Magia e destino: fate e folletti nelle fiabe

Francesca Matteoni

William Blake - Oberon, Titania and Puck with Fairies Dancing
William Blake – Oberon, Titania and Puck with Fairies Dancing

Fate e folletti sono tra le creature soprannaturali o magiche più comuni del nostro immaginario fiabesco. Sulla prima definizione molto ci sarebbe da dire: quali abitanti della natura o di spazi domestici – cantine, soffitte, cucine e botteghe, ben poco hanno dell’ultramondano – sembrano piuttosto ben calati nel mondo, pur nella loro ambiguità di esseri assimilabili sia ai vivi che ai morti. Mentre la magia si manifesta in loro in modi assai diversi, più o meno potente e riconoscibile.
Se pensiamo alle fate quali dame del destino e alle loro rappresentazioni letterarie, vedremo donne malevole o benigne, in grado di elargire doni agli umani.

Personaggio che corrisponde a queste caratteristiche per eccellenza è la fata disgraziatamente dimenticata alla nascita della primogenita dei reali, che, non invitata (perché ritenuta da tempo morta o scomparsa), si presenta alla festa di battesimo per porgere il suo dono mortale. È un’altra buona fata a correre in soccorso – non sciogliendo l’incantesimo, ma variandolo cosicché la principessa non muoia, pungendosi con un fuso il giorno del suo sedicesimo compleanno, ma cada, piuttosto, in un sonno di cento anni portando con sé nelle braccia di Morfeo tutta la corte. Così nella versioni di Perrault e dei Grimm de La bella addormentata nel bosco, le fate sono dispensatrici di vita e di morte: fungono infatti da madrine – protettrici arcane che vedono e giungono dove nessun genitore può agire.

E, ancora in Perrault, madrina è la fata che veglia su Cenerentola. Muta una zucca in cocchio, il topo nella trappola in cocchiere, le lucertole in lacchè, gli stracci che ricoprono la ragazza in vesti d’oro e d’argento tempestate di gioielli e infine fa comparire le famose scarpette di vetro. Ma la sua magia ha un limite: allo scoccare della mezzanotte tutto tornerà com’era originariamente. Di fatto la fata madrina non crea dal nulla, ma opera su creature e oggetti già esistenti, interferendo con la loro forma apparente. Il potere delle fate non genera, semmai devia il corso delle cose o interferisce con lo sguardo, la prospettiva degli umani. Una zucca è già in sé una carrozza barocca… e la bellezza di Cenerentola non risiede nei lustrini, ma nel carattere che deve solo essere evidenziato – esposto con un po’ di magia.

Un’altra celebre fata madrina appare in Pelle d’Asino, dispensatrice non di doni, ma di consigli alla principessa che tenta di sottrarsi ai propositi incestuosi del padre. Con i suoi suggerimenti la fata si comporta in modo simile alla madrina di Cenerentola, mirando alla modifica dell’aspetto esteriore della principessa. Tuttavia dove Cenerentola viene rivestita di abiti preziosi per attrarre l’attenzione del principe e recuperare il posto sociale che le spetta, la protagonista di questa fiaba desidera (e ottiene) vestiti impossibili, che brillino della luce degli astri e del cielo, nel tentativo di scoraggiare il padre e allontanarsi da una volontà impostale e niente affatto condivisa. Cenerentola in questo senso è avvantaggiata – è un’orfana: non deve svincolarsi dai desideri paterni per far emergere i suoi propri. La principessa che diverrà Pelle d’Asino invece dovrà nascondersi dal genitore per divenire autonoma. Riponendo le vesti sgargianti e indossando la pelle dell’asino, si farà simile a Cenerentola, tutta coperta delle cenere del camino da cui prende il nome. E, se vogliamo essere radicali, entrambe condivideranno la sorte della bella addormentata, scomparendo loro in travestimenti e abiti umili, lei nel sonno, avvolta dai rovi che la estraniano dal mondo.

