Il cuore dell’aragosta

Amore e culinaria tra Lanthimos e Foster Wallace

di Andrea Caciagli

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Come molte altre specie di carnivori bentonici, le aragoste sono sia cacciatrici che spazzine. Hanno gli occhi posti alla sommità dei peduncoli, le branchie sulle zampe, e le antenne. […]
Il nome inglese, lobster, viene dall’antico inglese loppestre, che si pensa essere una forma corrotta della parola latina per «locusta» combinata con loppe dall’antico inglese, che significava «ragno»
David Foster Wallace, Considera l’aragosta

In un paese indefinito e in una realtà distopica, essere single è illegale e chiunque lo diventi viene portato in un grande albergo sul mare, munito di tutti i comfort ma anche di una serie di regole restrittive. Se entro 45 giorni l’ospite non riuscirà ad innamorarsi di qualcuno verrà trasformato in un animale. David, uomo di mezza età miope appena lasciato dalla moglie, si ritrova in questo albergo grottesco in cui è proibita la masturbazione e vengono organizzate regolari battute di caccia ai «solitari», single ribelli che vivono nei boschi: ogni single catturato è un giorno di proroga alla fatidica scadenza. In un atto di beffarda pietà, ad ogni ospite dell’albergo viene concessa la scelta dell’animale in cui verrà tramutato nel caso non trovasse nessun partner. David sceglie di diventare un’aragosta.

«Ha pensato a quale animale vorrebbe essere se restasse solo?»
«Sì, un’aragosta»
«Perché un’aragosta?»
«Perché loro vivono oltre i cento anni, hanno il sangue blu come gli aristocratici e sono fertili per tutta la vita. Io, poi, amo il mare, davvero tanto. Sono bravo nello sci d’acqua e nel nuoto da quando ero ragazzino»
«Originale. La maggior parte delle persone rispondono “un cane”, per questo il mondo ne è pieno. Pochissime persone scelgono animali inusuali, ecco perché sono in via di estinzione. Davvero una scelta eccellente»

Con un sarcasmo acre il regista greco Yorgos Lanthimos in The Lobster, premio della giuria a Cannes, mette in scena un universo tanto grottesco quanto rigido e anonimo, popolato da personaggi senza nome – «l’uomo zoppo», «l’uomo con la lisca», «la donna senza cuore» – prendendosi gioco dell’idea di anima gemella, della convinzione collettiva che una persona debba necessariamente avere una caratteristica in comune con un’altra perché i due singoli possano diventare una coppia. Nel film questa convinzione diventa regola, in maniera tanto rigida da farsi distorta. Alla legge dell’affinità non si sfugge: la coppia non può essere coppia se non condivide un’abilità o una caratteristica. Entrambi i genitori della ribelle a capo dei «solitari» sanno suonare la chitarra, i proprietari dell’albergo in cui David è recluso, marito e moglie, hanno entrambi una bella voce, prima di finire nell’albergo «l’uomo zoppo» era il compagno di una donna zoppa – ed è forse questo il motivo per cui «l’uomo con la lisca» non riesce a trovare una compagna.

L’amore, il sentimento più alto, è sottoposto a simulazione. «L’uomo zoppo» finge di soffrire di frequenti perdite dal naso per stare insieme ad una donna che ha lo stesso problema, lo stesso David si finge cinico per stare assieme alla «donna senza cuore», ed è quanto basta per dichiararli una coppia. L’importante non è provare realmente un sentimento, ma evitare la solitudine, perché la società istituzionale non la accetta e rimprovera a chi contempla la solitudine la sua mancanza di carattere, come «l’uomo zoppo» con «l’uomo con la lisca» che valuta la possibilità di diventare pappagallo e con David che considera l’aragosta. La domanda che sorge spontanea è quella che si pone David Foster Wallace nell’omonima inchiesta etica sul Maine Lobster Festival, il festival dell’aragosta del Maine: è legittimo uccidere un essere senziente per il solo fatto che non può o non riesce a ribellarsi? E oltretutto, è lecito farlo mentre è ancora in vita, prelevandolo da una vasca da cui non ha vie d’uscita? Foster Wallace, riflettendo sulla questione, riporta alcune teorie a proposito dei sentimenti degli animali, e scrive: «Sappiate che ci sono scienziati professionisti, fra cui molti ricercatori che usano animali negli esperimenti, fedeli all’idea che le creature non-umane non abbiano affatto dei veri sentimenti, ma solo meri “comportamenti”». Così, alla stregua di animali, i personaggi di The Lobster non ‘provano’, semplicemente ‘si comportano’. Salutano con lettere asettiche l’amica di sempre destinata alla dissezione, acconsentono taciti agli schemi comportamentali e alle punizioni corporali imposte, parlano con inquietante pacatezza del momento in cui, qualora non trovassero un compagno, verranno spolpati e adattati all’anatomia dell’animale che vorranno diventare. Da questo punto di vista, le aragoste di Foster Wallace sembrano molto più umane degli uomini di Lanthimos, soprattutto di fronte alla morte:

Se la calate nella pentola fumante inclinando il contenitore, qualche volta l’aragosta cercherà di aggrapparsi ai bordi del contenitore o persino di agganciarsi con le chele all’orlo della pentola, come una persona che cerca di non cadere dal bordo di un tetto. E ancora peggio è quando è immersa del tutto. Anche se coprite la pentola e vi girate dall’altra parte, di solito sentirete il coperchio che sbatacchia e sferraglia mentre l’aragosta cerca di spingerlo via per uscire. Oppure sentirete le chele della creatura che grattano i lati della pentola mentre si dibatte. L’aragosta, in altre parole, si comporta come ci comporteremmo voi o io se venissimo buttati nell’acqua bollente (con l’ovvia eccezione delle urla).

