Sul nuovo ordigno narrativo di Alberto Prunetti: Pcsp

Adriano Masci

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Illustrazioni di Michele Cerone
(click sull’immagine per vederle nelle dimensioni reali)

Scrivo quanto segue da Bologna, dove poco più di una settimana fa la città si è mobilitata contro l’arrivo di Salvini, il vigliacco seminatore di odio razziale con al seguito la sua accolita di servi del potere, mafiosi e nostalgici del ventennio nero. Siamo scesi in strada per dire a Salvini e a tutto il suo seguito che il nostro odio per un mondo fatto di classi e recinzioni, discriminazioni e sudditanze, abusi e sfruttamenti sulla pelle dei più deboli, è più forte e assetato del loro. Com’era prevedibile la reazione del potere è stata brutale e sistematica: cariche a frotte sui manifestanti. Non mi dilungo oltre perché questa non è la cronistoria di Bologna contro Salvini, ma il libro di cui vi parlo, quello sì, c’entra parecchio, in un certo senso era con me nelle strade e le sue pagine mi rimbalzavano in testa, mi sussurravano che la repressione ci butta giù, la lotta ci tira su.

***

Le fuoriuscite dal libro sono opera di un amico dal pennello facile che, non appena gli ho letto un paio di passi del libro, si è messo a lavoro con febbrile eccitazione. Gli spunti erano davvero tanti ma alla fine ne abbiamo scelti tre. L’idea è stata di restituire le atmosfere del libro attraverso tre stili diversi che veicolassero tre dimensioni diverse: l’epos, il pittoresco e il pop. Ci siamo divertiti e vorrei poter dire che le illustrazioni impreziosiscono le righe che ho scritto ma, a conti fatti, dico che sono le righe scritte a impreziosire quei disegni così vivaci e suggestivi. E lo ringrazio di cuore.

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“Marchettini e Maggiori camminano tenendo a tracolla dei fucili da caccia, quelli a canna lunga, mentre Innocenti e Biancani impugnano delle rivoltelle. Nelle loro menti si agitano le scene del giorno precedente: lo scontro con i fascisti e i carabinieri, gli arresti, i colpi che partono, la morte di un padre.”

Brevità ed esplosività

Il 5 novembre è uscito in libreria Pcsp di Alberto Prunetti, un nuovo oggetto narrativo della collana QuintoTipo diretta da Wu Ming1 per le Edizioni Alegre. Il libro si pone sulla scia degli ibridi narrativi che nell’ultimo ventennio hanno caratterizzato la scena letteraria italiana e non solo. La collana  si fa carico di tenerne vivo il solco, attraverso l’intercettazione e la pubblicazione di scritture che rispondano al dispositivo dell’ibridazione e che tuttavia orbitino assai lontano dal cross-over, ovvero il “mischione” narrativo di discutibile spessore e valore letterario.
Pcsp, come recita il titolo completo – allusivo o provocatorio rispetto a una sigla, ognuno coglie –, è una piccola controstoria popolare. Secondo Vanessa Roghi, che qualche settimana fa ha presentato il libro insieme all’autore al Salone dell’Editoria Sociale, è “la piccola controstoria popolare di una parte d’Italia, della Maremma, ma che in realtà ci parla dell’Italia in generale”. “In questo libro”, prosegue la Roghi, “Alberto prende degli episodi, degli oggetti d’archivio che stavano sotto gli occhi di tutti, da sempre, e le trasforma in unità narrative attraverso cui ripercorrere una storia che non è soltanto di un luogo ma di un paese, perché dalla Maremma si giunge ai campi di battaglia della Grande Guerra” e poi si va oltre, e poi si torna indietro, in un continuo alternarsi di passato remoto e prossimo, all’insegna di brevità ed esplosività del racconto. Pcsp è un ordigno narrativo a “miccia corta”, cioè dalla breve durata – perché il tutto si consuma in poche pagine – ma dalla stesura incalzante, in cui la distensione consolatoria è davvero bandita. L’incalzare ritmato della narrazione, tuttavia, risponde anche a un’esigenza d’archivio, ossia al fatto che Prunetti ha intrecciato alla documentazione, per così dire “ufficiale”, un’altra documentazione, quella delle voci vive: testimonianze e aneddotica delle terre in cui si è mosso da segugio, come lui stesso afferma: “la cultura popolare si basava, più che sulla scrittura, sulle forme estemporanee del racconto orale, della poesia a braccio. C’era la tendenza, attraverso queste forme, a raccontarsi delle storie…”.
Già dall’incipit ti sale una certa fotta: siamo nell’Alta Maremma di fine ‘800, un gruppo di penitenti incazzati fuoriesce dal recinto sacro e porta il flagello nelle strade, a voler incrociare quello dei minatori e dei braccianti oppressi, quello di chi non se la passa bene. I disciplinanti, sul solco di chi voleva il regno dei cieli in terra e subito, vanno in giro a flagellarsi per strada e cominciano a creare un certo scompiglio, a turbare l’ordine costituito. Battaglie lontane, come quella di Frankenhausen, sembrano risvegliarsi altrove e molto tempo dopo, sotto forma di questi primi fermenti socialisti e libertari che scuotono la terra maremmana. Il braccio della repressione si fa subito sentire, i carabinieri sono sguinzagliati a caccia degli eretici sovversivi ma Alberto ci racconta che non avranno vita facile, nel secolo che corre come in quello a venire, perché la Maremma è piena di montagne, e le montagne sono piene di boschi e caverne, e lì dentro ci si rifugia e si resiste.
Ora, ben lungi dal condurvi nelle trame del libro e farmi odiare, traccerò in breve quelli che sono, a mio avviso, gli elementi che hanno reso più accattivante la lettura di questo piccolo ordigno narrativo che è diviso in due parti, l’una complementare all’altra, come una sorta di montaggio eidetico.

