Nemico e morale, paura e civiltà. Essere parigini, il 14 novembre

Bruno Pepe Russo

louvre

Vivo a Parigi da cinque anni, ci sono arrivato quando ne avevo venti. È la città che mi ha riconosciuto e nella quale mi sono riconosciuto, nella quale ho, ad un certo punto, pensato valesse la pena fermarsi per diventare grande. È la città dalla quale guardo il mondo: pur avendo deciso di fare ricerca viaggiando molto, è attraverso i suoi libri, i suoi dibattiti, le longue durées delle sue culture e probabilmente anche attraverso alcuni dei suoi miti, che ho scelto di farlo.
Ma al contempo io non le appartengo: sono un migrante, ho altre identità, ne cerco altre ancora. Mi interessa un cosmopolitismo emergente e provinciale, che si fabbrica fra la Cina e l’Africa. Fuggo la centralizzazione parigina e come essa vorrebbe organizzare i miei tempi e ridurre la mia polis e il mio cosmos al suo. Coltivo poi la critica al maggioritario, alla pulsione dell’ordine, e infine al capitalismo, di cui le grandi metropoli sono pur sempre uno specchio.
A gennaio e ieri, le questioni morali legate al mio rapporto con la città, e attraverso di essa con la ricerca di senso individuale e storico, sono al centro di eventi planetari. Nel bel mezzo di lunghe permanenze extraeuropee, dopo aver sospeso il mio contratto di locazione a Parigi, maturando e scommettendo su un distacco rispettoso e riconoscente rispetto alla città, mi sono trovato a soffrire per il rischio che uno dei miei luoghi più cari possa essere così ferito da morire.
Dove ricominciare? Come tenere questo peso? Uscire dal trauma dandogli senso certo, è la più ovvia delle conclusioni. Quindi pensare, parlare, agire. Il silenzio serve ad ascoltare se stessi e la realtà, ma è una strategia: tanto è vero che ci si può appellare al silenzio, di fronte alle tragedie, anche solo per ricevere un credito morale.
Dovremmo invece accettare che comuni e banali sono i discorsi, le percezioni, le passioni: nella società che viviamo, la più “scrivente” di tutti i tempi, tutti rompono il silenzio scrivendo. Alcuni sono più limpidi, e i loro discorsi si distinguono come posture, altri sono scomposti, rimbalzano una notizia già vecchia di qualche ora, propagano il rumore fascista: affogate nel silenzio di questo 14 novembre, queste parole riaffiorano mentre scrivo.
Vorrei qua riordinare, tessere, alcuni dei giudizi più comuni attraverso le quali le persone che mi sono vicine, che leggo sui social network o con cui ho avuto modo di conversare, hanno scelto di rendere leggibili degli eventi così forti: esse mobilitano la geografia, l’economia, la cultura, agitano o negano paradigmi storici. In profondità essi delineano l’attualità del rapporto fra Europa e medioriente/resto del mondo, ma sulla loro superficie pragmatica, essi giustificano i soggetti, li confortano, li espongono al rischio della legittimità: quale parola è legittima di fronte a questa tragedia? In questa negoziazione, tutto è politico: la critica, il desiderio di ordine, l’individuazione del nemico, il rapporto al sé individuale, storico.


Passando in esame criticamente alcuni di questi giudizi, spero si possa rendere un po’ di giustizia alle ragioni che spingono noi tutti a tacere in questo momento: se taciamo è perché tante verità, contraddittorie, ci attraversano. Di quale parresia abbiamo bisogno, nel mondo in cui Parigi può essere attaccata militarmente?
Mi sembra necessario partire dalla questione del nemico: come ha detto Carl Schmitt, essa è fondazione del politico. Nessuna disamina sociologica può essere così convincente da eliminare l’evidente presenza di un nemico in questi fatti.
All’altro capo del filo, dove spero di arrivare, la verifica che il nostro mondo (multiscalare, multipolare, tecnico, disperato, “neoliberale”) pone a ciò che riteniamo sia la civiltà. Un concetto di cui, dopo le sbornie decostruzioniste e l’odioso accoppiamento con la nozione di “scontro”, penso dovremmo riscoprire la centralità.

