Solo andata

21. Invenzioni e realtà su un giovane italiano all’estero

Fred Cavermed

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Le luci della pizzeria si allontanavano ormai dietro di lui e lasciavano soltanto un ricordo consistente di amido gonfiato nella sua pancia. Comunque Orlando il Fumoso, dopo quel piatto pizzoide ai formaggi, aveva delle nuove energie per rimettersi in rotta verso la sua amata. Le bretelle dello zaino segavano già da qualche ora le sue spalle e le mani ormai s’incallivano: il suo corpo gioiva sempre meno dei chilometri, dei metri trascorsi e soffriva sempre di più per i minuti che s’avvicinavano. Un sentimento di generale ed eroico scoramento lo colpiva ormai nei polpacci e, soprattutto, nell’orgoglio. Piccato che fu nella sua fierezza, il quadricipite si diede una sveglia e rilanciò forte il pedale in basso: di colpo i centimetri sembravano metri, l’acciaio della bici una protesi della propria potenza fisica. Da Lainate a Saint-Tropez in una giornata, in bici e con lo zaino in spalla: Orlando il Fumoso era uscito di casa la mattina come si parte per andare a prendere l’autobus, ma egli si era messo la sella sotto il culo e sotto la sella tutta la bici, ed era partito, per pedalare per 450km prima di raggiungere la morosa della sua vita, Angelica.
Quando infine egli le apparve davanti era già notte. Ella non dormiva, ma si apprestava ad andare a coricarsi. Orlando il Fumoso arrivò e disse in francese con un accento lumbà, un sorriso fiero quanto ebete e una voce che pareva quella di Elio e le storie tese: Amore, hai visto, ce l’ho fatta?! Da Lainate a Saint-Tropez in bici in un giorno per te! Poi Orlando il Fumoso si sforzò di conservare il suo sorriso aspettando una reazione di Angelica. Che cominciò finalmente ad applaudire ma lentamente. Clap. Clap. Clap. Bravo il cretino, gli disse.

Strascichìo dei piedi nell’acqua, piante strappate, i loro corpi piegati. Frantz e Alfredo camminavano piegati nel fosso, paura di farsi vedere. Si stavano allontanando sempre di più dal rumore dei colpi. Chilometri dopo chilometri. Delle case abbandonate e crivellate offrivano loro una tregua la notte, quando facevano i turni. Tre ore ognuno, poi ripartivano. Si raccontavano che loro due contavano ben poco per le truppe tedesche. Un soldato semplice e un italiano che disinnescava le mine. Ben poca cosa. Speravano abbastanza poca per permettergli di fare abbastanza chilometri prima che li raggiungessero, o prima di un nuovo sconvolgimento del fronte, di un nuovo attacco che li schiacciasse tra le due linee. Di certo l’esercito tedesco aveva in quel momento altre gatte da pelare, e forse non aveva neanche notato i due disertori. Forse. A volte in quelle case dai tetti divelti si aggirava un gatto. Un pasto prelibato per i fuggiaschi, ma ogni fuoco attira il fuoco nemico. Allora bisognava mangiarlo crudo. Scuoiarlo, tagliarlo finemente per poterlo ingoiare. Magari senza masticarlo. Dieci giorni di fuga. Chilometro dopo chilometro. E i topi. I due disertori si aggiravano nella Francia occupata senza altri punti di riferimento al di fuori dal sole e dall’Ovest.
Quando incontrarono una pattuglia alleata a stelle e strisce, Frantz si dichiarò prigioniero politico. Alfredo disse che era italiano e che in tutta quella storia non c’entrava nulla. Allora chiamarono un italo-americano, interprete degli Alleati che parlava siciliano. Alfredo, lui aveva dodici anni quando lasciò, alcuni anni prima, la sua valle bergamasca: il siculo-americano non capì il lombardo e dichiarò che quello non era italiano, ma crucco. Fortuna che passò un veneto-americano che mise un po’ di ordine e convinse tutti che Alfredo era proprio italiano e che nella storia non c’entrava nulla, che si era trovato in Germania per lavorare e che allo scoppio della guerra i nazisti l’avevano obbligato ad arruolarsi nell’esercito. Alfredo era libero.
Ritorno al punto di partenza. Anzi, ad uno dei punti di partenza. A guerra finita, Alfredo se ne tornò a fare il muratore in Franche-Comté, in Francia, al confine con la Svizzera. Da dove era partito negli anni Trenta per andare in Germania. Dove era arrivato dal bergamasco anni prima ancora. Da dove sarebbe poi ripartito, quando sua moglie giudicò aver messo da parte abbastanza soldi per tornarsene in Lombardia, da dove il disertore l’aveva intanto prelevata per amore. Eccoli a Lainate, dove la loro figlia, dodicenne, avrebbe continuato a vivere per molti anni ancora, cercando di ricordare quel francese imparato da piccola e che avrebbe ricominciato a parlare per gioco soltanto molti anni più tardi con il suo futuro figlio, Orlando.

Quando intervisto il mio amico Orlando sul Vecchio Porto di Marsiglia spira una brezza leggera. A un certo punto interrompe la narrazione degli episodi della storia sua e della sua famiglia per mostrarmi una barca che sta uscendo dal Vecchio Porto: lo vedi quell’archetto sopra il timone, l’ho fatto io. Mi spiega come ha lavorato la resina, quanto tempo ci ha messo, quanto ha guadagnato. Poi riprende il suo racconto. Intorno a noi, molte barche a motore. Anche noi siamo seduti su una barca. Di mestiere Orlando lavora la resina, il tek ed altri materiali: è il carrozziere delle barche, dice lui. Charpentier de marine. Ma la vita da artigiano non è semplice: molte responsabilità, un’organizzazione impeccabile, una serietà esemplare. È la prima volta che Orlando è costretto a fissarsi su una cosa, a impegnarcisi per davvero, fino in fondo, senza stancarsi prima di impararla.

