Sul disagio del vivere a L’Aquila, a sei anni dal terremoto

Valerio Valentini

Via Roio

[Questo articolo è stato pubblicato su Internazionale.it il 13 novembre scorso]

 

«Come mai sta facendo le foto?».
Affacciata alla finestra, una signora sulla cinquantina mi scruta con malcelata diffidenza.
«È per un reportage che sto scrivendo, signora …».
«E vuole sapere come si vive qui?», mi interrompe. E senza attendere una mia risposta: «Non si vive. Si guardi intorno: qui a Coppito 2 ci vivono più di mille persone, e non c’è un bar, non c’è un’edicola. Lei lo vede un posto dove potersi fermare a parlare con qualcuno?». No, in effetti no. C’è soltanto qualche panchina in mezzo al nulla, lungo un viale di terriccio su cui le erbacce rendono difficile persino camminare. «Noi siamo tutti morti dentro. Lo scriva, lo scriva».
L’Aquila, luglio 2015. Dal 6 aprile 2009 sono passati più di sei anni, e per capire come è cambiata l’esistenza di chi vive in questa città, non si può fare a meno di visitare i cosiddetti Progetti C.A.S.E., i diciannove quartieri in cui L’Aquila è stata smembrata, le avveniristiche new town che avrebbero dovuto dar vita al miracolo della ricostruzione. Nei mesi dell’emergenza c’era un solo obiettivo, categorico: dare un tetto alle decine di migliaia di sfollati, e farlo in fretta. E nell’ansia di costruire (male, come in questi anni decine di incidenti, spesso tragici, hanno dimostrato) e d’inaugurare, con tanto di trionfali maratone televisive, non si pensò molto agli effetti collaterali sul piano sociale che quegli azzardi urbanistici avrebbero prodotto.
La gente che oggi ci abita, nei Progetti C.A.S.E., utilizza con una ricorrenza inquietante parole come «esilio», «deportazione», e lamenta la mancanza di qualsiasi forma di convivialità. «Quasi sempre – mi racconta una residente nella new town di Bazzano – i tuoi vicini sono dei perfetti sconosciuti, che prima del terremoto magari vivevano dall’altra parte della città, e che si sono ritrovati da un giorno all’altro nell’appartamento accanto al tuo. E come te, hanno cercato a lungo, spesso invano, di mantenere le loro amicizie precedenti, le precedenti abitudini. Il risultato? La dissoluzione del tessuto sociale, una specie di terra bruciata che si allarga intorno a ognuno di noi, quasi senza che ce ne accorgiamo. Questi sono luoghi d’incubazione del disagio: non c’è da meravigliarsi se poi ogni tanto qualcuno decide di fare un atto sconsiderato. Li leggi i giornali, no?».

Sì, li leggo. Ma mentre parlo con questa ragazza, che avrà non più di trent’anni, mi tornano in mente le parole di Vittorio Sconci, il direttore del Dipartimento di Salute Mentale dell’Aquila, che qualche giorno fa mi mostrava come in realtà non si sia registrato nessun significativo incremento nel numero di pazienti con disturbi psichici, a seguito del terremoto. «Dati alla mano, possiamo affermare che non è vero che siamo diventati una città di pazzi, come molti qui credono. E tuttavia, una convinzione così diffusa, benché infondata, è significativa: testimonia di un disagio esistenziale profondo, che si traduce in nuovi comportamenti che non sono definibili come patologici, ma che certo sono allarmanti. C’è un senso di disadattamento che dovrebbe interrogarci, tutti, su cosa è stata, per gli Aquilani, la ricostruzione: un processo subito passivamente, senza la minima partecipazione dal basso. Ogni decisione è stata accolta in maniera acritica, come se fosse inevitabile. E anche la rabbia, anche l’indignazione, oramai, sembrano essere svanite. Io ho visto davvero pochissime persone rimboccarsi le maniche, inventarsi qualcosa. E ne vedo sempre meno, di persone, interessate a discutere sul futuro di questa città».