Parte prima: sull’azione effettiva

Come in Amianto, il suo libro precedente, anche in questo si accavallano “dolore, divertimento, pena, riflessione e compartecipazione” (dalla prefazione di Valerio Evangelisti), ma stavolta il legame biografico con la materia narrativa ha un’altra intimità. Non che Amianto fosse una narrazione intima in senso stretto, anzi, tutto il contrario, ma al centro della storia c’era comunque il padre dell’autore. Stavolta persiste l’appartenenza geografica – la Maremma è casa di chi scrive, Prunetti se la sente addosso – eppure su di essa si stagliano storie lontane e che conducono altrove, stralci di vicende da ricostruire e far pulsare ancora come se potessero essere da monito per i contemporanei, maremmani e non, mentre ci mormorano che no, non c’è nessun dopoguerra. Per fare questo Prunetti intuisce che il dispositivo migliore è quello dell’azione. Lo aveva detto Ejzenztejn, che “l’immediatezza del fatto è un elemento puramente cinematografico” che si oppone “al gioco scenico di reazione al fatto, elemento prettamente teatrale”. La prima parte di Pcsp è composta da pagine le cui scene sembrano fotogrammi, montati col ritmo incalzante di rapidi raccordi o rallentate da descrizioni che equivalgono a lunghi e suggestivi piani sequenza. I protagonisti delle storie in cui va a ficcare il naso Prunetti, del resto, si prestano non poco. Parliamo di personaggi scomparsi nell’anonimato più assoluto ma che hanno tutti i connotati per essere restituiti alla storia: c’è la Banda del prete, c’è Marchettini detto «il Ricciolo» e Quisnello Nozzoli l’occupatore di banche, c’è il Maggiori irriducibile fuggiasco e l’oste anarchico di Prata dalla possanza biblica; tutta gente di strada e campagna, che diede filo da torcere alle squadracce nere quando calavano sulla Maremma e l’Italia tutta. Questi perfetti dimenticati Prunetti ce li restituisce con la forza del racconto che si nutre di poesia popolare e suggestioni da pellicola. Così rivoluzione e poesia si intrecciano nelle azioni di Chiaro Mori che davvero recitava ottave in rima e al tempo stesso faceva dannare l’ordine costituito col suo anti-militarismo, le busse ai fasci e la latitanza tra i boschi. Argutezze poetiche e gesta intrepide si fondono nella vita di uomini di cui Prunetti subisce e ci restituisce il fascino, con ironia e pathos strette assieme, al limite della provocazione che è quella di cantarci un vero e proprio epos maremmano:

