«Sa o Roma, Babo!»: un diverso punto di vista sui Rom e l’Italia/1

di Pietro Cardelli

Il campo Rom di Ospedaletto, zona industriale di Pisa
Il campo Rom di Ospedaletto, zona industriale di Pisa. Foto di Enrico Mattia Del Punta.

[«Sa o Roma, Babo!» è un reportage realizzato tra maggio e settembre 2015 dal fotografo Enrico Mattia Del Punta. Per poter vedere l’intero progetto visitare la sezione Stories sul sito enricomattiadelpunta.com]

«[…] Per l’aver fatto gli altri tre chiodi, invece, il Signore li costrinse a viaggiare per tutta la loro esistenza»

[Leggenda romanès, Non chiamarmi zingaro, P. Petruzzelli]

La denigrazione delle popolazioni romanì da parte dell’uomo italiano, occidentale ha radici profonde. Quella a cui quotidianamente assistiamo è un’offensiva perseguita sia con coscienza che per istinto; da un lato studiata, premeditata, dall’altro frutto di un sentimento inconscio e di un’insofferenza primordiale. Le statistiche che ne giustificano l’infondatezza spesso non sono sufficienti. Il disprezzo per ciò che ci sembra diverso si nutre infatti di sostanze irrazionali difficile da scardinare con numeri e grafici.

Cerchiamo quindi di comprendere a fondo la situazione della popolazione romanì in Italia, partendo da considerazioni generali per poi soffermarsi su un caso esemplificativo, ossia sulla situazione dei campi rom della zona circostante a Pisa. Ciò che ci preme evidenziare, infatti, è il perché di un’insofferenza così radicata. Sarà quindi possibile, in conclusione, proporre una nuova prospettiva d’azione, con il fine sia di favorire un vero processo di integrazione tra comunità diverse, sia di sperimentare nuovi metodi di risoluzione del problema dei campi nomadi.

  1. Un’alterità multiforme, un’idea diversa di vita[1]

Alla base di questo attacco, fomentato sempre più spesso da partiti politici in cerca di facili voti, come detto, sta in primo luogo un’ignoranza estrema e allo stesso tempo cosciente. Fondamento di questa volontaria inconsapevolezza è la riduzione di una popolazione vasta, complessa, millenaria ad una definizione dispregiativa, zingari, e ad un appellativo degradante, ladri. In realtà quelli che solitamente chiamiamo in questo modo sono una popolazione di circa sedici milioni di persone distribuite in tutto il mondo, suddivise in cinque grandi comunità: Rom, Sinti, Kale, Manouches, Romanichals. Queste si strutturano a loro volta in moltissimi sottogruppi dalle molteplici tradizioni, ognuna con la propria specificità culturale, la propria morale, la propria etica e il proprio dialetto della lingua romanì.

Rom al lavoro smontano un capannone del PD, lo stesso partito che poco tempo dopo ha dato il via libera allo sgombero forzato del campo Rom della Bigattiera.
Rom al lavoro smontano un capannone del PD, lo stesso partito che poco tempo
dopo ha dato il via libera allo sgombero forzato del campo Rom della Bigattiera.

 Com’è facilmente intuibile, racchiudere in un campo comunità così diverse ed orgogliose della propria unicità non è semplice né realizzabile se ci auspichiamo una soluzione felice al “problema rom”. Ognuno di questi sottogruppi è infatti composto da un insieme di famiglie allargate e la base della loro organizzazione sociale sta proprio nei rapporti che si instaurano tra di esse. La tradizione assume in questo contesto il valore di patrimonio fondante e riconoscitivo, all’interno del quale l’uguaglianza è il principio di base della struttura sociale della comunità. Non esistono (almeno in quei sottogruppi ancora non eccessivamente integrati con la vita occidentale) gerarchie o classi tra i rom, la loro è una comunità orizzontale.

 «Ogni individuo, rispettando l’etica comune – scrive A. Spinelli in toni quasi hegeliani – si sente parte di una totalità singolare». All’interno di questo contesto egualitario, la vita si struttura su semplici principi tramandati di padre in figlio. Dare, avere, ricambiare sono i cardini di una società fondata sul reciproco rispetto e sulla solidarietà. Fondamentale importanza assume quindi la famiglia, elemento centrale e sola realtà stabile di tutta la comunità. La legge romanes è costituita da un cumulo di norme morali e non coercitive da rispettare, regolate dall’assemblea degli anziani. Ad ognuno viene richiesto di rispettare tali norme a seconda del suo ruolo nella società, così che la sicurezza del singolo venga garantita dalla continuità della tradizione.

