«Sa o Roma, Babo!»: un diverso punto di vista sui Rom e l’Italia/2

di Pietro Cardelli

Magbule è una bambina sordo-muta, viveva insieme alla famiglia nel campo rom della Bigattiera prima dello sgombero.
Magbule è una bambina sordo-muta, viveva insieme alla famiglia nel campo rom della Bigattiera prima dello sgombero.

[«Sa o Roma, Babo!» è un reportage realizzato tra maggio e settembre 2015 dal fotografo Enrico Mattia Del Punta. Per poter vedere l’intero progetto visitare la sezione Stories sul sito enricomattiadelpunta.com]

      3. Tra Coltano e la Bigattiera

Fuori dalla città di Pisa sono presenti più campi rom, per l’esattezza quattro. Uno è quello di Coltano, divenuto ormai un vero e proprio complesso residenziale grazie al piano di sistemazioni abitative «Le città sottili», promosso dal Comune di Pisa e sostenuto dalla Regione Toscana. Un altro è quello della Bigattiera, a tredici chilometri dal capoluogo, in condizioni più difficili, soggetto a ripetuti sgomberi, senza elettricità né acqua. Questi due campi, uno la contrapposizione dell’altro, mostrano due esempi concreti su come si possa da un lato gestire con intelligenza e lungimiranza il processo d’integrazione delle comunità romanès, dall’altro fingere di non vedere, perdere qualsiasi contatto con la realtà del problema, utilizzare il potere amministrativo non in favore ma a contrasto di questa popolazione. Il buono e il cattivo governo racchiuso in due modelli contrastanti di risoluzione del problema.

Il campo di Coltano – o meglio, quello che un tempo era un campo e che adesso è un vero e proprio complesso residenziale – sorge nei dintorni di Pisa e può fungere da modello positivo. Grazie a fondi stanziati dall’Unione Europa, è stato infatti possibile per il Comune e la Regione Toscana dar vita a diciassette abitazioni, le quali hanno sostituito il fatiscente campo nomadi del luogo. Attraverso questo progetto, denominato «Le città sottili» e portato a termine da ormai più di cinque anni (ndr. 05/09/2010), una parte consistente degli abitanti del campo è stata trasferita negli appartamenti. Il plesso, costruito all’interno di un parco naturale, ha potuto così risolvere anche i problemi riguardanti l’utilizzo di elettricità ed acqua, oltre che favorire l’accesso all’istruzione ai numerosi bambini che popolano Coltano. Il mirato servizio di Scuolabus istituito dal Comune ha infatti permesso la regolarizzazione della frequentazione, favorendo così non solo l’accrescimento culturale di questi giovani, ma, più importante, il loro processo d’integrazione.

All’esempio positivo di Coltano si contrappone però, sempre nel medesimo luogo, quello del campo nomadi della Bigattiera[1], localizzato tra Marina di Pisa e Tirrenia, a circa tredici chilometri dal capoluogo di Provincia. Il campo è stato allestito nel 2003 su un terreno dell’Agenzia del Demanio ed è iniziato ad essere gestito dal Comune a partire dal 2008. Inizialmente le disposizioni erano quello di garantire a popolazioni romanì di varie nazionalità, perlopiù provenienti dalla Macedonia e dai territori della ex Jugoslavia, uno spazio provvisorio, in attesa di essere inseriti in immobili di proprietà comunale. Come riporta il sito web ufficiale della Bigattiera, il campo ha sempre ospitato più di cento persone di madrelingua romanès. Oltre a questi, negli ultimi anni vi si sono aggiunte le persone sgomberate dal campo di Coltano le quali non avevano ottenuto l’assegnazione delle case del progetto «Le città sottili».

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Campo della Bigattiera demolito il 30 settembre 2015. Valentina è nata e cresciuta in Italia. L’Europa è l’unica istituzione che riconosce e stanzia fondi per le comunità rom.

La situazione nel campo della Bigattiera è drammatica: sgomberi ricorrenti, non preavvisati, colpiscono le famiglie del posto nonostante l’autorizzazione alla residenza e il trasporto scolastico per i bambini è stato negato a partire dal 27/10/2011. Oltre a ciò, il Comune di Pisa ha sospeso l’accesso all’elettricità e all’acqua fino all’estate del 2013 per il rischio di folgorazioni. Situazioni del genere non solo conducono ad un vero e proprio svilimento della dignità umana, impedendo qualsiasi tipo di realizzazione personale e sociale di una comunità emarginata e repressa, ma rendono impossibile qualsiasi tipo di rapporto tra le persone della Bigattiera e gli abitanti del comune di Pisa, segregando così ad un isolamento obbligato donne, uomini, bambini ed anziani.