Non parliamo poi dei campioni della mitologia. Voi mi direte: ma la rabbia del pelide Achille? E io vi rispondo che l’incazzatura dello scarlinese Angiolino Bartolommei, che di fronte a un prete che gli proponeva di vendere i suoi amici lui, cuore adamantino, offeso nel suo intimo candore, rispose a rivoltellate. […] No, obiettate, non vi piacciono questi bruti. Volete storie bucoliche, volete miti che celebrino la vita agricola, l’onestà del sudore, il duro lavoro dei campi. Vi accontento. Eccovi questo geniale seguace di Cerere, un altro Bartolommei, sempre di Scarlino, che al posto delle rape nell’orto sotterrava tubi di dinamite affinché germogliasse la rivoluzione sotto il sol dell’avvenire…

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“L’oste di Prata in azione effettiva.”

Braccianti anarchici, minatori socialisti, e viceversa, gente allergica ai preti o preti allergici alle pecorelle chine, visionari, utopisti, poeti ribelli, anti-militaristi convinti che disertano e si danno alla macchia e lì restano, come i rinnegati di Maldon antesignani di Robin Hood; si fugge dall’ombra oscura dello squadrismo che fa le sue incursioni per proteggere i privilegi dei padroni e niente più, ma si combatte anche, ostinati a non darla vinta, nei vicoli e nelle strade di campagna, si spara quando il piombo è l’unica risposta possibile a chi ti vuole morto o schiavizzato. E quando si spara, o si è nel mezzo dell’azione, la scrittura di Prunetti ha un debito evidente con un altro epos che lo ha segnato nel profondo, l’epos del cinematografo. Come Steve Mcqueen compare tra le pagine di Amianto, altro testimone della working-class e vittima della stessa sostanza che ha ucciso tanti operai in fabbrica, in Pcsp è impossibile non respirare l’epopea western. La Banda del prete che si incammina, armi alla mano e passi pesanti nella pozzolana, per vendicare un compagno ucciso, ti fa subito saltare alla mente i fotogrammi finali di Mucchio Selvaggio; stesso mood, stessa camminata, stesso epos. O ancora: il Marchettini e il Maggiori circondati dai carabinieri in un podere maremmano, sembrano proprio Butch Cassidy e Sundance Kid accerchiati dai rurales in un pueblo messicano. Ma gli eroi di Prunetti vengono dal basso e lì rimangono: sono sfruttati, che si spaccano nei campi o nelle miniere, sono gente a cui rode il culo e che a un certo punto della loro esistenza decidono che il padrone, l’autorità e simili non devono esistere. Ecco allora che – di fronte alle aggressioni squadriste, brutali e appoggiate dall’ordine costituito – scatta la molla della violenza come unica resistenza possibile, al grido di guerra alla guerra. Da questo punto di vista, quindi, l’operazione di immettere epos attorno a queste figure ha lo scopo di restituirle con forza all’immaginario collettivo, con tutte le contraddizioni che si portano dietro e che non fanno certo di loro degli eroi tout court quanto, semmai, dei personaggi – come quelli del Wild Bunch – che reagiscono all’apocalisse del sistema con l’apocalisse della rivolta.

Insomma si ricorre all’azione effettiva, si respira epos un po’ dappertutto in questa prima parte, si ride e si spara come nel vecchio west, ma c’è anche, sempre, un sottile filo rosso che lega le scritture di Prunetti ad un lascito letterario consapevole, come vuole essere il suo: epico, sì, ma non di un eroismo tronfio; ad effetto, certo, ma fondato sulla ricerca d’archivio. In questo senso Prunetti raccoglie parecchie eredità e stimoli, di sicuro c’è quella di Bianciardi narratore dei minatori maremmani e, a un livello più inconscio forse, dell’utopico Aprire il fuoco in cui il protagonista, proprio come Quisnello Nozzoli di Pcsp, esortava ad occupare le banche. Ci sono poi alcune assonanze di spirito con altre scritture epiche, tra il Si va pel mondo del Maggiori, ad esempio, e l’odissea post-armistizio dell’esule ‘Ndrja Cambria in Horcynus Orca. E ancora c’è un curioso e grottesco corrispettivo tra gli anarchici che infilano il busto del Granduca nello sterco e le femminote, sempre nel capolavoro di D’arrigo, che pisciano nel cranio di marmo del Duce. C’è, in effetti, questa insistenza sul viaggiare senza meta, sull’essere cittadini – o clandestini – ovunque, come rappavano i Sanguemisto nei pieni ‘90: «sono lo straniero nella mia nazione e fuori dal recinto resta la mia posizione». I personaggi che si incontrano in Pcsp, all’insegna dell’internazionalismo fisiologico e ideale, sono esuli e vagabondi, per scelta o necessità: dalla Francia dell’anarchico Bonnot all’Unione Sovietica, dalla Spagna dei fronti popolari al socialismo reale di Messico e Cuba, in fuga dal terrore o all’inseguimento di un mito che, in alcuni casi, gli sarà fatale.