Tratto originale della cultura romanès è inoltre la concezione del lavoro, il quale ha funzione di sostentamento, ma non deve totalizzare la giornata di un uomo, impedendogli così di realizzare se stesso nel rapporto con l’altro. Nel corso dei secoli i rom hanno svolto le più svariate professioni, dai lavoratori di coltelli ai commercianti di cavalli e di automobili, dai giostrai ai cartomanti, dai venditori ambulanti ai circensi, dai liberi professionisti agli allevatori. Oggi, anche se in basse percentuali, si possono trovare rom medici, ingegneri, calciatori, imprenditori, avvocati. Ciò che risalta è il fatto che questa popolazione sia legata a lavori del tutto inusitati nella nostra cultura, lavori fondati sullo sviluppo dei rapporti umani più che sullo scambio di denaro. Ultima caratteristica da sottolineare è la transnazionalità e la multiformità della cultura romanès, cultura formatasi attorno ad un’identità – detta romanipè – sempre mutevole, sempre in costruzione. Sta in essa la forza d’animo che, un’oppressione dopo l’altra, ha permesso ai Rom di resistere e, sopravvivendo, conservare la propria libertà.

Ecco, se ripensiamo al cominciamento del nostro discorso, alla domanda posta in partenza – Su che basi sorge il disprezzo da parte dell’uomo italiano, occidentale nei confronti della popolazione romanì? – è possibile adesso comprendere come siano proprio queste singolarità a creare destabilizzazione nella mente di chi è assuefatto ad un differente modus vivendi. È facile capire come al diverso vengano immediatamente affibbiati i caratteri di nemesi rispetto al nostro mondo, ipotesi non considerabile di vita, affronto a ciò che siamo. Sorge quindi il timore di veder concretizzato davanti ai nostri occhi un diverso modello di esistenza, e l’odio per questa specificità.

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La cultura romanès incute paure forse proprio in quanto rappresentazione sensibile di un mondo contrapposto a quello a cui ci siamo abituati a vivere, scappatoia da una realtà che, chiusa nei suoi schemi e nelle sue ripetizioni, non vogliamo neppure concepire come parziale, come possibile e non definitiva. La cultura romanès rappresenta da un lato un’esistenza che abbiamo perso nel tempo (più o meno felicemente) – ossia una vita strutturata su valori inamovibili, giustificati da una morale fondata sulla tradizione e da un solido sistema di trascendenze, una famiglia di stampo patriarcale, un’idea di cultura mobile e variopinta; dall’altro qualcosa che non abbiamo mai posseduto o che ci siamo sempre posti come ideale – un egualitarismo reale dal punto di vista sociale ed economico, una concezione non alienante e assolutizzante del lavoro, un’economia fondata sulla sussistenza e non sul profitto. In quanto alterità straniante, modello diverso di vita, la popolazione romanì è sempre stata oggetto di accuse e vilipendi. Un’ignoranza cullata con orgoglio e l’acquiescenza – quando non vera e propria connivenza – della classe politica ha prodotto il resto.

         2. I Rom e l’Italia[2]

     Oltre a questa forma d’insofferenza, viscerale e irrazionale, forse costitutiva di ogni popolazione che ritrova nell’altro l’esemplificazione delle proprie rimozioni, ne esiste però anche una apparentemente cosciente e consapevole, fondata e supportata da citazioni ricorrenti, numeri inventati ad momentum, timori alimentati con gli anni. Supporto naturale di questa forma di disprezzo sono le dicerie e le favole mediatiche: «Eh sì, ma i rom rubano», «Non sono razzista, ma gli zingari non li posso sopportare», «Ero nella metro A, andavo in centro, e ce ne avevo uno accanto. Non puoi capire quanto puzzasse», «Che poi lo Stato a loro glieli dà i soldi per campare, mentre a noi niente» – e numerose altre come queste. Cerchiamo adesso di guardare alla realtà dei fatti e di capire qualcosa in più sulle reali condizioni di vita di questa popolazione nel nostro territorio.

Un ragazzo mostra i muscoli. Campo Rom di Ospedaletto, Pisa.
Un ragazzo mostra i muscoli. Campo Rom di Ospedaletto, Pisa.

