Solo Andata

20. Da Cartagena de Indias a Nijmegen: cronaca di uno shock culturale

di Valeria Mongelli

Cartagena de Indias. Street art. Foto di Phyllthis.
Cartagena de Indias. Street art. Foto di Phyllthis.

Il giorno del mio arrivo a Nijmegen, esco dall’albergo e vado a fare la spesa. Una volta fuori dal supermercato, stanca e carica di buste, confondo due strade probabilmente troppo uguali, entrambe costeggiate da case unifamiliari rigorosamente della stessa altezza, entrambe dotate di un nome impronunciabile. Ancora prima di rendermene conto, mi sono persa. Fortunatamente possiedo una mappa, fornitami dalla segretaria del laboratorio dove a breve inizierò un dottorato. La mappa è inserita in una cartellina, contenente tutto quello che ho sempre voluto sapere sull’Olanda e sicuramente molto di più. Sospetto che, nel suo ufficio, la segretaria possieda già un fascicolo con il mio nome, ordinatamente schedato tra Meijss e Naporova e contenente un riassunto della mia vita (in settecento parole), il numero esatto di caffè di cui ho bisogno per ottimizzare la mia produttività e un laconico resoconto delle mie abitudini gastrointestinali. Comunque: mi sono persa e devo tirare fuori la cartina dallo zaino. Per compiere questa operazione, poggio lo zaino su una macchina.

Apro lo zaino, tiro fuori la cartina, chiudo lo zaino, prendo lo zaino e mi accingo ad allontanarmi. In tutto, il mio zaino deve essere rimasto sulla suddetta macchina cinquantasette secondi circa (la segretaria di cui sopra conosce senza dubbio la cifra esatta). Mi sto allontanando, quando sento una voce urlare alle mie spalle in una lingua che non conosco. Mi giro e c’è un uomo sulla quarantina, ben vestito e con un bambino biondo in braccio, che mi guarda con odio e continua a sbraitare. Sembra furioso. «Scusi?», gli chiedo in inglese di ripetere. Lui prosegue in inglese: «Che stai facendo sulla mia macchina?». Gli spiego brevemente che ho poggiato lo zaino sulla sua macchina solo per prendere la cartina della città, perché mi sono persa. Con lo stesso identico astio, lui grida che le mie cose devo poggiarle per terra invece che sui beni altrui. Mi scuso senza convinzione, mi giro e scoppio in lacrime. Non per paura, ovviamente. Piangevo per quell’estraneo, e per la paura dell’altro che così chiaramente traspariva dalle sue parole. Per quell’estraneo, che aveva immediatamente identificato l’altro (una ragazza da sola, poi) come minaccia da cui difendere la sua proprietà privata. Nella mia personale enciclopedia, alla voce ‘shock culturale’ corrispondono ora il viso e la voce del mio primo estraneo olandese.

Volendo darne una definizione più impersonale, cos’è uno shock culturale? Tentativo: un contrasto tra passato e presente che coinvolge tutti e cinque i sensi. Nel presente, già l’ho detto, c’è Nijmegen, in Italiano Nimega, placida cittadina dell’Olanda orientale nota ai più per un trattato di pace ivi firmato nel 1678 e non molto altro. Nel passato c’è Cartagena de Indias, città sulla costa Nord della Colombia, non lontana dalla Macondo di Marquez. Cartagena, che erigerò arbitrariamente a simbolo dei mesi trascorsi attraversando il Sudamerica, quella ‘Maiuscola America’ che tanti ha affascinato e cambiato prima di me. Da questo punto di vista, il mio racconto non è che uno stereotipo.

Comincio dall’olfatto, spesso il senso più trascurato. Cartagena: aspro di sudore, eccitante di salsedine, penetrante di fritto ed arepas (declinazione colombiana delle più famose tortillas). Nijmegen: non pervenuto. Al massimo, l’erba fuori dai coffee shop. Proseguo con il tatto, anche lui più volte negletto. Cartagena: il contrasto tra il ghiaccio della mia birra e la calura del mezzogiorno; la polvere della strada sulla lingua, le mani, i capelli; l’umido della schiena della donna, obesa ma incredibilmente leggiadra sui suoi tacchi alti, che si offre di insegnarmi a ballare la salsa. Nijmegen: il vento che mi taglia il viso. Gusto: il ceviche, pesce crudo marinato che sguazza in un oceano di limone, coperto da una coltre di cipolla rossa e peperoncino. O gli spiedini di dubbia provenienza, venduti da uno dei tanti chioschi di Plaza de la Trinidad mentre due artisti di strada sputano fuoco nell’aria già rovente. Nijmegen: patate bollite (piatto nazionale). Udito: ancora mi riesce di ascoltare, in lontananza, la musica assordante negli autobus sovraccarichi, le grida dei venditori al mercato, la salsa vecchio stile di un bar dimenticato del centro, dove coppie di mezza età ridono e ballano avvinghiate. Nijmegen: non pervenuto. Se suoni il clacson, probabilmente prendi una multa.