Alle crepe dell’assetto politico ha tentato di porre rimedio la società civile. Nell’estate del 2013 è nato spontaneo un appello al ripristino del trasporto scolastico e di acqua ed elettricità nel campo, in modo da garantire almeno le condizioni minime per la sopravvivenza e il diritto all’infanzia. Su queste basi una mozione di origine popolare, firmata da più di trecento persone, ha tentato di far sentire la propria voce. L’ultimo impegno della comunità ha visto pisani e rom uniti di nuovo: il 21/4/14 è stata infatti organizzata una marcia di protesta dalla Bigattiera alla scuola d’infanzia a cui hanno partecipato duecento persone e il 6/9/2014, dopo la nascita del blog ufficiale del campo, la Bandabardò ha suonato nel parco della Cittadella, durante il Metarock, sostenendo la causa dei bambini della Bigattiera.

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In una delle case di Coltano costruite con i fondi dell’Unione Europea.

L’azione della società civile pisana ha visto però vanificati i propri sforzi. Poco dopo le sette di mattina di mercoledì 30 settembre 2015 sono giunti al campo della Bigattiera trenta poliziotti con l’ordine di sgomberare definitivamente le abitazioni. L’ordinanza è stata firmata direttamente dal sindaco di Pisa Marco Filippeschi del Partito Democratico, sostenuto in questa azione sia dal gruppo consiliare di Forza Italia che da altre formazioni politiche di opposizione del centro destra. Sessanta uomini e donne rom, tra cui ventotto minorenni, sono rimasti così senza abitazione. Anche in questo caso la scelta del Comune, giustificata sulla base di un verbale dell’USL il quale denunciava le condizioni igienico-sanitarie del campo, non solo nega un tetto a numerose persone ultime nella scala sociale del territorio, ma distrugge così un progetto di sviluppo e integrazione che stava ormai andando avanti da anni. Proprio a sottolineare la gravità di questa azione e delle sue conseguenze erano presenti al campo della Bigattiera, la mattina dei fatti, sia le associazioni Africa insieme e Rebeldia, sia le maestre di alcuni dei bambini di cultura romanès costretti alla partenza. Come ricordato dai consiglieri comunali Francesco Auletta e Marco Ricci (Una città in comune-Prc), Simonetta Ghezzani (Sel) e Stefano Landucci (Pisa Possibile) in un comunicato immediatamente successivo all’azione delle ruspe sulla Bigattiera: «Gli sgomberi forzati sono condannati dalla Commissione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (risoluzione n.1993/77), la Commissione Europea ha richiamato gli stati membri a promuovere politiche di inclusione nei confronti delle popolazioni rom e sinti (Comunicazione n.173/2011)». Rimane ancora da capire quale sia stato il pensiero del sindaco, quale la sua idea di libertà e integrazione, adesso che queste sessanta persone dovranno trovarsi, in che modo non è dato prevederlo, un tetto sotto al quale trascorrere la notte. Come dimostrano Coltano e la Bigattiera nel cuore della Toscana, il discrimine fra agire correttamente o meno sta nell’intenzione, nella volontà di chi governa di risolvere o no una questione che da ormai troppo tempo chiede risposte.

      4. Una possibile soluzione, una prova di libertà

Se vogliamo tentare di mostrare una via da percorrere, occorrerà soffermarsi su entrambi gli elementi che condizionano l’esistenza, la problematica, e quindi anche l’ipotesi risolutiva della questione dei campi rom. Da un lato sarà utile proporre un’azione a livello politico-governativo, che miri a risolvere il problema dei campi a medio e a lungo termine; dall’altro sarà necessario indicare un modello sociale da perseguire per favorire l’integrazione. Partiamo dal primo aspetto.

La questione dei campi rom in Italia è sempre stata trattata con supponenza e falsa attenzione. Nel nostro paese, su 180.000 persone di origini rom, sono 40.000 quelle che risiedono nei campi. Qui, come già sottolineato lungamente, vivono in condizioni precarie. Punto primario da sottolineare è questo: nessun rom desidera vivere in un campo nomadi. Punto secondo: qualsiasi uomo, donna, bambino rom non domanda altro che una casa, un’istruzione, un lavoro. Punto terzo: l’unica cosa che viene richiesta da parte loro – e non da tutti – è la possibilità di mantenere il proprio cumulo di tradizioni, la propria specificità culturale, il proprio indirizzo mentale. Vivere dignitosamente adattandosi al mondo di cui fanno parte, mantenendo però la propria impronta secolare.

Molti bambini si sentono pienamente italiani, alcuni infatti non conoscono altra lingua che quella italiana.
Molti bambini si sentono pienamente italiani, alcuni infatti non conoscono altra lingua che quella italiana.