Nemico e giustificazione

Gli attentati di Gennaio hanno fatto 17 morti, più i 3 terroristi. Contare o non contare i terroristi? Contarli perché la morte è morte, e se collettiva è un fatto di cronaca; non contarli perché il loro statuto di nemico li distanzia dalle vittime, non sono degni di compassione, possono figurare solo come agente disumano.
Senza dilungarmi sui dettagli, l’attentato ha avuto due nuclei: quello del massacro della redazione del giornale satirico Charlie Hebdo; quello delle azioni svolte dal terzo uomo (fra cui una presa di ostaggi con morti in un supermercato ebraico) e del lungo inseguimento dei fratelli Kouachy.
A poche ore dalla strage nella redazione, ma prima del secondo nucleo di fatti, lessi un post di un ricercatore italiano su facebook, che si chiedeva se fosse comunque ancora legittimo criticare la postura, i modi e il senso della satira di Charlie Hebdo e, a fortiori, l’aspetto simbolico della sua controversia con il mondo musulmano.
Mi risposi che sì, era possibile e sentii di voler mantenere un’autonomia rispetto all’evento. Inoltre era una bacheca “italiana”, quindi la distanza dal mondo francese aumentava l’ammissibilità del giudizio. Scrissi che Charlie a me non piaceva, e che rappresentava quanto di peggio fosse uscito dall’evoluzione delle culture sessantottine sulla rive gauche, una sorta di autonomia laicista del V arrondissement, riconvertita alla battaglia identitaria laicista dei francesi nella sua versione democratico-patriottica.
La mia posizione –italiano su bacheca italiana- mi permetteva di distanziare Charlie, criticarlo. Ma era anche la natura dell’evento a permettermelo. Si trattava -poteva trattarsi- solo di un “assassinio politico”? Era terrorismo o l’eliminazione diretta di un nemico?
Mi sentivo chiamato in causa, espressi solidarietà, ma quell’attacco mirato disegnava uno schema di scontro simbolico a cui non appartenevo, o rispetto al quale ritenevo etico potersi svincolare.
Una professoressa francese, che stimo molto, lesse quell’intervento che lasciai, e lo criticò molto. Dalla nuova posizione in cui mi trovo mentre scrivo, con davanti le immagini del quartiere in cui “riconosco i miei” quali oggetto della sparatoria, dentro il tempo di guerra che si è aperto nella mia città, non potrei più neanche pensare l’azione compiuta: quella distinzione, quella mossa morale che feci, mi pare oggi inconcepibile.

Nella reazione all’evento di gennaio, è il primo nucleo che ha prevalso. In quel caso, con grande rapidità e nel timore dell’avanzata delle destre, la Francia si ricompattò coronando simbolicamente Charlie, il diritto alla libertà d’espressione rappresentato dalla matita, e congiungendolo a quell’insieme di tradizioni politiche incarnato dalla figura concettuale di Republique.
I quattro milioni di persone che manifestarono l’11 gennaio espressero il depositato storico della ricerca della democrazia in Francia: la diversità, la tenacia della lotta contro la paura, gli ideali illuministi che Place de la Republique rappresenta quando è vuota, e quando si riempie. Anche per la forza di quel popolo, al trauma non si reagì con una brusca reazione securitaria, marcando un’identità rispetto all’eccezionalismo interno ed esterno degli Stati Uniti.
Il “momento Charlie” convinse anche persone che stimo. Molti altri, scelsero invece di stare anche quella volta, per usare un cliché, dalla parte del torto: io come loro non cessai di sottolineare, attraverso le armi della sociologia (e dell’evidenza), l’impossibilità di guardare a quei fatti come la mera espressione di un nemico esterno che attacca una collettività, un noi omogeneo e moralmente coerente. “Sono francesi che uccidono francesi”, dicevamo. Le radici di questo male sono interne, e stanno nella storia coloniale francese. Il massacro degli algerini a Parigi ha poco più di 50 anni di storia, poco più di due generazioni di migranti; e contemporaneo è l’apartheid delle banlieue, il clivage drammatico che esiste nel cuore di questa nazione e che rendeva l’identificazione in Charlie impossibile per buona parte degli abitanti di Parigi.

