Matti per la libertà: su “Un’odissea partigiana” di Mimmo Franzinelli e Nicola Graziano

Raffaele Nencini

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Molti anni dopo i fondamentali, pionieristici, studi di Claudio Pavone, il nuovo libro di M. Franzinelli e N. Graziano, Un’odissea partigiana. Dalla Resistenza al manicomio, ci ricorda quanto sia utile per la ricerca storica lavorare sulla continuità dell’apparato amministrativo fascista nell’assetto istituzionale repubblicano. L’operazione è tanto più utile, se, come in questo caso, il tema è affrontato da un’angolatura inedita per il grande pubblico: il punto di vista dei partigiani internati dopo la seconda guerra mondiale in ospedale psichiatrico giudiziario – un’angolatura che della permanenza nel nuovo regime dei pre-esistenti dispositivi polizieschi-giudiziari potrebbe essere l’emblema, o meglio l’apologo.

A ridosso della Liberazione, e in barba al decreto di amnistia emanato da Togliatti (di cui si dette un’interpretazione decisamente parziale, se è vero che a otto giorni dalla pubblicazione, il provvedimento era stato applicato a 7106 fascisti e a 153 partigiani), centinaia di ex partigiani vennero processati per casi di giustizia sommaria commessi contro fascisti e collaborazionisti: reati politici che una magistratura la cui carriera si era quasi interamente svolta negli anni della dittatura volle interpretare come reati comuni. L’intento era facilmente leggibile: emettere dure sentenze di condanna, spesso appoggiandosi sui verbali redatti dalla polizia della repubblica sociale, dove i partigiani comparivano come “banditi”. In molti casi, la necessità di aggirare l’evidente politicità degli eventi condusse i giudici a individuare la seminfermità mentale come movente dei reati. In altre circostanze, questa soluzione venne propugnata dai giuristi militanti che si incaricarono di difendere gli imputati (Basso, Pisapia, Terracini, ecc.), il cui obiettivo immediato era di mitigare la detenzione carceraria. Essi erano convinti che entro breve sarebbero giunti tempi migliori, con misure di clemenza a scongiurare, dopo gli anni di penitenziario, il successivo internamento in ospedale psichiatrico. Purtroppo, tale convinzione si rivelò fallace: tutti i partigiani condannati con l’attenuante della seminfermità mentale, dopo la prigionia, dovettero conoscere le mura dei manicomi italiani.

Molto opportunamente, gli autori non tralasciano di analizzare la cornice giuridica al cui interno questa storia si colloca: infatti, sotto la fattispecie in questione, il codice penale del 1931 ancora oggi in vigore, risente di un’impostazione lombrosiana, che lo inchioda al concetto di ‘pericolosità sociale’ e che implica necessariamente l’internamento manicomiale quale misura di sicurezza. In particolare, all’articolo 203, si può leggere: «agli effetti della legge penale è socialmente pericolosa la persona, anche se non imputabile o non punibile […] quando è probabile che commetta nuovi fatti preveduti dalla legge come reato». Se con il precedente codice Zanardelli, del 1893, nei casi di infermità e seminfermità mentale il magistrato poteva valutare secondo coscienza l’opportunità della misura di sicurezza, con il codice fascista essa è imposta sia per i prosciolti sia – a fine pena – per i seminfermi di mente. Il sistema basato sulle misure di sicurezza è infatti funzionale agli obiettivi liberticidi del regime: l’articolo 207 rende indeterminata la durata della pena, poiché tali norme «non possono essere revocate se le persone ad esse sottoposte non hanno cessato di essere socialmente pericolose». L’assegnazione al manicomio per due anni può dunque segnare l’inizio di una coazione illimitata, estesa sino alla morte del soggetto ritenuto pericoloso. Per di più, se è possibile affermare che nella maggioranza dei casi gli ex partigiani internati sono trattenuti nei manicomi per un periodo non più breve di tre anni e non più lungo di cinque, è altrettanto necessario specificare che «il riconoscimento della guarigione non è sufficiente per la liberazione, poiché bisogna avere familiari disposti ad accogliere il liberando, il quale deve disporre di un reddito o di un patrimonio…».