La prima testimonianza storica di un rom in Italia si ha nel 1382, anno di nascita di un certo Antonio Solario di Chieti, zingaro orgoglioso. Il primo attestato, invece, di una comunità romanès nella penisola si ha nel 1422, anno in cui giunsero un gruppo di “Egiziani” – nome dato ai rom all’epoca – a Bologna. Oggi in Italia la popolazione romanì stimata è di 180’000 persone (0,25% dell’intera popolazione), di cui il 60% sono cittadini italiani regolari e solo il 3% si considera nomade. Questa grande comunità si suddivide principalmente in due grandi gruppi:

  • Rom di antico insediamento (50.000 persone circa): abitano nelle regioni centro-meridionali e vivono nelle case. Svolgono una grande quantità di lavori.
  • Sinti di antico insediamento (50.000 persone circa): vivono in gran parte nelle regioni centro-settentrionali e la maggior parte di loro sono circensi e giostrai. Risiedono prevalentemente in camper, roulotte e campi nomadi.

Per comprenderne le condizioni di vita è utile analizzare i risultati dell’ultima indagine del Pew Research Center[3] o rileggere un documento di Amnesty International (Tolleranza zero verso i Rom, 2011), il quale esemplifica e chiarisce al meglio la gravità della situazione sul nostro territorio:

Secondo la legislazione italiana i rom, i sinti e i camminanti non sono minoranze linguistiche e non godono delle stesse tutele riconosciute, ad esempio, alle minoranze albanese, catalana, tedesca, greca, slovena e croata. Non esiste un quadro legislativo nazionale che affronti i diritti e le necessità dei rom, dei sinti e dei camminanti, ma vi sono solo alcune leggi regionali e regolamenti comunali. La Commissione straordinaria per la protezione e la promozione dei diritti umani del Senato italiano ha riferito, nel febbraio 2011, che sono circa 40.000 i rom, i sinti e i camminanti che vivono in campi o insediamenti informali, spesso in condizioni spaventose. La maggior parte non ha sicurezza del possesso e si trova sotto costante rischio di sgomberi forzati. Le precarie condizioni di vita nei campi e la discriminazione (diretta o indiretta) da essi affrontata nell’accesso al sistema sanitario sono ampiamente dimostrate dagli indicatori sanitari. Uno studio condotto dalla Croce rossa italiana rivela che soltanto il 2,81% della popolazione rom presa in esame (4927 individui) raggiunge o supera i sessanta anni di età. Si calcola che il 42,52% della popolazione rom in Italia abbia un’età al di sotto dei quattordici anni.[4]

Se le reali condizioni di vita della popolazione romanì balzano agli occhi per la loro gravità, ancor più sconcertanti appaiono le scelte compiute dalle autorità nazionali e locali nel corso degli ultimi anni. Caso emblematico è stata la decisione da parte del Governo italiano, già nel 2008, di dichiarare lo stato di emergenza nomadi, paragonando così la presenza delle comunità rom sul territorio ad una calamità naturale o ad una catastrofe. Grazie a questa legge, le autorità hanno avuto così l’autorizzazione alla deroga di norme nazionali che tutelano i diritti umani. Conseguenza primaria di ciò è stato il potere conferito alle autorità locali da parte del Governo di sgomberare i campi nomadi senza alcun tipo di preavviso ai loro abitanti. Si è dovuto attendere il 16 novembre 2011 perché il Consiglio di Stato dichiarasse illegittimo il decreto governativo del 2008. Già da quell’anno, inoltre, Amnesty International «chiedeva all’Italia di rispettare il diritto ad un alloggio adeguato, così come garantito dall’art.11 del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali e da altri trattati di cui l’Italia è parte»[5].

Anche avvicinandosi ai nostri giorni, però, la situazione non appare cambiata. La maglia nera in Italia per le condizioni di vita garantite alla popolazione romanì, infatti, va alla città di Roma. È con l’ultimo rapporto (Due pesi e due misure: le politiche abitative dell’Italia discriminano i Rom, 2013), infatti, che Amnesty

denuncia come oltre 4000 rom residenti nei campi autorizzati di Roma subiscano una discriminazione sistematica, anche quando fanno domanda di assegnazione di un alloggio pubblico. A seguito degli sgomberi forzati, queste persone sono state trasferite in container e roulotte all’interno di campi segregati, sovraffollati e recintati, costruiti e gestiti dalle autorità comunali. Questa circostanza limita profondamente le possibilità d’integrarsi in una comunità più ampia e di trovare un impiego regolare. Nonostante le loro povere condizioni di vita, per oltre un decennio i criteri per dare priorità alle domande di alloggio popolare hanno effettivamente impedito ai rom di accedervi. Il richiedente doveva dimostrare di essere stato legalmente sfrattato da un alloggio privato in affitto, cosa impossibile per i rom residenti nei campi o sgomberati con la forza da questi ultimi.[6]

Anche l’European Union Agency For Fundamental Rights, con la sua indagine condotta tra il 2011 e il 2013, ha rivelato risultati allarmanti: solo il 15% dei giovani Rom concludono il ciclo di istruzione secondaria superiore; in media meno di un rom su tre svolge un lavoro retribuito; il 45% di coloro che sono stati intervistati vive in abitazioni a cui manca almeno uno tra cucina, servizi sanitari, elettricità, doccia o vasca interni; il 90% dei rom intervistati vive al di sotto della soglia europea di povertà.