Infine, la vista. Cartagena, un centro storico sopraffatto dagli shopping mall, nuovi cavalli di Troia fuori dalle mura coloniali. I colori delle case, della pelle, dei vestiti delle donne feriscono gli occhi sotto il sole implacabile. Il mercato, un bazar di fritto e fumo e carne in putrefazione al sole. Ma sempre, dappertutto, bruciante, Vita. Uno sfinimento che non è solo saturazione degli occhi e stordimento delle orecchie ma pienezza della testa, del cuore, dell’anima. Appagamento dei sensi, sazi, come dopo l’amore. Questa è Cartagena. Nijmegen sembra progettata dalla squadra di ingegneri dell’Ikea. A volte mi stupisco di non trovare istruzioni per il montaggio della città abbandonate sul marciapiede, a mo’ di volantini. La parola d’ordine è “funzionale”. Un dio minore deve essersi divertito a montare un filtro nel mio sistema visivo, perché un’intera gamma di colori è sparita dalla mia percezione. Spariti i colori caldi, violenti. Un insipido pastello regna sovrano.

Gli Olandesi sono anche loro evidentemente stati commissionati dal signor Ikea. A parte il mio primo, sfortunato estraneo, sono tutti gentili. Ma di una gentilezza asettica, formale, come se prima di rivolgerti la parola infilassero dei guanti di plastica usa-e-getta. La prima volta che ho chiesto un’indicazione stradale ad un Olandese, questi mi ha detto che andava nella stessa direzione e che, se volevo, potevo accompagnarlo. ‘Accompagnarlo’ voleva dire per lui camminarmi davanti, con me che lo seguivo ad una rispettosa distanza di quattro-cinque passi. E’ anche vero che, in un attimo di confusione linguistica, gli ho involontariamente risposto «Gracias»; quindi non era forse del tutto colpa sua.

In generale, gli Olandesi sembrano avere un’intrinseca ed atavica paura del contatto umano, che superano o cercano di superare ingerendo importanti quantità di alcool nel fine settimana. Il contrasto tra il venerdì-sabato sera ed il resto della settimana è lampante. Dal lunedì al giovedì, le relazioni interpersonali sono governate da una cordiale ed insormontabile distanza. Nel fine settimana, basta fermarsi ad un semaforo perché un Olandese ad alto tasso alcolico cerchi subito di attaccare bottone, con perfetta nonchalance e tono un po’ strascicato da quarta-quinta birra. Come se l’aplomb di una settimana sotto controllo esplodesse di colpo nell’euforia collettiva del sabato sera. L’alcool, si sa, allenta i freni inibitori. Qui esso sembra però essere una necessità sociale, un indispensabile ingrediente per eliminare almeno un po’ della distanza dal prossimo. A quanto ne so, qualcosa di simile accade in Germania, Inghilterra ed altri Paesi del Nord Europa. Si potrebbe quasi tracciare una freccia verticale sulla cartina dell’Europa: una freccia in cui, man mano che si sale, una società allegra ma inefficiente ed una socialità spontaneamente intima cedono il passo ad una società produttiva ma piatta ed una socialità schizofrenica, divisa tra la gentile indifferenza della settimana e gli eccessi del weekend – relegati al weekend e quindi, in fondo, anch’essi controllati.

Non voglio con questo tessere le lodi romantiche di un Sud meravigliosamente vivo e mal funzionante. Scrivendo questo pezzo mi sono resa conto di quanto sia difficile parlare della nostalgia del Sud del mondo senza scadere in banalità da terrone in trasferta. Vivere in una società funzionante e funzionale ha i suoi ovvi ed indubbi vantaggi. Inoltre, dopo due mesi qui, mi sto abituando a tanti aspetti di questa nuova cultura nordica; o assuefacendo, perché abitudine ed assuefazione sono due concetti spesso pericolosamente vicini. Ma non è questo il punto. La domanda che mi pongo, e a cui non so rispondere, è la seguente: perché succede questo? Esiste un’equazione per descrivere questo fenomeno? Un’equazione in cui la sensualità di un Sud disperato è direttamente proporzionale all’efficienza di un Nord funzionale ma, altrettanto disperatamente, privo di fascino? Un’equazione, forse correlata con le ore di sole all’anno e che magari spieghi anche perché, per fare ricerca in un posto in cui sulla ricerca si investe davvero, sono costretta ad emigrare sempre più a Nord? Non so se questa equazione esiste, ma non mi sembra così implausibile concepirne una.

Ma chiudo gli occhi e, ancora una volta, Cartagena sorge dalle nebbie del ricordo per venire a cercarmi. Miraggio nella calura allucinante, eccezione che non conferma la regola – non conferma nulla, svettante sopra uno scintillante mar dei Caraibi, regno incontrastato di pirati del ventunesimo secolo.
Una cosa è certa: se questa equazione esiste Cartagena non la conosce, e nemmeno le interessa. Per fortuna, aggiungerei.

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