Il secondo gruppo di eventi, per contenuti e dinamica, anticipa ciò che è accaduto il 13 novembre, e cioè la rottura della temporalità classica dell’attentato. Il muro dell’evento, dell’istante in cui il male si manifesta, è abbattuto e si prolunga, diviene tempo di guerra: l’inseguimento dei fratelli Kouachy, i numerosi allarmi, gli episodi minori che tratteggiano con i loro punti una frontiera di scontro sulla cartina di Parigi. E il 13 novembre: la moltiplicazione dei fronti, l’impressione di essere in guerra che diviene comune, il lungo coprifuoco.
A New York nel settembre 2001, l’aereo ordinario di linea è dirottato, il nemico dall’alto dei cieli sferra un attacco esterno. I grandi eventi terroristici di matrice araba degli anni ’70 ’80 e ’90, riguardavano quasi sempre gli aerei e avevano sempre un’ordinata forza statuale alle spalle: le ambizioni palestinesi, la risposta libica all’attacco reaganiano.
A Parigi, un islamismo sociale, che si percepisce globale, si radicalizza ed estende una frontiera di guerra che passa dall’Africa, dal medioriente e arriva nel cuore delle metropoli europee.
Ma a calcare la mano sulla genesi sociale di questo nemico, il contesto storico rischia di essere completamente perso di vista: solo la circolazione degli uomini, e la loro permanenza prolungata, con uno statuto di patrioti e/o partigiani, in territorio siriano può spiegare questo salto di qualità.
Dal 2013 decine di migliaia di europei, subalterni nel loro statuto di immigrati di seconda o terza generazione, hanno ricevuto la possibilità di arruolarsi su una frontiera di resistenza.
Molti fra quelli che condividono la necessità di un pensiero critico sulle origini e l’attualità del colonialismo tanto nelle periferie delle città europee quanto nei paesaggi marcati dagli interessi europei fuori dal nostro continente, si fanno forti attorno a due giudizi: uno è quello, tautologico, sulla colpa dei nostri potenti in ciò che accade. Il rapporto con l’Arabia Saudita, con la Turchia, le élite petrolifere.
Totalmente legittimati dalle potenze occidentali, che sin dall’inizio scommisero sul regime change in Siria; legittimati dalla pioggia di armi arrivate alla freedom syria army ma anche ai gruppi le cui tendenze qaediste era già note; legittimati dalle bombe di Assad sui civili; legittimati dall’origine del movimento nella “primavera araba”.

Non impari a premere una cintura esplosiva, sparare a degli uomini, coordinare attacchi, senza un territorio.
La Siria e l’Iraq sono in questo momento un luogo di conversione di violenza politica in stato. È quell’archeologia dello stato che Charles Tilly ci ha spiegato nei suoi lavori: dalla banda, dall’accumulazione di uomini in arme, allo stato, alla moneta, al controllo territoriale.
La doppia appartenenza della gran parte degli attentatori non si presta così ad alcuna riduzione a nemico esterno o nemico interno, ma ci invita a pensare per strati di tempo e a sforzarci di vedere la complessità: la più parte di loro sono cittadini francesi; la più parte di loro sono soldati dello stato islamico e sono forse stati in passato, ribelli/partigiani antiassad.
Per legittimare le bombe, diremo che il nemico è esterno; per legittimare lo stato d’emergenza e le tecnologie securitarie, diremo che il nemico è interno.
Ma è la teleologia della sparizione dei luoghi, vero cliché del pensiero sociale contemporaneo, a trovare in questi eventi un’ennesima smentita. È l’esperienza quotidiana della subalternità nelle periferie delle metropoli europee, delle relazioni sociali che vi si esprimono, della dipendenza dallo stato assistenzialista, che formano il desiderio di violenza e di autonomia. È l’esperienza partigiana in Siria, che sperimenta questi corpi nella battaglia e li mette a servizio di una guerra incarnata in un concatenamento di luoghi, rivendicazioni statuali, dinamiche politiche locali, piattaforme ideologiche e geopolitiche.
La contemporaneità di Isis (altro che medioevo) è proprio la sua capacità di saldare questi fronti: il videogioco di guerra che domina l’estetica mediale dei loro video, la politicizzazione della subalternità delle frontiere, il conservatorismo delle popolazioni della mesopotamia, lontane dalla modernizzazione sociale ed economica e trovatesi in un vuoto di potere. È proprio la capacità di registrare queste diverse temporalità a rendere isis contemporaneo.
Nelle pagine più belle di teoria del partigiano, Carl Schmitt traccia una traiettoria storica fondamentale: dalla sparizione degli eserciti regolari e della guerra di frontiera come luogo di riconoscimento reciproco di attori bellici statuali, fino alla guerra globale, ai meccanismi securitari che servono a localizzare nel corpo sociale un nemico che non ti riconosce e che tu non riconosci. Ma ad insistere sulla guerra totale, sullo spettro del nemico ineffabile, così diverso dal funzionario di partito palestinese o libico del passato, mancheremmo ancora una volta la focale giusta.
Chi è il vero nemico? Non è un soggetto storico, non cerca (solo) uno stato nazione, non è islamico, non è “sunnita”, non è medioevale. È una coalizione, emersa in un frangente storico, multiscalare come è il nostro pianeta oggi. Ad un punto c’è Parigi: qui delle masse subalterne politicizzano da molto tempo il loro statuto post-coloniale. Negli anni ’90 il loro cosmopolitismo gli consentiva di riattraversare l’hip hop e il riot dei neri americani, e diventare politici nella difesa del quartiere dalle bande della polizia francese, nella difesa della contrada/banlieue sporca ma amata. Oggi, l’islamismo sociale li ha connessi con il disordine che ha seguito le primavere arabe. Molti di loro sono finiti nella parte “buona” della resistenza ad Assad, molti altri hanno portato risorse, volontari, viveri, medici alle popolazioni colpite da guerra e disordine.
Alcuni invece hanno scelto la più radicale, fascista delle opzioni presenti in quel campo e hanno esteso la frontiera bellica fino al cuore dell’Europa.

