: nonostante la tv, la società di massa e via dicendo, non solo il modo di vestire ma i desideri, le paure, i comportamenti di coloro che non sanno “pensare se stessi” erano diversi. Limiterei dunque la portata “sociologica” del discorso perché esclude una gran parte di mondo. Credo che di questo bisogna essere consci, laddove il limite di molti discorsi sul contemporaneo invece è proprio la non assunzione di questa parzialità del proprio sguardo “intellettuale”.
Tuttavia, la Storia della Francia dal secondo dopoguerra qui raccontata riesce allo stesso tempo a essere esaustiva nella ricchezza di particolari, dettagli, umori. Nonostante sia in qualche modo sovrapponibile con la Storia d’Europa e dell’Occidente, mantiene la sua specificità.

G: Questo tema è paradossalmente più interessante per un lettore non francese, che pure perde inevitabilmente una parte più o meno ampia di riferimenti, perché ci si trova continuamente a fare il confronto con la propria storia (vissuta o sentita raccontare). Alcuni eventi e alcune reazioni hanno dimensione globale, altri solo francese, altri più ristretta ancora; ci sono descrizioni estendibili o per lo meno paragonabili a quelle che si potrebbero dare della situazione italiana, e altri molto più specifici, come dicevi tu. Tutti questi piani si intrecciano ma rimangono in qualche modo incommensurabili:

Non c’è nessun rapporto tra la sua vita e la Storia, tuttavia le tracce di quest’ultima sono già strettamente collegate a sensazioni personali, il freddo grigiore di un mese di marzo – sciopero dei minatori –, l’umidità di un fine settimana di Pentecoste – morte di Giovanni XXIII –, la frase di un amico “tra due giorni scoppia un’altra guerra mondiale” – la crisi di Cuba –, la coincidenza tra una notte passata a un ballo dell’Unef e il colpo di stato dei generali, Salan, Challe eccetera. Il tempo degli eventi non le appartiene, e men che meno quello dei fatti di cronaca, detesta le notizie tappabuchi; il suo tempo è fatto a sua immagine. (p. 95)

M: Un’altra cosa molto interessante che ho notato è che nella dinamica generale di spersonalizzazione anche la biografia dell’autrice è utilizzata con parsimonia. Ad esempio non si fa nemmeno un cenno al suo 1974, che pure vede la pubblicazione del primo romanzo: è bypassato, in effetti, tutto il suo ruolo pubblico. Sembra un’autobiografia selettiva e strumentale, senza nessuna finzione. Un altro io possibile? Un’altra via rispetto all’autofinzione, praticata, seppur sui generis, nella Place?

C: Vero. Alcuni eventi che normalmente sono rilevanti nella vita di una persona (e, di conseguenza, aprono spazi narrativi ampi) sono ridimensionati nella sua autobiografia. Fra questi, anche la malattia: nomina di sfuggita un cancro al seno, ma non è un evento centrale.

G: Per proseguire il discorso sulla manipolazione del tempo nella dinamica individuale/collettivo — anche se forse è una riflessione banale — direi che il maggior successo del libro è restituire così accuratamente il modo in cui gli eventi evolvono impercettibilmente per chi è immerso nel flusso del tempo. Le descrizioni di certi momenti storici sono spesso molto esatte: si ha proprio l’impressione che in un paio di frasi sia catturato il sentire di un momento preciso, e però nell’arco del romanzo il tempo scivola sempre senza grosse cesure. Si arriva alla fine del libro e si ha la chiara percezione di quanto le cose siano cambiate rispetto all’inizio, ma gli snodi cruciali si dissolvono subito nell’uniformità del tempo — anche perché nei momenti in cui la mutazione sembra storicamente annunciata ed evidente in realtà viene poi spesso disinnescata. E il discorso vale tanto per i fatti relativi alla vita dell’autrice, quanto per eventi di portata storica.

M: Preciso.