La magia delle fate madrine permette quindi alle protagoniste delle fiabe di scoprire la loro identità, rinascere come individui sociali. Ma perché questo avvenga occorre prima di tutto una separazione – per decesso, fuga, incantesimo – dal nucleo familiare, dalle certezze e dalle volontà altrui – paterne o materne che siano. L’eroina lascia i genitori e incontra la fata – il destino, lo spirito guida: una figura ausiliaria e intermediaria tra il nido familiare e la vita indipendente. Non è un caso, per esempio, che nella versione dei Grimm di Cenerentola non compaia la fata madrina, ma un uccellino bianco, che abita tra i rami dell’albero cresciuto sulla tomba della madre. Sepolta, la madre si trasforma in una compagna, una forza spirituale che ha forma volatile e che sostiene la figlia nelle sue difficoltà, senza decidere per lei.

Ne Le tre filatrici si ripresenta il motivo della parentela tra fate e protagonista, sebbene sia qui assente ogni rimando luttuoso. Riassumendo, la storia va così: una madre, che sta sgridando la figlia per la sua pigrizia, mente alla regina capitata casualmente fuori dalla dimora delle due donne, dicendole che la ragione di tante urla è al contrario l’eccessiva operosità della ragazza, che fila da mane a sera, senza posa e con ottimi risultati. In un eccesso di entusiasmo la regina accoglie la fanciulla al castello per darla in sposa al principe (che immaginiamo virtuoso e bellissimo) – ma ad una condizione. Dovrà prima filare tutto il lino che riempie varie stanze dal pavimento al soffitto. Una volta sola davanti al garbuglio di lino la ragazza si dispera e al suo sgomento rispondono tre fate dalle fisionomie grottesche. Fileranno loro al suo posto in cambio dell’invito al matrimonio reale, in qualità di zie o cugine della sposa. Così avviene. E quando il principe, sbigottito davanti alle tre dame, con pollice, piede e labbro abnormi, chiede il perché di cotanta bruttezza, le fate dichiarano che tutto dipende dall’aver filato tanto e per tutta la vita… Inorridito il principe proibisce categoricamente alla neosposa di avvicinarsi a fusi e arcolai – pena la perdita della sua bellezza che gli è così cara.

Magia e destino sono simbolicamente uniti nella filatura e nei suoi strumenti, che rimandano alle tre Parche della mitologia greca, come a tante figure femminili: dame notturne, megere e fanciulle, permalosissime, ma anche prodighe, del folklore europeo, dalla Perchta austriaca alla Befana italiana, cui anche il fuso della Bella addormentata è debitore.

Proprio questo tema ci permette di spostarci dalle fate ai folletti, incontrandone subito uno piuttosto noto, tanto abile nel filare quanto maligno e irascibile, chiamato Rumpelstiltskin nella sua manifestazione tedesca, e Tom Tit Tot nella versione inglese. Lo gnomo diabolico corre in aiuto della solita ragazza pigra, per filare prodigiosamente la paglia in oro, ma le chiede in cambio il primo figlio che le nascerà. Al momento di pagare il debito, la ragazza ha un’unica via per sottrarsi alla terribile promessa: tre tentativi per indovinare il nome della creatura. Naturalmente dopo due fallimenti, con un po’ di fortuna riesce… facendo scomparire l’esserino in modo più o meno spettacolare – vorticando su se stesso – occhi rossi, coda nera – o finendo risucchiato in una crepa del suolo.

Nonostante questo esempio, la magia dei folletti nelle fiabe è ben differente da quella delle fate, creature legate alle scelte cruciali delle protagoniste. Prima di tutto la letterarietà dei folletti si ibrida maggiormente al racconto folklorico e alle credenze diffuse sul loro aspetto e sulle loro apparizioni. Gli incantesimi dei folletti si mostrano in situazioni domestiche, nella vita quotidiana di individui non destinati alla corona. Quando la casa dorme, i folletti, non visti, si mettono all’opera. Ne I folletti e il calzolaio (o Gli elfi e il calzolaio) dei Grimm, nottetempo cuciono, suolano e rifiniscono le scarpe sul tavolo di un povero calzolaio. Grazie a loro l’uomo torna a prosperare, tuttavia quando la moglie tesse e regala ai folletti vestiti nuovi da indossare al posto dei loro vecchi panni laceri, questi se ne vanno, forse offesi, forse ritenendosi troppo belli per lavorare, e non fanno più ritorno.