Disordine mediorientale, provincializzazione dell’Europa

Molti fra quelli che condividono la necessità di un pensiero critico sulle origini e l’attualità del colonialismo nelle periferie delle città europee come nei paesaggi marcati dagli interessi europei fuori dal nostro continente, si fanno forti attorno a due giudizi: uno è quello, tautologico, sulla colpa dei nostri potenti in ciò che accade. Il rapporto con l’Arabia Saudita, con la Turchia, le élite petrolifere.
Il secondo, più sottile, può essere espresso sotto forma di domanda: se Bangkok può avere attentati egualmente mortiferi, così come Istanbul, Nairobi, città enormi, metropoli globali, perché noi non potremmo? Molte grandi città del mondo vivono nella minaccia, quando non nell’esperienza, continue di questa fragilità. Eppure, la solidarietà che le tocca non è la stessa.
Perché non possiamo vivere con questo peso e accettare che siamo un posto come gli altri?
Questi due giudizi esprimono un senso di colpa e un desiderio di provincializzazione  dell’Europa, per usare il concetto/programma politico e di ricerca proposto da D. Chakrabarty. Essi muovono dalla sensazione che l’occidente si percepisca e agisca come centro, come sovrano del pianeta.
Sono entrambi importantissimi e infalsificabili. Le colpe dell’occidente e il suo eccezionalismo patemico sono concreti, ma per essere usati con intelligenza nel futuro prossimo dobbiamo abituarci a svolgerli, a pensarli in maniera inversa: e cioè accettando che il disordine mediorientale è già figlio della provincializzazione dell’Europa, e che i giudizi provinciali su quanto accade hanno già una tale importanza in ciò che accade nella sfera morale da non necessitare la nostra buona coscienza.
La BBC ha annunciato che nella giornata di domenica gli articoli riguardanti le stragi recenti compiute dalla galassia ISIS in altri luoghi del globo sono stati condivisi più volte di quelli relativi a Parigi.
Sulle pagine dei miei amici arabi, che io li abbia incontrati a Parigi durante una partita di calcetto, o nel mio soggiorno di volontariato in Palestina, centinaia di immagini, testi, accuse guardano a quanto accaduto in maniera laterale, irriducibile al pianto a reti unificate, maggioritario e forse ipocrita, che ci interessa criticare.
Alcuni condividono foto dei massacri francesi in Algeria, altri postano paragrafi del Corano in cui Maometto prescrive le buone pratiche con cui fare la guerra (non uccidere bambini e preti, non sfigurare i morti), concludendo che Isis non è islamico, altri recriminano dell’impossibilità di costruire, per le numerose opposizioni, lo spazio per quell’islam repubblicano che è la scommessa di tanti musulmani d’Europa e della parte più progressista dei fratelli musulmani.
Costruiamo le condizioni perché la loro parola sia più forte, più decisiva dentro le nostre polis, invece di dare spazio solo ad un senso di colpa in fin dei conti autoassolutorio che è l’altra faccia dell’inguaribile sentimento di potenza degli occidentali. E accettiamo definitivamente che ci sono masse fuori dall’Europa il cui peso sull’economia e sulla politica globali sono già molto più rilevanti di quanto pensiamo.

Ammettiamo (senza concederlo, come vedremo) che Isis sia un Frankenstein nato da un deserto politico risultante da strati di interventi, dalla guerra in Iraq e dal tentativo fallito di creare uno stato dal nulla attraverso armi e capitali, dal tentativo di convertire la Siria in un piccolo Qaatar democratico energetico ad uso e consumo dell’Europa e della sua dipendenza dalla Russia. La nostra responsabilità morale non si estinguerebbe affatto con l’ammissione di colpa.
La realtà, malgrado tutto, non è cristiana. Essa non ha un secondo tempo in cui la presa di coscienza dei nostri peccati ci salva. L’esistenza mondana è semmai karmica, ci restituisce sempre le azioni che abbiamo compiuto. Ogni ammissione di colpa su ciò che l’occidente fa in Medioriente, e su ciò che il sistema sociale fa alle generazioni di migranti dalle colonie, non produrrà direttamente un Medioriente buono. Nella regione dei grandi laghi in Africa, così come nella petrolifera Mesopotamia, il disordine e l’ordine ci chiamano in causa nello stesso modo. Non c’è un fuori per gli occidentali perché la storia come costruzione di civiltà si fa agendo, nel presente, su tutti gli strati di male depositati nella società. La salvezza non è paolina, non apre un tempo nuovo, ma si costruisce politicamente. E per questo, esige un’analisi più onesta dei fatti recenti, e prima di tutto del contesto attuale della crisi in Mesopotamia.