CASE Coppito 3 (2)

[Il progetto C.A.S.E. a Coppito]

 

Luca ha 23 anni, nato e cresciuto nel centro dell’Aquila. Suo padre faceva il manovale, sua madre la commessa in una profumeria. Dopo il terremoto, ottengono una camera in un albergo nel teramano. Restano lì per sei anni esatti, e Luca si arrangia con lavoretti stagionali. Poi, ad aprile 2015, ricevono la tanto attesa comunicazione dal Comune: è stato assegnato loro un alloggio in un MAP (Modulo Abitativo Provvisorio), una versione in tono minore dei Progetti C.A.S.E. «È semplicemente invivibile», mi dice: «due stanze striminzite che col caldo diventano un forno, e ogni volta che i vicini spostano una sedia sembra che stiano per sfondarti una parete». Il padre di Luca ha cercato invano di essere assunto da una qualche ditta edile impegnata nella ricostruzione; la profumeria dove sua madre lavorava non ha riaperto dopo il terremoto. «E anch’io sono disoccupato», confessa.
«Ma perché, accidenti, siete rimasti per sei anni ad aspettare che la soluzione vi piovesse dal cielo, anziché cercare di cavarvela con le vostre forze?». Questo, è quello che vorrei chiedergli. Quello che in realtà gli domando è che cosa abbia intenzione di fare, d’ora in avanti.
«E che ne so?! – mi risponde, stringendosi nelle spalle – I miei due migliori amici sono andati a studiare fuori. Non ho più legami sociali, e soprattutto non ho un soldo. Da un po’ di tempo mi vengono gli attacchi di panico. Ho cominciato un percorso di psicoterapia».
Racconto la storia di Luca a Noemi D’Addezio.
«È una vicenda purtroppo simile a quella di non pochi dei miei pazienti», mi spiega.
Noemi D’Addezio è una psicologa della Asl dell’Aquila. A partire dal maggio 2013 ha deciso di allestire una Unità Operativa Speciale di psicoterapia, con lo scopo di offrire un sostegno preventivo a tutti i cittadini che mostrassero insorgenze di disturbi psichici.
Mi accoglie nel poliambulatorio di Paganica, alla periferia est dell’Aquila. È qui che, dopo una ricerca non semplice, ha potuto finalmente stabilire la sede del suo centro: un prefabbricato in legno, donato alla Asl dalla Croce Rossa, e subito lasciato in uno stato di semiabbandono. «La prima volta che sono entrata ho dovuto sgomberare i materassi e le sedie a rotelle che erano state accatastate nei corridoi, come in una sorta di deposito».
Avvicinandomi alla porta d’ingresso, vengo colpito da un cartello: “Si ricorda che offendere o aggredire verbalmente e/o fisicamente gli operatori della struttura sanitaria costituisce reato. Pertanto gli atti di violenza saranno perseguiti secondo normativa di legge”.
«Vuol dire che c’è il rischio concreto che ciò accada?», scherzo.
«Il rischio? Direi la certezza. Casi di questo tipo avvengono quotidianamente. L’ultimo proprio stamattina: c’è mancato poco che un signore mettesse le mani addosso ad una nostra operatrice che, a suo dire, era stata troppo lenta a dargli il resto. Ne è nata una lite che ci ha costretto a chiamare i carabinieri».
«Eccessivo nervosismo?»
«Direi piuttosto una frustrazione costante, tenuta repressa, che esplode di fronte al minimo disagio. È una condizione che riscontro oggi molto più che in passato, tra la popolazione aquilana: che certo un po’ rude lo è sempre stata, ma così aggressiva mai».
Le domando se è possibile tracciare un profilo dell’aquilano medio che si rivolge al suo centro.
«Di solito sono persone con disturbi di ansia o depressione, spesso con scatti d’ira incontrollati. La maggior parte di loro ha tra i trenta e i quarant’anni. Ma ci sono anche molti ventenni».
E quando si tratta di indicare le possibili cause del disagio, il discorso torna inevitabilmente sullo squallore dei Progetti C.A.S.E.
«Che non si potesse sviluppare altro se non una vita sociale aberrante, in quei quartieri, fu chiaro subito. Noi psicologi dell’Aquila segnalammo sin dalle prime riunioni con Bertolaso e gli altri dirigenti della Protezione Civile il rischio legato all’apparente casualità con cui venivano assegnati gli alloggi ai cittadini, senza tener conto del contesto sociale e territoriale in cui le persone avevano sempre vissuto. Ci venne garantito che era stato elaborato un algoritmo speciale che permetteva di capire come sistemare gli sfollati. Evidentemente l’algoritmo non era molto attendibile, a meno che non fosse finalizzato a creare un annichilimento esistenziale dei cittadini aquilani …».