Parte seconda: sulla potenza della memoria

La prima parte del libro si conclude con i racconti della reazione squadrista ai sovversivi maremmani, rappresaglie disumane che siglarono le stragi di Roccastrada, Gavorrano e Scarlino. Cosa ci rimane di queste stragi? Prunetti si sdraia sul suolo maremmano, come un pellerossa, a captare le vibrazioni che il sostrato di quella terra ancora manda: ricordi vividi, che ardono e spingono per essere disseppelliti.

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“Nel cimitero di Rosignano Marittimo c’è una serie di tombe senza croce. Altre addirittura esibiscono al posto della croce la falce e il martello. E poi c’è la statua di Pietro Gori, figura chiave degli ideali libertari della zona, distrutta dai fascisti e poi ricostruita.”

Si riavvolge dall’incipit, ancora un affondo nei sabba dell’alta Maremma e nelle violente forme di religiosità popolare tra chiese occupate che diventano teatri e penitenti che confondono il tempo sacro con quello profano. Poi si balza alla Grande Guerra, uno sguardo obliquo che aggiunge ai caduti umani quelli animali – le migliaia di cavalli maremmani inviati alla mattanza del fronte – e quindi ai primordi del ventennio fascista, con la scomparsa di Matteotti durante il Palio di Siena fino al massacro dei minatori di Niccioletta, trucidati dai nazisti. Sono tutte storie che invocano, esigono, la potenza della memoria. Il fatto storico, riportato a galla attraverso l’archivio, si potenzia nella forma del racconto, si scrolla la muffa di dosso e si carica di pathos con l’intento primario di scuotere il presente. Per questo Pcsp è un oggetto narrativo bizzarro ma consapevole, che ibrida storia, leggenda e finzione per scavare a fondo, per definire i sintomi senza mai rimuovere le cause, come si legge in calce a Timira: «questa è una storia vera, comprese le parti che non lo sono». A differenza del cross-over, che ibrida senza criterio, Pcsp utilizza tutti gli strumenti e i mezzi necessari per creare una contro-storia sulla base di un piano ben ponderato, ed entra a buon diritto in una serie di scritture su cui si dibatteva allo scorso Festival di Letteraria (è un reportage un po’ lungo, vai diretto all’ultimo paragrafo per rimanere in stretto tema).

Se vi aspettate una narrazione pacificata o storielle di puro intrattenimento, quindi, non aprite mai questo libro. Se invece pensate che il conflitto abbia ancora un ruolo in questa società, se credete nel recupero di certi valori come la libertà e l’uguaglianza, allora potete immergervi senza remore in queste pagine e farvi invasare dagli spiriti di David Lazzaretto e Pietro Gori, o provare a capire cosa significarono davvero le infervorate azioni di Quisnello Nozzoli e la Banda del prete; gente da prendere con le molle, certo, ma che menarono anima e corpo per vivere, anche solo qualche attimo, in un mondo senza regole e confini imposti dai padroni.

Quando ho letto Amianto mi è arrivata la botta, dritta e potente, quella che ti rimane in circolo parecchio e poi ti ribolle in determinate occasioni. Per certi versi, Pcsp ti fa allo stesso modo. Leggetelo insomma, ma tutto d’un fiato e a stretto giro, perché è a miccia corta e potrebbe esplodervi tra le mani. L’auspicio è di riavere presto a che fare con qualcosa di Prunetti, magari su impianto più ampio e strutturato, che esca dalla Maremma o la porti fuori sullo spirito del Maggiori di Andare pel mondo, perché cifra letteraria e coraggio ci sono davvero e si fanno sentire.

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