La crisi siriano-irachena cominciata nel 2013 è infatti, come concludevano in un’ottima analisi i ricercatori di Noria, la prima crisi mediorientale in cui l’occidente non ha giocato un ruolo maggiore, ed è anzi figlia di un movimento di disimpegno (il ritiro dall’Iraq) e di un movimento di protagonismo (le primavere arabe).
Dopo quasi dieci anni di permanenza in Iraq e centinaia di migliaia di morti, l’amministrazione Obama decise finalmente il ritiro. La bozza Kerry, di per sé una sconfitta per le ambizioni geopolitiche che avevano promosso la guerra in Iraq, prevedeva che il nord fosse amministrato dalla parte “moderata” (leggi: non autonoma) dei curdi, il PDK, i cui uomini in arme si chiamano Peshmerga; il centro e la capitale fosse lasciato alla parte “rispettabile” e sopravvissuta della burocrazia e delle elite baathiste; e il sud, il bastione di Bassora, a maggioranza sciita, entrasse nell’orbita iraniana e libanese. Non ha funzionato.
Un esercito e uno stato non sono assemblabili in questo modo. In un territorio ricco di petrolio, generali e membri maggiori del ex-potere baathista, e i notabili locali sunniti, in osmosi con le vecchie cellule qaediste, sentitesi tutti tagliati fuori da uno state building che prediligeva curdi e sciiti a discapito della “società”, dei poteri e delle segmentazioni etniche che avevano per decenni governato l’Iraq, ha cominciato a colpi di autobombe a costruire un nuovo controllo territoriale fra le porte di Baghdad e le montagne del Kurdistan iracheno a nord.
L’Arabia saudita e la Turchia in questo schema avevano effettivamente gli stessi interessi del nuovo “stato” emergente: tagliare fuori l’asse sciita e arginare i curdi, ritenuti questi ultimi, nelle loro due varianti (PKK e PDK), vicini rispettivamente ai due blocchi della guerra fredda e nemici storici della Turchia.
Infatti, non c’è affatto bisogno di pensare a vagoni di armi e aerei zeppi di dollari per spiegare come lo stato islamico abbia costruito la sua ricchezza.
Nel disimpegno delle forze occidentali, lo stato iracheno si è disintegrato come un castello di sabbia: le armi dell’esercito che lo costituiva e le risorse di cui proteggeva la gestione, sono finite in mano allo Stato Islamico in poco tempo.
Non c’è bisogno degli esercizi infiniti ed infruttuosi del cui prodest e del complottismo per dire che il petrolio continua sempre ad essere scambiato chiunque ne governi l’estrazione. Quando la guerra fredda produsse governi nazionali invisi all’occidente, gli embarghi fecero fiorire nuove multinazionali estrattive sulle fortune di capitalisti che spregiudicatamente erano in grado di aggirarli. Marc Rich rifornì per anni l’Iran di armi in cambio di petrolio: Glencore, la multinazionale che eredita i suoi capitali, è la compagnia regina dell’estrazione mineraria.

Ma è la Siria ad aver proiettato lo stato islamico ad un livello superiore. Se in Iraq il nuovo brand mediatico e organizzativo di Stato Islamico aveva aggregato forze locali ed elite precedenti, in Siria esso ha agglutinato delle forze ribelli su cui, all’indomani delle primavere arabe, l’occidente aveva scommesso nel tentativo di rovesciare Assad. È stata anche la Siria, già destinazione di movimenti di ribelli dai paesi occidentali, ad essere luogo di radicalizzazione e, successivamente, ponte per l’estensione della frontiera in Europa.
Per tre anni l’inazione sulla Siria, legata ai veti incrociati fra Russia e Usa, ha fatto sì che i ribelli non islamici o moderatamente islamici venissero completamente tagliati fuori, e che le varie organizzazioni venissero sussunte da Daesh dentro l’ambizioso progetto dello Stato Islamico.
Ed è lì che anche le forze indirettamente ad esso collegate, Turchia e monarchie del golfo, hanno cominciato a preoccuparsi.