CASE Pagliare di Sassa (4)

[Il progetto C.A.S.E. a Pagliare di Sassa] 

 

Tra gli psicologi più impegnati nel comprendere i disagi legati alle conseguenze del terremoto ci fu Rocco Pollice, responsabile del Centro Smile per la lotta agli esordi della sofferenza mentale nei giovani. Il 15 gennaio del 2014, Rocco Pollice si è chiuso nella sua ex casa, rimasta inagibile dal 6 aprile 2009, nella zona rossa vicina alla ormai celebre Casa dello Studente, e si è sparato un colpo di pistola in bocca.
«Siamo rimasti tutti senza parole. Anche perché nulla, nel suo comportamento, lasciava presagire un epilogo simile. Era appassionato al suo lavoro, un esempio per tutti noi, con una famiglia bellissima». Massimo Casacchia conosceva bene Rocco Pollice: aveva condotto insieme a lui delle ricerche sugli effetti traumatici del sisma sulla popolazione aquilana. Indagini sul campo, realizzate attraverso questionari sottoposti a centinaia di cittadini.
Neppure Casacchia condivide certe descrizioni apocalittiche: «Analizziamo il consumo degli psicofarmaci: dopo un paio d’anni in cui l’incremento era stato preoccupante, ora la situazione sembra essersi normalizzata. Ma è evidente che alcuni traumi legati al 6 aprile si sono sedimentati in una parte consistente della popolazione: disturbi del sonno, alti tassi di demoralizzazione, nonché ipertensione e obesità crescenti. E anche i medici di base, da noi consultati, hanno riscontrato un aumento sensibile di indolenza, aggressività, nervosismo incontrollato. Si registra, insomma, e più spesso la si percepisce, una sofferenza sommersa, che può deflagrare all’improvviso, talvolta in maniera tragica».
Casacchia lo dice abbassando gli occhi, e portando anche il mio sguardo su un ritaglio di giornale che giace sulla sua scrivania. A fine luglio scorso, un uomo sulla sessantina, che viveva in uno dei quartieri del progetto C.A.S.E., è stato raggiunto da una procedura di sfratto per non aver pagato il canone d’affitto. «Moroso totale», nel gergo aquilano: ha ingurgitato una quantità imprecisata di farmaci e si è disteso sul letto, dove i vigili urbani lo hanno trovato in fin di vita.
«Questo fatto dimostra come non ci sia tanto bisogno di una struttura centrale unica, quanto piuttosto di un’azione costante, diffusa sul territorio. È necessario ascoltare le ansie degli Aquilani e dare loro sostegno».
Come fare?
«Noi ci abbiamo provato aprendo uno Sportello di Prossimità, un mini-ambulatorio all’interno del Progetto C.A.S.E. di Pagliare, dove le persone possono venire a sfogarsi e a chiedere un consiglio. Ce ne vorrebbe almeno uno in ogni new town: e invece finora ne sono nati soltanto due. D’altronde, il sostegno delle istituzioni a queste iniziative è stato praticamente nullo».