Nella realtà della pellicola la tendenza è inversa. Non ci sono chele all’orlo della pentola, niente coperchio che sferraglia. Le aragoste della pentola di The Lobster, quando arriva il loro momento, non si ribellano all’acqua bollente, vi si adagiano e si lasciano cuocere, dissezionare, trasformare. Da questo destino David cerca di sottrarsi e organizzando una tempestiva fuga si rifugia dai «solitari», nel bosco. Ma se inizialmente i ribelli appaiono come una finestra di libertà, nel momento stesso in cui David mette piede fra loro viene invaso da un flusso ininterrotto di regolamenti, opposti ma speculari a quelli dell’albergo, pena atroci violenze fisiche. Se l’albergo era la dittatura della coppia, il bosco è la dittatura del single. Fondamentalmente, David non fa altro che passare da una vasca all’altra. E in questa vasca s’innamora di un’altra aragosta, una donna anch’essa senza nome, con cui intrattiene un rapporto proibito. La miopia della donna è la caratteristica in comune che legittima socialmente il loro amore, eppure si percepisce che tra i due c’è qualcosa di più, di vero. Anche nella seconda vasca, però, ogni aragosta è destinata presto alla morte: se gli ospiti dell’albergo hanno 45 giorni di vita prima di venire dissezionati, i solitari si scavano letteralmente la fossa nel bosco in cui sono rifugiati, consapevoli che la loro ora verrà presto. Cambia soltanto la tipologia di annullamento e lo spazio fisico in cui questo annullamento prende forma, ma le aragoste cuoceranno lo stesso e l’universo narrativo del film resterà il teatro della cottura, una pentola grande tanto quella del Festival dell’aragosta del Maine:

Tanto per cominciare non è solo che le aragoste vengono bollite vive, è che lo fai tu stesso, o quantomeno lo si fa specificatamente per te, in loco. Come già detto, la Pentola per aragoste più grande del mondo, che viene evidenziata come un’attrazione nel programma del Festival, è proprio lì in bella vista nella zona nord del Fam. Provate a immaginare un Nebraska Beef Festival in cui parte dei festeggiamenti stia nel guardare i camion che arrivano e posteggiano e il bestiame che viene fatto scendere dalla rampa e macellato proprio lì sulla Pedana da macello più grande del mondo o qualcosa del genere – sarebbe impossibile.

Nel caso di The Lobster, tutto il mondo è pentola e il regista è il cuoco che cuoce «specificatamente per te, in loco» e sceglie dalle sue vasche – l’albergo, il bosco – le aragoste destinate alla cottura, mentre lo spettatore, l’ideale degustatore della prelibatezza cinematografica, è costretto ad osservare i personaggi che cuociono a fuoco lento, impotente. La città, quasi mai mostrata, è l’unico porto sicuro, perché è garantito dal sentimento. Paradossalmente, un film freddo e desaturato in ogni sua parte – colori, espressività, umorismo – sembra suggerirci che senza amore si muore. Una breccia che si apre anche nelle riflessioni di Lanthimos. «Penso che l’intera questione delle relazioni umane sia crudele», ha detto il regista greco. «Ma credo anche che, sebbene molto sia falso e costruito perché sentiamo il bisogno di passare attraverso tutte queste cose, qua e là ci sia probabilmente qualcosa di vero». E quand’è che quel qualcosa di vero rompe la rigidità degli schemi e affiora carsico in superficie? Forse la risposta sta sempre nelle pieghe di Foster Wallace, nel suo reportage sul mondo del cinema porno Il figlio grosso e rosso pubblicato nella stessa raccolta di Considera l’aragosta:

L’ispettore gli ha confessato che ad attrarlo, nei film, erano «le facce», cioè le facce delle interpreti, quei rari momenti casuali di tenerezza o dell’orgasmo in cui le attrici facevano cadere il loro ghigno beffardo e artefatto, della serie «sbattimi-sono-una-ragazzaccia», e diventavano all’improvviso persone reali. «Certe volte (e non sai mai quando, è proprio questo il punto), certe volte tutto a un tratto è come se si rivelassero, – così ha detto l’ispettore. – Come se rivelassero la loro, come si dice… umanità». Insomma, l’ispettore di polizia di Los Angeles trovava i film porno commoventi […]
Ma è anche vero che, di quando in quando, in una scena hard-core capita che l’anima nascosta si mostri. È un po’ il contrario della recitazione. Tutta la faccia dell’attore porno cambia mentre la coscienza del proprio corpo (nella maggior parte delle femmine) o l’inespressività convulsa (nella maggior parte dei maschi) cede il passo ad un’autentica gioia erotica per quello che sta succedendo; i sospiri e i gemiti cambiano da automatici a espressivi.

Ancor più che nella simpatica tenerezza che ispirano i due innamorati quando si parlano gesticolando secondo i complicati e buffi sistemi del loro linguaggio non verbale, che dimostra quanto a volte gli schemi rigidi e le regole facciano ridere, è negli inaspettati slanci di sentimento – la violenta reazione alla morte del fratello, il bacio dato con troppo trasporto, il ballo muto ma condiviso – che gli uomini e le donne di Lanthimos perdono l’inespressività convulsa e trovano la loro, come si dice… umanità. Negli spasmi di vita pulsante i personaggi si distaccano dal contegno esanime che il mondo gli richiede, rompono il guscio di apatia e assaggiano la polpa viva del sentimento. E in quei piccoli gesti commoventi si liberano dai loro automatismi narrativi, riscattandosi per un attimo da un universo matematico e indifferente in cui David, alla fine, è un’aragosta che lo voglia oppure no.

Grazie a Tommaso Barsotti e Marco Salvatori, senza i quali questo articolo non sarebbe stato scritto.

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