I Rom musulmani si uniscono con il resto della comunità islamica per le preghiere nella palestra del Centro Sportivo Universitario di Pisa prestato a moschea.
I Rom musulmani si uniscono con il resto della comunità islamica per le preghiere nella palestra del Centro Sportivo Universitario di Pisa prestato a moschea.

Da questa serie impressionante e desolante di dati si deduce una sola considerazione: le condizioni di vita di questa popolazione, nonostante ciò che continuamente – con intenti politici e strumentali – ci viene riferito, è decisamente tragica. Né i governi nazionali né le amministrazioni locali hanno avuto il coraggio, nel corso degli anni, di prendere decisioni anche impopolari pur di garantire un minimo di dignità ad una comunità che sempre è stata osteggiata. Il minimo comun denominatore delle scelte governative, infatti, è stato non l’errore, bensì la non-scelta, l’indifferenza; basti pensare che l’unico provvedimento di ordine realmente nazionale promulgato su indirizzo del Governo su questo tema da ormai quasi dieci anni è stato appunto il decreto emergenza nomadi del 2008. Nient’altro oltre agli sgomberi forzati è stato realizzato a livello nazionale. La parola più ricorrente che ormai da giorni sentiamo associata alla questione rom è un termine di tutt’altro contesto utilizzato con un tono tra l’ironico e l’aggressivo, ruspa. Tale è la decadenza del dibattito politico italiano in questi anni.

[1] Fonti principali di questo paragrafo, sia per quanto riguarda gli aspetti numerici e statistici che per le caratteristiche fondamentali delle cinque comunità rom, sono: S. Spinelli, Rom, genti libere, Dali editore, Milano, 2012; P. Petruzzelli, Non chiamarmi zingaro, Chiarelettere, Milano, 2008. Oltre a questi, da citare, alcuni siti web in particolare: http://www.21luglio.org/wp-content/uploads/2014/06/Campi-Nomadi-s.p.a_Versione-web.pdf; http://www.ispionline.it/sites/default/files/pubblicazioni/PI0021App_rom.pdf.

[2] Per quanto riguarda i dati citati in questo paragrafo si è utilizzato come fonti: S. Spinelli, Rom, genti libere, Dali editore, Milano, 2012; P. Petruzzelli, Non chiamarmi zingaro, Chiarelettere, Milano; P. Petruzzelli; http://www.pewglobal.org/2014/05/12/chapter-4-views-of-roma-muslims-jews/ [Pew Research Center]; http://www.21luglio.org/ [Associazione 21 luglio]; http://www.internazionale.it/notizie/2015/04/08/rom-campi-diritti-umani/ [Internazionale].

[3] Da http://www.internazionale.it/notizie/2015/04/08/rom-campi-diritti-umani: «Secondo il Pew research center, l’Italia è il paese europeo dove l’intolleranza verso i rom e i sinti è più diffusa. L’istituto di ricerca statunitense ha esaminato l’ostilità nei confronti dei rom in sette paesi d’Europa nel 2014, e in Italia l’85 per cento degli intervistati ha espresso sentimenti negativi verso questa popolazione. Nel 2014 l’Osservatorio 21 luglio ha registrato 443 episodi di violenza verbale contro i rom, di cui 204 ritenuti di particolare gravità, e l’87 per cento di questi episodi è riconducibile a esponenti politici. L’Italia è uno dei paesi europei dove abitano meno rom e sinti, al contrario di quanto percepito dalla popolazione, anche perché i responsabili politici e i mezzi d’informazione adottano un atteggiamento discriminatorio e suggeriscono che ci si trovi in una continua emergenza».

[4] Amnesty International, Tolleranza zero verso i Rom, 2011.

[5] Da http://www.amnesty.it/diritti-rom-italia.

[6] Da http://www.amnesty.it/Italia-campi-della-segregazione-per-rom-una-macchia-per-citta-di-roma.

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