Piazza San Marco

[Puntellamenti a Piazza San Marco]

 

C’è però un’altra cosa che va osservata, per capire ciò che sta avvenendo negli Aquilani, soprattutto in quelli che hanno meno di trent’anni. Mi invita a farlo anche Daniela Spaziani, responsabile del Ser.T. (il Servizio per le Tossicodipendenze) della Asl dell’Aquila, alla quale domando se, in seguito al terremoto, si sia verificato un aumento del consumo di alcool e stupefacenti tra la popolazione.
«Non sembra esser successo nulla di troppo eclatante. Nulla, voglio dire, che non si riscontri anche nel resto d’Italia: abbassamento notevole dell’età in cui si familiarizza con le droghe, tendenza crescente alla poliassunzione, cioè ai mix di alcool e stupefacenti, una generale sottovalutazione del rischio. E poi ovviamente il ruolo sempre più importante di internet, che permette con una facilità estrema di acquistare droghe nuove, non solo sintetiche ma anche vegetali, di cui spesso si ignorano totalmente gli effetti».
«E il terremoto? – domando – Quanto ha influito su queste dinamiche?».
«Ovviamente il trauma è stato enorme. Molti dei nostri pazienti storici, soprattutto eroinomani, che da anni non facevano uso di droghe, dopo il 6 aprile sono ricaduti nel tunnel, e ce li siamo ritrovati di nuovo qui. Ma va detto che, in questi casi, qualunque tipo di shock, non necessariamente un terremoto, avrebbe potuto agire da evento scatenante».
«E per quanto riguarda lo spaccio?».
«Qui in realtà qualcosa è cambiato. Prima era soprattutto il centro storico il posto dove potersi rifornire, e l’intero mercato della droga aquilano gravitava intorno a pochissime persone, spesso ben note sia a noi sia alle forze dell’ordine. Con la dissoluzione della città, si sono moltiplicati anche i posti dove trovare le dosi. Non esistono più gerarchie stabili, ma decine e decine di pusher, spesso giovanissimi. Nei garage dell’Aquilone (il centro commerciale sorto poco prima del terremoto nella periferia ovest dell’Aquila, e divenuto nel tempo il principale luogo di ritrovo e di svago della popolazione, ndr) si è spacciato moltissimo, ma anche nei vari quartieri dei progetti C.A.S.E. la pratica è assai diffusa».
Daniela Spaziani continua a mostrarmi dati e tabelle: mi spiega, ad esempio, come tra i nuovi utenti in carico al Ser.T. al di sotto dei trent’anni, ci sia una sostanziale eguaglianza tra la componente maschile e quella femminile. «In anni passati – precisa – la preponderanza di uomini era invece indiscutibile: anche questa è una tendenza recente». Poi però si ferma, mette via le carte che tiene aperte sulla scrivania e mi guarda negli occhi: «Da cittadina, in ogni caso, più che da medico, devo dire che quello che vedo per le vie del centro, il giovedì e il sabato sera, è più allarmante, e forse anche più indicativo, di quello che posso osservare stando qui al Ser.T. e studiando queste statistiche».

Il degrado dei portici del Corso

[Particolare dei Portici lungo il Corso]

 