Per soddisfare queste semplici richieste occorre però un intento condiviso e strutturato. Occorre garantire ad ogni soggetto rom le stesse possibilità di ottenere un lavoro o un appartamento statale di quelle possedute da un qualsiasi altro cittadino italiano. Non è giustificabile, infatti, non solo lo iato tra le condizioni di partenza di un bambino che nasce in un campo rispetto a quello nato in una città, ma anche la disparità – frutto di un vero e proprio razzismo collettivo e direi anche istituzionale – per cui ad un rom difficilmente sarà possibile ottenere un lavoro se dichiara la propria identità, e lo stesso vale per quanto riguarda l’accesso alle graduatorie statali per l’ottenimento di un’abitazione[2]. Lo smantellamento dei campi, su queste basi, deve essere il punto primario per costruire un nuovo processo d’integrazione. Smantellamento che però non dovrebbe avvenire, naturalmente, prima che siano pronti nuovi e migliori luoghi abitativi. Se non ci sono le possibilità, nel breve termine, di garantire un’abitazione per tutti, allora iniziamo con il rendere vivibili gli spazi d’esistenza di queste persone; ma se davvero vogliamo impegnarci in un progetto serio e a lungo termine, allora veramente occorre elaborare delle modalità d’intervento tese a superare questo modello abitativo.

Il sistema dei campi alle periferie delle città sussiste solo nel nostro paese. Difficilmente in gran parte degli Stati europei troveremmo infatti una situazione anche solo lontanamente paragonabile alla nostra. Stati come la Spagna e il Portogallo, tra i migliori per quanto riguarda i dati d’integrazione sociale tra le popolazioni del luogo e quelle di origine romanès, utilizzano infatti soluzioni differenti[3], dalle quali forse potremmo trarre ispirazione. Alcune di queste sono, per esempio: la creazione di enti che aiutino nella scelta di soluzioni affittuarie all’interno del mercato privato, l’investimento statale e regionale nell’edificazione di strutture abitative di produzione pubblica, la costituzione di accordi che permettano mutui agevolati e sostenibili da parte delle famiglie, l’affitto di cascine in disuso di proprietà pubblica attraverso una molteplicità di contratti di locazione compensati da ristrutturazione, le autocostruzioni accompagnate da progetti di inserimento sociale etc.

Ciò che però deve rimanere stabile è l’intento, mirato ad una diversificazione dell’azione e indirizzato a garantire una vera e prolungata integrazione tra i popoli. Questi interventi, che possono apparire perseguibili solo grazie al possesso di grandi liquidità da parte dello Stato, permetterebbero invece di tagliare dai costi pubblici la costruzione e il mantenimento dei campi attualmente esistenti, la quale richiede e ha richiesto sempre una quantità spropositata di fondi, se teniamo anche conto della scarsità dei risultati[4]. Altre alternative possibili alla presenza dei campi sono state suggerite dall’Associazione ONLUS 21 luglio. Si legge infatti nel rapporto Segregare, concentrare e allontanare i rom. I costi a Roma nel 2013 da loro pubblicato nel 2014:

A fronte di costi economici e sociali così elevati, il superamento definitivo dei “campi” si presenta come l’unica via che conduce a una inversione di tendenza e che si incrocia con quella dei diritti umani. Le alternative possibili ai “campi” sono molteplici e l’Associazione 21 luglio, nel rapporto, ne ha proposto un esempio concreto: un progetto di autorecupero, così come codificato dalla Legge Regionale n.55 del 1998, che darebbe alloggio a 22 famiglie, tra cui 2 famiglie rom, una famiglia di rifugiati, una famiglia di immigrati e altre famiglie italiane in disagio abitativo. Un progetto, questo, che partirebbe dall’individuazione di un edificio dismesso tra i 1.200 ettari di immobili abbandonati presenti attualmente sul territorio comunale.

Soluzioni abitative extra-campo, finalizzate all’inclusione sociale, del resto, sono già state attuate in altre città italiane, come Messina e Padova, dove, grazie a progetti di autorecupero e autocostruzione, si spenderanno in 5 anni rispettivamente 10 mila euro e 50 mila euro per una famiglia rom di 5 persone. A Roma, la stessa tipologia di famiglia che vive nel “campo” de La Barbuta costerà alle casse comunali 155 mila euro in cinque anni.[5]

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“Baba” il capo spirituale del campo. Professa il sufismo, una forma di ricerca mistica derivata dalla cultura islamica.