Gli schemi perseguiti anche oggi dall’Occidente sono certamente riconducibili alla scommessa che, sul finire degli anni ’70, esso fece riguardo al Medioriente: e cioè che, come scrivono chiaramente questi due storici francesi, l’islamismo sarebbe potuto essere la sola forza in grado di arginare gli interessi sovietici e la forma politica dominante di quell’area del mondo.
Tuttavia, non si può non notare come i rapporti di forza siano cambiati. Oggi la Turchia è più islamica di allora, ma non ambisce più a entrare nel club occidentale, e persegue politiche indipendenti; l’Arabia Saudita ha poi nell’ultimo anno deliberatamente attaccato, abbassando il prezzo del petrolio, le ambizioni americane di orientarsi, attraverso le costose ricerche interne e il fracking, all’indipendenza energetica.
Questi stati non agiscono più come province del nostro impero, e nonostante la causalità sia un gioco sempre un po’ biunivoco, possiamo dire che questa crisi chiami in causa l’occidente (per le sue dinamiche morali, e per i fatti di Parigi) quantomeno nella stessa misura in cui sia l’occidente ad averla causata.
Per questo è così difficile prendere posizione.
La guerra in Iraq fu un fallito colpo di stato americano sulla globalizzazione: la generalizzazione del controllo americano in Medioriente non si è prodotta. Consci della sconfitta, gli Usa hanno provato ad uscirne e il cambio di tendenza rispetto a quelle ambizioni è ben dimostrato dal disgelo con l’Iran (che nel disegno di dieci anni fa sarebbe stato il bersaglio successivo).
Le mobilitazioni locali in Iraq, a partire dal progressivo ritiro americano, e in Siria, a partire dalla costituzione di un’opposizione armata ad Assad e la feroce reazione del dittatore, hanno progressivamente infiammato le rispettive guerre civili. L’espansione territoriale in Iraq ha dato a Isis le risorse per presentarsi nel contesto siriano con una potenza economica, militare e simbolica che lo ha reso in pochi mesi completamente egemone in tutti i territori in cui dominavano ribelli di ispirazione islamica. Ne sono seguite le razzie alle importanti forniture militari che Arabia Saudita e Stati Uniti avevano dato ai ribelli per consentirgli di rivaleggiare con l’esercito siriano.

La guerra c’è già. All’apogeo, nell’estate 2014, dell’espansione di Isis gli Stati Uniti hanno cominciato a intervenire. I bombardamenti americani sono stati pochi per numero: in un anno gli stessi che all’inizio della guerra in Iraq venivano eseguiti in una sola giornata, questo per dire che non tutte le guerre sono uguali. D’altronde distruggere lo stato iracheno baathista era un compito significativamente più difficile. L’intervento ha però aiutato i lealisti al governo di Baghdad, che ad un certo punto temettero davvero la presa della capitale, a riguadagnare terreno. E ha soprattutto aiutato i curdi (YPG e PKK, quelli comunisti e capaci di fare la guerra) ad avanzare su molti fronti riconquistando una grossa parte di territorio. Così tanto che la Turchia è apertamente entrata in guerra contro di loro, dopo una serie di sconfitte politiche importanti per Erdogan: lo scandalo dell’acquisto del petrolio dall’Isis, la fine del sogno dell’egemonia sull’africa del nord con il colpo di stato di Al-Sisi in Egitto.
Le bombe a Raqqa, capitale dell’Isis e grande città siriana, sono state lanciate nelle ultime ore a caldo e ad uso e consumo di un’opinione pubblica francese ed europea a rischio fascistizzazione. Sono però diversi da quelli della coalizione contro Isis in Iraq perché non si intravede quale attore bellico possa riconquistare la città, e gli attacchi non configurano quindi un’azione di supporto ad attori locali. In effetti, pur continuando a sostenere tutti ribelli non allineati con Isis, fra cui spicca il fronte Al-Nusra, ramo siriano di Al Qaeda, la coalizione di tutti quelli che sono contro Isis e contro Assad è, negli ultimi due anni, diventata quasi insignificante. Da cui anche lo stallo di tutte le diplomazie nemiche del dittatore siriano.