La condizione di isolamento in cui giacciono i partigiani travalica le mura dei manicomi, poiché il loro caso manca di una visibilità pubblica. È come se ogni situazione individuale rimanesse un fatto meramente privato, circoscritto nel dolore (e, talvolta, nella menzogna) delle singole famiglie. I giornali non ne accennano e in Parlamento si discute di altro. La lontananza tra luogo d’origine e di destinazione contribuisce ad attutire le già flebili voci dei “pazzi per la libertà”. La stessa dirigenza dei partiti della sinistra, e del Pci in primis, agisce in modo contraddittorio, da un lato inseguendo una legittimazione nel gioco democratico che suggerirebbe di dimenticare l’argomento scabroso dei delitti commessi da membri incontrollabili delle brigate Garibaldi, dall’altro, con la mobilitazione di alcuni dirigenti, esso solidarizza con gli imputati, spesso dando vita a reti di sostegno, che riescono ad attutire almeno in parte il senso di solitudine dei partigiani internati. Al centro del più vitale di questi network sta Angelo Jacazzi, dirigente territoriale del Pci, il cui infaticabile lavoro politico (e la sua ordinata archiviazione) hanno prodotto, tra i vari esiti, anche la nascita di questo libro. Per molti anni segretario della sezione comunista di Aversa, piccolo comune del casertano dove aveva sede uno dei principali luoghi di reclusione degli ex-partigiani, Jacazzi fece da tramite in innumerevoli circostanze tra gli internati e le istituzioni competenti, per ottenere giorni di permesso, ridurre la durata dell’internamento, o addirittura per porvi fine.
Poco dopo il suo insediamento al vertice del Pci locale, Jacazzi diventa l’interlocutore più fidato e il confidente degli ex-partigiani e delle loro famiglie, oltre che il più attivo esponente del suo partito sulla questione: è lui a mobilitare i dirigenti nazionali sui singoli casi (Terracini e Napolitano, in primis). L’epistolario conservato nel suo archivio è stata la fonte principale di questo studio. Dal confronto con questo materiale, gli autori hanno saputo far emergere tutto il senso di sconfitta e l’orgoglio di chi ha combatuto per la causa giusta, venendo poi stritolato da un ingranaggio folle, come Giuseppe Giusto, che, a seguito di un rimpasto governativo, scrive a Jacazzi: «Anche nel nuovo governo è evidente che sussiste ancora la volontà di tenere ancora in galera noi partigiani rei di aver contribuito a liberare la patria dall’invasore tedesco, ovvero a ridare al popolo italiano le libertà sopprese e cancellate dal nefando regime fascista…»; e ancora: «Se fossi stato condannato anche a vent’anni di reclusione invece dei tre di ricovero in Casa di cura e di custodia, avrei già da parecchio tempo riacquistato la mia libertà, in virtù dell’indulto decretato il 19 dicembre 1953 a favore dei condannati per fatti bellici mentre appartenevano a formazioni armate». Accusato di omicidio e saccheggio, per aver partecipato, insieme ad altri due garibaldini, al prelievo, poi degenerato, di un presunto approfittatore di guerra, Giusto viene arrestato nel 1947, condannato in primo grado nel 1948 e in via definitiva nel 1951. Il 12 agosto 1953 è inviato ad Aversa, dove rimane fino al 8 febbraio 1956, giorno del suo rilascio. Dopo quella data, Jacazzi continua ad avere una corrispondenza con l’ex detenuto, il quale gli scrive nel marzo dello stesso anno: «Finora non mi è stato possibile rendermi conto che sono libero, che posso vivere tra le persone care e le cose belle»; e il 25 aprile: «Sono affetto da forte esurimento nervoso e deperimento organico. A volte mi sento come allucinato e quasi sempre ho l’impressione di dover svenire, perché sono anche sofferente di disturbi cardiaci».

Il trauma della reclusione è comune a molti tra i detenuti ex-garibaldini di cui si occupa questo volume, come nel caso di Luigi Petrulli, per cui è causa di tendenze persecutorie: inviato ad Aversa come “misura di sicurezza”, nel febbraio del 1958 si rinchiude in se stesso e smette di scrivere a casa «perché riteneva e ritiene che la grafia delle lettere che gli venivano recapitate non fosse dei suoi familiari»; o nel caso di Gustavo Borghi – condannato per l’omicidio di un maresciallo dei carabinieri, fascista ed ex-repubblichino, a dodici anni di carcere e tre di manicomio – che si confida in una missiva a Jacazzi, inviata nel 1960, poco dopo la fine della pena: «Per quanto mi riguarda voglio dirti che trovo notevolmente più difficile di quanto credessi l’inserimento nella società, per quanto comprenda che trattasi di questione superabile».

Le condizioni materiali e gli abusi di potere all’interno dell’O.P.G. di Aversa sono descritti nelle pagine riguardanti la staffetta partigiana Zelinda Resca, cui gli autori dedicano il capitolo forse più lungo e toccante: condannata per un omicidio che non aveva commesso, in un processo farsa ove la sua condizione di unica donna imputata, e per di più militante comunista, si tramuta in una questione politica, in cui alla sbarra è portato un modello di femminilità che non aderisce ai canoni della cultura patriarcale clericale (e cripto-fascista); in un memoriale successivo all’internamento, infatti, essa scrive:

Ad Aversa, solo una suora ha contatto con le detenute. È una donna bellissima, che avrà si e no 35 anni. La chiamano Eminenza grigia.
Ha un grosso potere, le sue parole e le sue azioni devono essere legge. È perfida e ambigua, gira sempre attorno alle più giovani e carine. Qualche volta l’ho veduta in una angolo buio, appartata con una di esse.
Un giorno che, come al solito ero seduta sola su una panchina, mi si avvicinò e mi disse: «Perché non vieni mai a passeggio con me?». Le risposi che ero una carcerata politica, il mio problema era la buona condotta e speravo di uscire presto. Con ironia, mi disse che io non ci stavo perché avevo la fortuna che da casa mi mandavano di tutto e non mi mancava niente; se fossi stata nelle condizioni di tante altre, da tempo avrei ceduto. Più chiaro di così! Non è ovviamente possibile denunciare questo tipo di sopruso: una ragazza che ebbe il coraggio di farlo, perché la suora non la lasciava mai in pace, fu chiamata a rapporto dal Direttore e messa in isolamento per quindici giorni, con l’accusa di calunnia. Con buona pace della giustizia.

E, del resto, la «buona pace della giustizia» sarà la cifra comune che attraversa tutto il libro. Il partigiano novarese Mario Della Balma, condannato per un normale atto di guerra avvenuto nel 1944, una volta incarcerato ad Alessandria in attesa del processo d’Appello, viene colto da crisi nervose «durante le quali ha minacciato e percosso compagni di cella ed agenti». A questi episodi seguirà una perizia psichiatrica ambigua, propendente per la semi infermità mentale, che farà buon gioco ai giudici, i quali del resto, nei precedenti gradi del processo si erano mostrati poco inclini a sottigliezze, dal momento che avevano recusato una testimonianza a favore del Della Balma, portata da un un ex-carabiniere, passato con i garibaldini, con l’argomento che: «il suo contegno di carabiniere che infrange il dover non depone di certo per la sua credibilità, molto dubbia». Come dire: la repubblica fondata sulla Resistenza.

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