Superare il sistema dei campi, quindi, per garantire una vera integrazione ed un reale miglioramento delle condizioni di vita di queste popolazioni. Medesime condizioni di partenza, stesse possibilità di realizzazione personale e sociale, possono però sorgere ed affermarsi solo nel momento in cui la parità tra individui dalle identità diverse verrà accettata come elemento naturale e spontaneo della convivenza. Per far sì che un ragazzo rom venga guardato con gli stessi occhi di un italiano durante un colloquio di lavoro o che una bambina sinti possa essere accolta in una classe della scuola dell’infanzia senza pregiudizi, c’è bisogno innanzitutto di un vero impegno politico nel costruire efficienti progetti di integrazione. Questo riguarda molti aspetti: non relegare queste popolazioni ai confini delle città, bensì aiutarli ad ottenere abitazioni nel centro dei paesi; coinvolgerli nella vita sociale con iniziative mirate e lungimiranti; garantire ai bambini un’istruzione fin dai primi anni di età, così che la vicinanza tra culture diverse possa attuarsi fin dall’infanzia; costruire le basi per un multiculturalismo vivo e arricchente per tutti; ostacolare in ogni modo chi si pone dall’altro lato della barricata, utilizzando toni insostenibili e disgreganti. Primo elemento da cui partire dovrà essere sicuramente il riconoscimento dello statuto di minoranza e dei diritti socio-culturali che ne conseguono alle popolazioni rom e sinti. Questo comporterebbe numerose facilitazioni per quanto riguarda la promulgazioni di leggi efficaci e risolutive[6], permettendo quindi anche dal punto di vista legislativo di costruire un’immagine nuova, diversa, reale delle popolazioni romanì.

In definitiva, ciò su cui vorrei si ponesse l’attenzione al termine di questo articolo è l’estremo bisogno di un approccio radicalmente diverso nei confronti di una così ricca e complessa popolazione, se davvero vogliamo tentare di risolvere le questioni che ne scaturiscono. Solo impegnandosi tutti tramite una presa di posizione differente, frutto di un sacrificio dal punto di vista sia sociale che politico, mettendo quindi in gioco ognuno di noi come amministratore, cittadino, uomo, sarà possibile confrontarsi davvero con questa questione e provare a risolverla veramente.

[1] Per informazioni, contatti, interventi ed ogni iniziativa di supporto nei confronti del campo rom della Bigattiera, al fine di migliorare la situazione dei suoi abitanti, si guardi l’ottimo sito web dedicato: https://bigattiera.wordpress.com/.

[2] «Per il lavoro è un po’ meglio perché, ogni tanto, qualcuno la possibilità te la dà. Anche se mio figlio non si fida e ha sperimentato una sua tattica: dice che è di un’altra città e così nessuno collega il nome della via al campo zingari. Lui si è specializzato in tutti i dialetti d’Italia, sai? Potrebbe fare teatro. L’ultimo lavoro, in nero naturalmente, l’ha preso dicendo che è di Treviso, ma adesso in officina si deve rompere i maroni e parlare sempre trevigiano. Ti sembra vita questa qui?». Sul ring con il canguro, da P. Petruzzelli, Non chiamarmi zingaro, Chiarelettere, Milano, pp. 87-88.

[3] Vedi l’interessante analisi di Tommaso Vitale, Direttore Scientifico del Master Governing the Large Metropolis a Sciences Po di Parigi:

http://www.ispionline.it/sites/default/files/pubblicazioni/PI0021App_rom.pdf.

[4] Fonte: http://www.21luglio.org/wp-content/uploads/2014/06/Campi-Nomadi-s.p.a_Versione-web.pdf.

«Oltre 24 milioni di euro spesi dal Comune di Roma nel 2013 per segregare e concentrare i rom nei “villaggi della solidarietà” e nei “centri di raccolta rom” e sgomberarli dagli insediamenti informali. Un vero e proprio “sistema”, quello dei “campi” nella Capitale, all’interno del quale operano 35 enti pubblici e privati, che impiegano un personale di oltre 400 individui, che usufruiscono dei finanziamenti comunali per lo più attraverso affidamento diretto e non tramite bandi pubblici. […] Dei 24.108.406 euro spesi dal Comune di Roma nel 2013 per affrontare la “questione rom” – 8 mila persone, di cui più della metà bambini -, l’86,4% è stato utilizzato per la gestione dei “campi” e per la vigilanza e la sicurezza all’interno degli stessi; il 13,2% è stato rivolto ad interventi di scolarizzazione mentre soltanto lo 0,4% del totale è stato destinato all’inclusione sociale dei rom.».

[5] Da http://www.21luglio.org/campi-nomadi-s-p-roma-sistema-campi-vale-24-milioni-euro.

[6] A tale scopo, si osservi i risultati dell’indagine condotta da Tommaso Vitale, in particolare il n. 21 (ottobre 2010) dell’Osservatorio di politica internazionale, Rom e sinti in Italia: condizione sociale e linee di politica pubblica: http://www.ispionline.it/sites/default/files/pubblicazioni/PI0021App_rom.pdf.

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