Cosa fare? Dire no alla guerra non vuol dire molto, perché la guerra c’è già.
Prima di tutto, eliminare una buona volta le ragioni geopolitiche di mille interventi fallimentari: cioè costruire una buona volta una governance globale multipolare ed un’Europa solida. Un obiettivo grande ma necessario quando i piccoli interessi sono naufragati.
Un tavolo fra Russia e Stati Uniti che accetti e guidi l’interdipendenza in maniera politica. Un’accelerazione dell’elemento comune di pianificazione politica e energetica in Europa. L’Isis è per ora ancora debole in Libia, prevalgono i signori della guerra. Ma fra tutti i territori toccati dalle rivolte del 2011, la Libia è stato certamente il più eterodiretto: da parte della Francia desiderosa di rubare all’Italia (nel pieno del declino berlusconiano), i flussi di petrolio libico.
Dire no ad un intervento militare via terra mi pare la cosa più importante.
Non ne usciremmo più come non riusciamo a uscire dall’Afghanistan e non siamo riusciti a uscire dall’Iraq. Abbiamo problemi a difendere i civili in Europa, difendere soldati in Siria potrebbe rivelarsi più complicato.
Obama legittimamente vuole difendere un punto politico su cui è stato eletto: mai più truppe americane ad invadere paesi. Se gli Stati Uniti l’hanno definitivamente accettato, dovrebbe farlo anche l’Europa.
Al contrario, bombardare le colonne di vetture piene di petrolio non dovrebbe essere molto difficile: è impensabile per il regime morale imposto dal capitalismo estrattivo? Forse altre moralità dovrebbero prevalere.
Lo Stato Islamico può essere, chiariamolo, raso al suolo in tre giorni di bombe: cosa accadrebbe un minuto dopo non è però chiaro. Per questo, la superiorità bellica non va usata. Bisognerà, in un lungo lavoro, accompagnare l’affermazione di attori locali, e promuovere, con unità diplomatica, il raffreddamento degli interessi delle potenze locali, su tutte le monarchie del golfo e la Turchia.
I curdi sono il soggetto più democratico: però non possono risolvere il conflitto in Siria né governare tre quarti dell’Iraq, fino ai giacimenti di petrolio alle porte di Baghdad. L’avanzatissima ipotesi della confederazione democratica del Rojava, qualora fosse sostenuta e riconosciuta dalle potenze, difficilmente potrà ambire ad essere il modello di ricostituzione della statualità nell’area: penso che la carta della Siria e dell’Iraq in fin dei conti finirà per non cambiare molto. La Russia ha dalla sua il fatto di difendere attori più credibili: l’Iran, Hezbollah, Assad, le burocrazie sciite in ciò che resta dello stato iracheno. Si tratta, occorre dirlo, delle forze più responsabili, per quanto mi faccia male non poter togliere Assad dalla lista. L’occidente ha bisogno di riconoscere questi quattro attori, perché altrimenti resta solo Isis da riconoscere. Nel deserto che abbiamo creato dall’inizio delle guerre di Bush, oggi ci sono solo loro.

Ordinare il Medioriente, non riusciamo a farlo. Le rivolte arabe, che hanno rovesciato o provato a rovesciare tiranni nati all’ombra della guerra fredda, hanno prodotto risultati contraddittori che l’Occidente non è riuscito a rendere coerenti ed egemonizzare a suo vantaggio.
In questo contesto, l’idea di una guerra lampo appare ridicola quanto far finta che la guerra non ci sia e che il disordine non ci chiami in causa.
L’Europa è provinciale, dipendente, contraddittoria. L’occidente è goffo nel tentativo di uscire dal pantano senza esserne troppo ferito. Non è un centro che irradia le sue decisioni sul resto del mondo, per quanto le sue antiche decisioni continuino a costituire la carta profonda delle altre regioni. Il capitale che si muove senza regole ha lo stesso potere decisionale sull’Europa come sui suoi vecchi stati coloniali, e senza recuperare comando su di esso difficilmente potremo costituire un punto di riferimento per i nuovi stati che si affacciano potenti sullo scenario globale. Agli occhi della Cina, ad esempio, appaiamo non credibili perché vittime delle esigenze di un capitale che non è messo a servizio del politico.
Siamo provinciali perché mentre proviamo a disimpegnarci, la guerra può venire a bussare alle nostre porte.
Ma, come scrive oggi Balibar, all’Europa spetta in questo quadro un compito. Prima di tutto federare gli interessi divergenti del continente, quelli macro fra stati, e quelli micro fra individui con traiettorie sociali diverse. La sperimentazione democratica può ambire ad un universalismo diverso che rompa le barriere etniche per costruire la potenza necessaria a rompere quelle poste dalle diseguaglianze. Un’ambizione geopolitica autenticamente pluripolare, può risolvere i conflitti fra le medie potenze regionali e condurre alla pace.