Il giovedì e il sabato, all’Aquila, sono le serate universitarie. Lo erano prima del 6 aprile e lo sono rimaste anche dopo. Pub e birrerie rappresentano le uniche attività commerciali che hanno riaperto nelle vie del centro storico, tra le transenne della zona rossa e i palazzi puntellati. Lungo Via Garibaldi e Corso Vittorio Emanuele II è un susseguirsi ininterrotto di locali che prendono vita dalle nove di sera in poi. Le scene sono, in effetti, non troppo diverse da quelle che si possono osservare nei quartieri della movida di qualsiasi altra città, non fosse che questa ricerca dell’ebbrezza in mezzo alle macerie accatastate a bordo strada rende tutto più surreale, più miserevole. Alcuni infermieri del Pronto Soccorso hanno richiesto un cambio di turno, per non dover essere in servizio il giovedì notte: «Ho sessant’anni – mi confida una di loro – e certe visioni non riesco proprio a sostenerle». Gli psicologi con cui ho parlato in questi giorni hanno confermato un’impressione che sorge spontanea, camminando di sera dalla Fontana Luminosa fino a Piazza Duomo: l’abuso di alcool sembra essere diventato l’unica forma di socializzazione, l’unico atto identitario per moltissimi giovani aquilani.
E loro, di questo, ne hanno coscienza? Difficile dirlo. Scambiandoci qualche parola, si resta disorientati. I più piccoli, soprattutto, hanno sviluppato un attaccamento ambiguo alla città. Sono adolescenti appena entrati alle scuole superiori, che parlano in maniera commossa della loro «vita di prima», che rimpiangono il centro storico e le sue bellezze, che quando si sentono chiedere il perché della loro apatia rispondono che «non essendoci più la loro città, cos’altro potrebbero sperare di fare?».
Ma di quale città parlano, questi ragazzini? Di quale centro storico? Quando L’Aquila è stata distrutta, avevano 8 o 9 anni. Ci discuti qualche minuto e ti rendi conto che la loro percezione di ciò che L’Aquila era – un cittadina di provincia graziosa, ma dalla quale perlopiù si voleva evadere al più presto – è totalmente sballata. Chiedi loro se ricordano dov’era quel negozio, quel locale a cui tanto si dicono affezionati: e ovviamente no, non lo ricordano. Nella loro commozione per «L’Aquila prima del terremoto» si sente una nostalgia posticcia, come di qualcosa che loro non hanno conosciuto; una nostalgia che essi sembrano aver assorbito da altri e fatta propria, a giustificare la loro rassegnazione, il loro rifiuto all’impegno, alla partecipazione.

L'imbocco di Via Roma visto dall'alto

[L’incrocio tra via Annunziata e via Roma, nel centro storico]

 

«Non per tutti, però, è così», mi corregge una mia amica, da poco rientrata nella sua vera casa, alla quale racconto di questi miei incontri. Ed è vero, non per tutti è così. Eppure quando senti gli anziani riporre nei giovani la speranza della ricostruzione di questa città, ancora paralizzata da una precarietà indefinita e spaventosa, non puoi fare a meno di constatare come questi anziani non sappiano quanto poco, tra i giovani dell’Aquila, si parli del futuro dell’Aquila.

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  1. Lalla ha detto:

    Io vivo a L’Aquila, adesso. Non la conoscevo prima del terremoto, mio marito si. Ne parla come di una città viva, in cui ha potuto fare amicizie che durano ancora oggi. In cui, al momento del terremoto, lui stesso insieme a tanti altri ragazzi universitari, spesso mal visti dalla popolazione aquilana, si sono fatti coraggio ed hanno aiutato.
    Sono laureata, ma costretta a fare la casalinga, perchè qui non c’è lavoro. Non è come altrove: qui non c’è un annuncio di lavoro da anni.
    Al mattino vorrei uscire, poi penso alle distanze, e mi chiedo dove andare e perchè. Non conosco nessuno, non c’è un luogo di incontro, un posto di aggregazione in cui fare amicizia. E mi sento ogni giorno sprofondare nella solitudine. Mi chiedo cosa stia facendo questa città per noi, e la risposta è niente. Sto pensando seriamente di andar via, non voglio trascinare me e mio marito nell’oblio della depressione e vivere così male per anni. E credo che ogni persona che la città non sa tenersi stretta è una sconfitta per tutti… e per la sua stessa sopravvivenza. Tra qualche anno, continuando così, l’Aquila sarà semplicemente un paese fantasma.

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