Lontano dalla sfera domestica, il popolo fatato che abita le colline, antichi terrapieni nelle lande celtiche, dalla Bretagna alla Scozia e all’Irlanda, è più sfuggente e pericoloso per l’uomo. Tuttavia, seguendo la sua peculiare indole capricciosa, può anche invaghirsi di qualche essere umano, dimostrando generosità e riconoscenza. La leggenda di Knockgrafton, fiaba irlandese raccolta e rielaborata da Thomas Crofton Croker, evidenzia, tramite una caratterizzazione morale, l’ambivalenza del popolo fatato verso l’uomo. Due gobbi si attardano nelle vicinanze della collina incantata: Lusmore ascolta ammirato la canzone delle fate sui giorni della settimana, per inserirsi poi con le strofe che le creature non riescono a inventare; al contrario Jack Madden, interrompe sgraziatamente il coro, con le sue proprie rime. Le fate festeggiano Lusmore, togliendogli la gobba e rivestendolo da capo a piedi; ma, furiose, schiacciano Jack Madden sotto il peso di una seconda gobba: la stessa precedentemente tolta a Lusmore, il cui peso sarà fatale all’uomo.
Sebbene non guide spirituali di ragazze sfortunate, gli abitanti fatati della collina sembrano avere la funzione di guardiani minori del destino, presenze nascoste nel paesaggio (o negli angoli delle dimore umane), che proprio grazie alla loro volubilità, agli eccessi di simpatia o di ira cui sono soggetti, demarcano una sorta di confine etico: puniscono e ricompensano secondo un’implacabile giustizia delle piccole cose.

Un’altra fiaba irlandese, Teig O’Kane e il cadavere, è al riguardo illuminante. I folletti si mescolano alla visione della morte, pur non essendo affatto spiriti dei defunti, e la usano in modo molto concreto per riportare sulla retta via il giovane Teig, ragazzo scialacquatore e selvaggio. Magicamente infatti lo caricano di un macabro fardello: un cadavere parlante, che dovrà portarsi sulle spalle per tutta la notte, fra campi desolati, cimiteri, rocce e spettri, finché non avrà trovato il luogo per la sua sepoltura. Dopo quest’esperienza Teig abbandonerà ogni vizio per un’esistenza felice da bravo ragazzo.
Come le fate madrine anche i folletti segnano i margini dove il vivo e il morto si toccano e si influenzano a vicenda. Da questa liminalità viene tutta la loro potenza magica. Certo, qui siamo nelle fiabe, rimaneggiate dai letterati attraverso lingue e paesi affinché il portentoso e lo strabiliante delineino al meglio l’apprendistato morale del protagonista… se ci addentrassimo nelle terre delle tradizioni e delle paure popolari, incontreremmo senz’altro fenomeni magici meno edificanti: il rapimento e lo scambio di neonati umani, più sani di quelli fatati; sparizioni misteriose di latte dai secchi e mucche che danno sangue una volta munte – un destino alto che si stempera nelle questioni più immediate della sopravvivenza umana. Ma questa è un’altra storia e la si racconterà un’altra volta.

Bibliografia minima

Thomas Crofton Croker, Racconti di fate e tradizioni irlandesi, trad. Francesca Diano Venezia: Neri Pozza, 2004
Douglas Hyde, Accanto al fuoco, trad. Melita Castaldi. Parma: Guanda, 1991
Jacob e Wilhelm Grimm, Fiabe, trad. Clara Bovero. Torino: Einaudi, 2005
Charles Perrault, I racconti di mamma oca, trad. Carlo Collodi. Milano: Feltrinelli, 1993

Un commento Aggiungi il tuo

  1. luciana (@777_luc) ha detto:

    Il potere magico ha sempre attratto e sgomentato rendendo miti e fiabe contigui alla realtà . In culture che ancora ci appartengono c ‘ è chi , rientrando a casa , ne saluta la fata protettrice , una specie di genius loci .

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