C: L’espediente della fotografia come punto di partenza serve a ribadire la frammentarietà della memoria: come dicevi poco fa, Gaia, questo libro riesce a rendere in modo icastico il modo in cui ci sentiamo immersi nella vita e nel tempo; ed è senz’altro un modo frammentario, scisso. Tuttavia gli istanti che Ernaux lascia emergere, che separa dal magma grigio del ricordo, non sono più significativi degli altri. Paradossalmente le foto aumentano l’effetto di distacco dall’io e la messa fra parentesi o in minore della propria vicenda personale. Il senso delle foto non è esaltare alcuni attimi, ma piuttosto alimentare il racconto a posteriori dell’autrice che non è su se stessa in quanto individuo d’eccezione, ma è appunto una ricomposizione dello spazio grigio di contorno.

Elle a commencé un roman où les images du passé, du présent, les rêves nocturnes et l’imaginaire de l’avenir alternent à l’intérieur d’un «je» qui est le double décollé d’elle-même. Elle est sûr de n’avoir aucune «personnalité». Aucun rapport entre sa vie et l’Histoire […] (p. 89)

G: Secondo me però nonostante le foto siano un momento importante e la scaturigine della narrazione, il centro del ricordo rimane il rapporto l’immagine impressa nella memoria e la parola che la cattura. Proprio all’inizio viene evocato lo svanire delle immagini-ricordo, e, subito dopo, quello delle parole:

Il dizionario costruito termine dopo termine dalla culla all’ultimo giaciglio si estinguerà. Sarà il silenzio, e nessuna parola per dirlo. Dalla bocca aperta non uscirà nulla. Né io né me. La lingua continuerà a mettere il mondo in parole (p. 17)

Nel sentimento del tempo alimentato dalla descrizione delle foto non c’è dunque una vera e propria epifania, perché la descrizione in terza persona produce uno sdoppiamento rispetto al racconto dei ricordi, e questo sdoppiamento restituisce un senso di forte estraneità, oltre che di frammentarietà.

M: Il commento alle foto, in terza persona, è secondo me la parte meno interessante, paradossalmente.

G: Sono d’accordo. Tant’è che mi è suonato un po’ macchinoso il ricongiungimento tra la donna delle foto e la narratrice che c’è proprio alla fine, quando i due visi coincidono al punto da poter dire: «sono io». Forse quest’ulteriore sdoppiamento tra voce che rappresenta e donna rappresentata nelle foto complica troppo la frizione tra flusso del tempo e frammentarietà del ricordo. Del resto le riflessioni sul tempo abbondano, e ci si può fare un’idea della diversa percezione temporale nelle varie fasi della vita dell’autrice. Una su tutte:

Tra ciò che accade nel mondo e ciò che accade a lei non c’è alcun punto di intersezione. Due serie parallele, una astratta di informazioni ricevute e subito dimenticate, l’altra di piani fissi. In ogni momento, assieme a ciò che viene considerato naturale fare e dire, assieme a ciò che i libri, i manifesti pubblicitari in metropolitana e persino le barzellette prescrivono di pensare, ci sono tutte quelle cose su cui la società tace senza rendersene conto, destinando a un disagio solitario chi quelle stesse cose le sente senza saperle nominare. Un silenzio che un giorno si rompe, d’un tratto o poco a poco, e delle parole cominciano a sgorgare sulle cose, finalmente riconosciute, mentre al di sopra si vanno formando altri silenzi (p. 109)

Un altro aspetto notevolissimo del romanzo secondo me è la caratterizzazione della femminilità: alcuni temi, come la maternità e la sessualità, scivolano facilmente nell’inerzia e nella banalità di una certa “scrittura femminile”, con eccessi di enfasi e di sentimentalismo. Forse Ernaux era consapevole di questo rischio, perché questi temi sono affrontati con grande semplicità. Del resto dicevamo anche prima che è un romanzo in cui l’esibizione dell’intimità è più simulata che reale.

M: Sì, anche perché il resto della sua biografia è seminato negli altri libri. In questo sceglie di mettere distanza e quindi anche la sua condizione di donna mi pare non sia oltremodo funzionalizzata: è una condizione naturale e storica insieme che la Ernaux riesce a caratterizzare senza forzarla, ovvero senza né cavalcarla, né reprimerla.