Orlando non ce la faceva più a vivere a Cork, in Irlanda. Tre mesi, gli son bastati. E poi la vita in catena di montaggio a costruire dei Mac per la Apple non è molto piacevole: che tu sia irlandese o italiano, che la tua fabbrica si trovi in Germania o in Inghilterra, la catena è la catena. Ma per uno stagionale europeo come Orlando il gioco vale la candela, a condizione di spegnerla abbastanza presto. E di riprendere la strada. Calais. Welcome. Bienvenue en France.
Per la prima volta in vita sua Orlando alzò il pollice. Autostop. Chilometri dopo chilometri, automobilista dopo automobilista. Un camionista ceco, un polacco, poi un italiano. Da Calais a Lainate. Un ingegnere francese, un quadro belga, un professore tedesco, un libraio svizzero, un operaio francese. In tutto diciassette passaggi diversi, quattro giorni: molte imprese di trasporti su gomma transnazionali non prendono le autostrade per abbassare i costi. Viaggiano sulle nazionali e sulle nazionali si va più piano.
Nessun amore al traguardo, nessuna aspettativa. Un ritorno al punto di partenza, aspettando di ripartire.

Orlando era partito per l’Irlanda dopo essersi reso conto che non era fatto per diventare veterinario come suo padre. E, d’altra parte, si era sempre opposto alle decisioni del padre, tranne quella volta volta: proviamo veterinaria, magari questa volta il vecchio ha ragione. Orlando lasciò a metà il primo anno e reinvestì il secondo semestre in un periodo di lavoro in un paese anglofono. Tornato a casa dopo un lungo viaggio in autostop, si iscrisse poi a scienze politiche, che gli interessava per davvero. Era, quello, un nuovo punto di partenza, che l’avrebbe portato in Erasmus in Turchia, ad Antalia, e in autostop lungo l’Anatolia.
L’acqua del porto ci culla e la brezza continua a soffiare leggera. Il racconto di Orlando moltiplica le andate e ritorni, le traiettorie diventano dei meandri nei quali provo a seguirlo mentre lo ascolto. Un nuovo periodo ad Antalia come insegnante di inglese in una scuola privata, poi una laurea specialistica, che resterà inconclusa, in Danimarca, uno stage a Istanbul presso uno studio di avvocati italiani che fanno consulenza per imprese italiane che vogliono delocalizzare in Turchia perché la manodopera è meno cara (proprio non faceva per lui), intanto dei periodi di lavoro in una pizzeria acchiappaturisti a Saint-Tropez, da dove viene Angelica, che Orlando ha conosciuto in Danimarca e di cui si è innamorato. È in Francia che il suo percorso devia verso le barche. Fino alla scelta di rilevare l’impresa marsigliese di un artigiano prossimo al pensionamento.
Quando glielo chiedo, Orlando mi dice che sarebbe disposto a tornare in Italia, se si presentasse qualcosa di interessante. «Io non ho nessun problema con l’Italia. Io non mi ritengo un emigrante per necessità. Ho lasciato l’Italia quando sono andato in Erasmus in Turchia semplicemente perché volevo vedere qualcosa di diverso, quindi la Danimarca per una laurea specialistica sulla Turchia, poi Angelica…» Chilometro dopo chilometro. Oggi Orlando ha ventotto anni e lavora a Marsiglia. È il suo ultimo punto di partenza.

Un vento forte soffiava sul Vecchio Porto di Marsiglia. Orlando il Fumoso arrivò per mare una notte al timone di un galeone, con una bottiglia di rum in mano e il ritmo dei vogatori che rompeva le onde di un mare agitato. Quando vide l’ingresso del porto, scrutava già la banchina per cercare i camalli che si attardavano dopo una giornata di duro lavoro, un pubblico disposto ad ascoltare le sue avventure. Orlando il Fumoso mandò giù ancora un sorso di rum e incitò i suoi vogatori, prima di ripensare a tutte le miglia percorse. Quando raggiunse la banchina, sciolse i suoi capelli lunghi, mise bene in mostra il suo tatuaggio, s’impettì e s’avviò verso la locanda più vicina. Lì ricominciò a narrare una delle varianti delle sue innumerevoli storie, un bicchiere dopo l’altro, un paragrafo dopo l’altro, un porto dopo l’altro. Aspettando il prossimo approdo, il prossimo ritorno al punto di partenza.

PS: Come lo dice il titolo e si capisce attraverso la scrittura stessa, una parte delle informazioni riportate in questo testo sono frutto di invenzione. Non che io mi sia inventato tutto di sana pianta. Anzi: ho ben intervistato un mio amico artigiano nel porto di Marsiglia che ha già avuto, nella sua famiglia, esperienze di emigrazione in Francia, con il coinvolgimento del nonno nella guerra. Ma i contenuti e le modalità di ogni avventura, così come il nome di chi le ha vissute, sono state ritoccate e completate dalla mia invenzione. Ho, comunque, cercato di rispettare il punto di vista del mio amico.
Il fatto di reinventare queste esperienze e nascondere il nome delle persone reali permette non tanto di rendere più “letterario” il testo, ma soprattutto di trasformare le esperienze dei singoli in esperienze comuni pur rispettando il carattere intimo e personale delle storie di ognuno.

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