Parigi civile in un mondo fragile e non più nostro

All’indomani della violenza di Parigi, domina la paura. È la stessa paura che già attraversava le nostre società producendo quel fascismo che sentiamo crescere attorno a noi, in Italia come in Francia.
Bisogna convincerci prima di tutto che la paura va accettata, che la fragilità caratterizza il nostro tempo (ed altri tempi prima del nostro) e che non c’è identità che la risolva.
Lo sciacallaggio dei leader fascisti europei sugli attentati prova proprio a convertire tutta la paura in un’identità violenta, confortevole, immediata.
Ci fanno schifo e non vinceranno.
Ma anche noi, dove quel noi è chi vive interrogando lo spirito critico e mobilitandosi, dobbiamo stare attenti a non fare la stessa cosa.
Per questo, non mi convince il motto che, da un testo di Julien Salingue, sta circolando in questi giorni nei milieu critici. Dice “Vos guerres nos morts”, ancora una volta iscrivendoci nel piano delle vittime, ed escludendoci dalla guerra.
Sciorinare la storia delle malefatte dell’Occidente non ci salverà: la ragione è che l’occidente è in una posizione passiva in questo caso, non solo perché ha subito l’attacco ma anche perché non sa cosa fare. A differenza nostra, le società questo lo sentono, perciò hanno più paura che in passato, perciò siamo più sbigottiti che in passato. Costruire un nuovo avatar della deresponsabilizzazione intellettuale non mi pare intelligente. E se abbiamo raggiunto, lo dico a due categorie su tutti, e cioè i marxisti e gli intellettuali cinici, livelli di desocializzazione tali da non sentire la paura che rende muto il mondo attorno a noi, dobbiamo farci davvero qualche domanda.
“Vos guerres, nos morts”: se ci restano solo i morti da piangere e se siamo fuori da ogni battaglia, chi cerca di riconoscersi nel proprio paese, nella propria comunità, nei propri miti finirà per credere che deve difendersi e armarsi per evitare di morire. E invece, nonostante la paura, non è la vita che dobbiamo difendere, statisticamente essa non è a rischio. Dobbiamo difendere, in guerra, ciò che Parigi ha di migliore.
Cosa dobbiamo difendere? La società (francese), si potrebbe rispondere.
Nel corso al College de France “Bisogna difendere la società”, Michel Foucault provava a ricondurre proprio a questa ingiunzione l’emergenza di nuovi poteri in seno alla polis. Il potere disciplinare, che al contempo difende e colloca gli individui in seno alla totalità sociale, e il biopotere, che gestisce quegli aggregati massivi, potenti e vitali che sono le popolazioni. La difesa della società è così la sua fabbricazione come totalità funzionante e funzionalizzata, come insieme performante, omogeneo, organizzato. Nel movimento stesso della sua costituzione come oggetto di pensiero, la nascita della sociologia, questi due poteri emergevano al contempo per costituire e difendere la società.
Ma, suggerisce Potte Bonneville, il titolo è da intendersi nella sua sottile ambiguità: sono anche gli individui e le loro relazioni a doversi, strategicamente, difendere da quei poteri.
In un altro luogo interessante del pensiero sociologico francese, troviamo un’analoga ambiguità, stavolta attorno al concetto di Nazione. Nel libretto “La Nation”, materiale preparatorio ad un testo incompleto, Marcel Mauss rivendica l’elemento progressivo della forma nazione, e prova a ritagliarne un’autonomia genealogica in opposizione da un lato allo stato, di cui evidenzia il carattere più primitivo, predatorio, verticale, dall’altro al nazionalismo, inteso come tentativo di ripiegare sull’omogeneità etnica, sulla guerra con le altre nazioni e sulla continuità di tradizioni inventate, le forme politiche della modernità.
L’autonomia della nazione starebbe nella sua capacità di elevare le relazioni sociali al rango di istituzioni permanenti e diffuse, nella sua capacità di pensare l’istituzionalizzazione continua della società. Solo con la nazione, sembra dire Mauss, la società diventa luogo di sperimentazione su che cos’è una civiltà.

La mia breve biografia, da Napoli a Siena, poi a Parigi, coincide con la scoperta stessa del mondo dell’istituzionalizzazione del sociale, almeno quanto coincide con l’esperienza della scomparsa della centralità delle relazioni familiari.
A Siena ho scoperto lo stato sociale, a Parigi ho scoperto una metropoli che è fioritura di istituzioni, osmosi continua fra individui, società e nazione.
Quella Parigi, sento il bisogno di difenderla: quella che incarna la possibilità di una società creativa e espansiva, che crede nella sua capacità di generare cambiamento.
È la Parigi le cui università scrivono all’indomani dell’attentato di fare ricerca perché essa è resistenza; è la Parigi dell’associazionismo di quartiere, della democrazia di prossimità che la rende, nel contesto delle grandi metropoli, un’anomalia assoluta. È la Parigi di Valeria: quella sotto attacco non per le disuguaglianze che le permettono di mangiare a ristorante o andare ad un concerto, ma perché è frontiera contro il disordine, e motore di civiltà, di umanità. È la Parigi che investe in scuole, parchi, ambiente, che non cede i servizi essenziali ai privati.
Ed è soprattutto la Parigi che verrà, perché è una città in cui è ancora possibile pensare di migliorarsi e migliorare la società, pensare il cambiamento.
La trincea della nostra guerra è lunga tutto il pianeta. Da sconfiggere, c’è la Parigi dei ghetti e delle periferie, anche quelle bianche, dove gli sciacalli islamisti e lepenisti costruiscono i loro arsenali. Da sconfiggere, c’è il disordine che abbiamo prodotto in Medioriente, cercando con metodo di aiutare l’emergenza di relazioni sociali democratiche. Da sconfiggere, c’è il nazionalismo, la chiusura identitaria e quella delle frontiere.
È bene ricordare che se Parigi intera non votasse, Marine Le Pen sarebbe sicuramente il prossimo presidente francese.

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