C: Concordo: è una condizione naturale, caratterizzata senza forzature. C’è un femminile non canonico, senza che sia femminista. Mi hanno colpito alcuni aspetti, che non avevo mai trovato riferiti a una donna in condizioni “normali” (cioè senza che la figura femminile fosse anche oggetto di una caricatura o di una ostentazione dell’antifemminile, in qualche modo). Lo trovo molto realistico. Le considerazioni di Ernaux sulla vita coniugale, sull’identità femminile e sulla maternità sono tanto ciniche quanto icastiche, autentiche. È bella la fase di scoperta della sessualità; sono rese molto bene quella del matrimonio e della maternità, ma la migliore è forse la descrizione della sua vita erotica da adulta. La protagonista di Les années per due decenni vuole esattamente il matrimonio borghese che vogliono tutte le sue coetanee:

Avec une rapidité qui nous stupéfiait, on formait tous de minuscules cellules étanches et sédentaires, se recevant entre jeunes couples et jeunes parents, considérant les célibataires comme une espèce immature qui ignorait les traites […] (p. 94)

Poi ha due figli, che completano la conquista di un’identità borghese:

Du jour au lendemain, on était devenus des adultes, à qui les parents pouvaient enfin transmettre, sans être rembarrés, leur savoir de choses pratiques de la vie, économies, garde d’enfants, nettoyage de parquets. […] On entrait dans le souci permanent de la norriture deux fois par jour. […] Les velléités d’insouciance, de vivre comme avant, une virée nocturne avec des copains, une séance du cinéma, sépuisaient avec l’arrivée du bébé auquel, dans la salle obscure en regardant Le Bonheur d’Agnès Varda, on ne cessait de penser, tout petit, seul dans son berceau, et vers lequel on se précipiterait en rentrant […..] ecc…; […] On changeait les assiettes pour le dessert, assez mortifiée que la fondue bourguignonne, au lieu des félicitations attendues, n’ait reçue qu’un accueil de curiosité assortie de commentaire décevants […] Dans la réplétion qui épanouissait les visages de la nouvelle famille, le chantonnement de l’enfant qui voulait se lever de sieste, on était traversée par une impression fugace de provisoire. (p. 97)

Poi il matrimonio si conclude senza troppi strascichi né dolori («comme si le mariage n’avait été qu’un intermède»), e arriva un nuovo amante. A questo punto del libro c’è una scena che mi ha colpita molto: la coppia e la maternità erano state necessarie per costruire un’identità, ma ben presto il marito scompare, i figli diventano adulti ed estranei; a questo punto è di nuovo una relazione erotica a determinare una sensazione vitale, ma di tipo diverso:

Sûrement, comme dans les occasions espacées où elle se retrouve avec eux, réendossant le rôle maternel qu’elle n’exerce plus qu’épisodiquement, elle ressent l’insuffisance du lien maternel, la nécessité pour elle d’avoir un amant, une intimité avec quelqu’un, que réalise seulement l’acte sexuel, et qui lui sert de consolation dans ses conflits passagers avec eux. Le jeune homme qu’elle rejoint les autres week-ends l’ennuie souvent, l’agace à regarder Téléfoot le dimanche matin, mais renoncer à lui serait cesser de communiquer à quelqu’un les actes et les incidents insignifiants de chaque jour, de verbaliser le quotidien.

G: E se la condizione di donna non è né accentuata né soppressa è anche perché c’è questa continua alternanza tra il “lei” e il “noi”, che diluisce la centralità dell’individuo. Per di più l’io narrante tiene a distanza la se stessa del passato, che rivede nelle foto e in cui non si riconosce del tutto se non alla fine. L’identità ne esce ancor più frammentata, lo straniamento accresciuto. Nel corso di tutto il romanzo la presenza delle cose è fortissima: gli oggetti, gli eventi, i commenti, perfino la luce del singolo momento si ritagliano con grande impatto ed immediatezza, ma la distanza dell’autoriflessione tiene sempre. Mi pare che la sensazione di straniamento diventi ancor più acuta sul finale, quando i tempi si avvicinano fino a coincidere e la presa sulla realtà anziché aumentare sembra diminuire; l’urgenza del racconto non riesce ad abbattere la distanza necessaria, e dopo aver smontato e svelato il meccanismo della narrazione rimane solo il senso di quanto sia disperata la rincorsa al dare forma al «tempo in cui non saremo mai più».
Nel gioco di finzione e diffrazione dell’identità mi ha poi molto colpito il ricorso ai quadri per cristallizzare momenti di autopercezione. Ci sono almeno un paio di passi in cui l’autrice racconta di aver visto un quadro da cui si era sentita immediatamente rappresentata, e che da quel momento in poi è rimasto nel suo immaginario a raffigurare una certa idea di sé. C’è ad esempio il quadro di Soutine già citato, che Ernaux racconta di aver visto durante la sua adolescenza e di aver poi avuto sempre in mente quando doveva rappresentarsi il proprio futuro. È un meccanismo interessante e molto realistico secondo me: capita di incontrare un’opera che ci colpisce in un certo momento della vita, e cominciamo poi ad associarla a qualcosa, ad usarla come immagine di un concetto. Insomma, se dovessi individuare qualcosa di non finzionale in tutto il romanzo penso che sceglierei questo parallelo con i quadri.

Chaïm-Soutine-L’Escalier-rouge-à-Cagnes-c.-1918

M: Ottima intuizione questa dei quadri. Diciamo che ci sono i due momenti diversi di auto-analisi — che corrispondono alle due persone (“io” e “lei”) — che si intersecano. A noi piace di più il secondo, mi pare.

C: Anche secondo me è interessante il parallelo con i quadri. In qualche modo potrebbe essere uno specchio della scrittura, una metafora insomma: la percezione di se stessi (Marco giustamente prima parlava di “pensarsi”) è maggiore se si guarda se stessi come dall’esterno, cioè come se si guardasse un quadro. Guardare se stessi o qualcosa che somiglia a se stessi come se fosse un quadro è ovviamente un modo per mettere distanza, e produce appunto uno straniamento.

M: Per chiudere vorrei riportare una meta-riflessione di cui parlavo prima, che poi è una chiarissima dichiarazione di poetica. Parlando di sé in terza persona, l’autrice scrive che:

Vorrebbe unificare la molteplicità di quelle immagini di sé, separate, non accordate tra loro, tramite il filo di un racconto, quello della sua esistenza, dalla nascita durante la Seconda guerra mondiale fino a oggi. L’esistenza di un singolo individuo, dunque, ma allo stesso tempo fusa nel movimento di una generazione (p. 145)

G: Trovo interessante che proprio in chiusura ci sia un’altra dichiarazione d’intenti così precisa, come se dopo aver costruito tutto il marchingegno lo volesse smontare davanti agli occhi del lettore per mostrare come funzionava:

La forma del suo libro può dunque emergere soltanto da un’immersione nelle immagini della sua memoria per esporre in dettaglio i segnali specifici dell’epoca, dell’anno, più o meno certo, nel quale esse si situano – per collegarle tra loro e ad altre ancora, e sforzarsi di riascoltare le parole delle persone, i commenti sui fatti e sugli oggetti estrapolati dalla massa fluttuante dei discorsi, quel vociare che apporta senza tregua le continue formulazioni di ciò che siamo e dobbiamo essere, pensare, credere, temere, sperare. Di ciò che il mondo ha impresso in lei e nei suoi contemporanei se ne servirà per ricostituire un tempo comune, quello che è trascorso da un’epoca lontana sino a oggi – per restituire, ritrovando la memoria della memoria collettiva in una memoria individuale, la dimensione vissuta della Storia (pp. 262-3)

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. unaltradonna ha detto:

    non condivido il giudizio di “non femminista”, cosa significa? lo è, è politico e femminista, in quanto esprime un modo essere donna che sfugge alle coercizioni e alle convenzioni. Pensare a “Femminista” come sinonimo di forzato o antifemminile è un giudizio di valore molto parziale, povero, poco documentato.

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