Solo Andata

19. I luoghi in comune

di Chiara Impellizzeri
La_Chapelle_Metro_Station_(1)

[Solo andata nasce dall’idea di dare voce all’esperienza di una generazione, quella dei giovani italiani in fuga. Non è un fenomeno nuovo: l’Italia è terra di migranti da sempre. Eppure, oggi, si può usare con la stessa leggerezza questa parola? Si può parlare di una nuova forma di migrazione? Ci chiediamo chi siano questi nuovi migranti, qual è la loro classe sociale, da dove vengono, dove vanno. Crediamo che problematizzare questo fenomeno, dandogli voce e spazio, possa essere un buon modo per capire il nostro presente, dove stiamo andando. Lanciamo questa rubrica anche con il desiderio di raccogliere più voci e testimonianze possibili, perché possa divenire un luogo di confronto e scambio, una narrazione collettiva.]

Italie: Doit se voir immédiatement après le mariage. Donne lieu à des déceptions, n’est pas si belle qu’on dit.
Italiens: Tous musiciens. Tous traîtres.
G. Flaubert, Dictionnaire des idées réçues

J’aimerais qu’il existe des lieux stables, immobiles, intangibles, intouchés et presque intouchables, immuables, enracinés; des lieux qui seraient des références, des points de départ, des sources:
Mon pays natal, le berceau de ma famille, la maison où je serais né, l’arbre que j’aurai vu grandir (que mon père aurait planté le jour de ma naissance), le grenier de mon enfance empli de souvenirs intacts…

G. Perec, Espèces d’espaces

Tornando a casa di notte in bicicletta da Place de Clichy, F. mi scrive: «Avevo dimenticato come attraversare questi Boulevard equivalga a fare un tour delle diverse nazionalità della miseria: prima i trans arabi che si prostituiscono tra Place de Clichy e Pigalle, poi le famiglie di senzatetto che vivono sotto i binari tra Barbès e La Chapelle, i tossici e gli spacciatori di crack a Jaurès, le puttane asiatiche a Belleville». Il percorso che F. segue in bici è lo stesso della metro due che unisce l’Arco di Trionfo con Place de la Nation, attraversando a semicerchio i boulevard del Nord di Parigi.

«E non hai preso in considerazione ciò che c’è prima», gli rispondo. «Lo scarto è ancora più impressionante». Basta infatti spostarsi di duecento metri da Place de Clichy verso Rome perché cominci la parte residenziale e aristocratica dei boulevard nord, quella che si avvicina agli Champs Elysées e che io ho abitato nel mio primo anno in Erasmus: strade pulitissime e silenziosi, grandi edifici curati, viali alberati.

F., il cui nome si scrive Fabio Vizzini, ma si pronuncia Fabiò Vizinì, è biondo come un tedesco biondo e basso come un meridionale basso, ha un cognome incredibilmente siciliano e di italiano non parla una parola. I suoi nonni sono emigrati da Messina in Algeria e poi dall’Algeria a Marsiglia. Lui invece, come molti parigini di mia conoscenza, non ha mai vissuto all’estero. F. l’ho conosciuto il primo giorno di lavoro e sono andata a rivolgergli la parola con un’immediatezza e una intimità che non avrei mai usato se non avessi pensato che la nostra comune condizione di connazionali stranieri ci avvicinasse rispetto al resto del gruppo. Invece, non solo lui non era italiano, ma molti di quelli che mi sembravano francesi erano italiani, e altri che avrei detto stranieri erano francesi.

Dall’anno scorso lavoro part-time nell’équipe d’accoglienza di una grande agenzia privata che ha in appalto un grande museo di Parigi e una sala da concerti. Nella convocazione per il colloquio di lavoro era richiesta la tenuta standard, e poiché le mie amiche mi avevano consigliato di essere il più formale possibile, e io volevo fare la migliore impressione possibile, mi sono ritrovata a incarnare lo stereotipo della hostess che albergava il mio immaginario. Ho quindi sfilato a piccoli passi su per il boulavard Barbès, con tacchi alti, chignon, rossetto, la gonna che sembrava uscita da una puntata di Mad Men, in mezzo alla spazzatura, ai venditori ambulanti, alle carcasse di animali delle macellerie e a qualche commento stilnovista degli sfaccendati sulle panchine. Mentre immaginavo ridacchiando cosa mi avrebbero detto i miei compatrioti catanesi in una situazione simile, provavo al contempo una indicibile vergogna a muovermi così inamidata in panni non miei, sentendomi totalmente fuori luogo rispetto al contesto.

Il lavoro invece probabilmente me lo hanno dato perché ero talmente volenterosa da decidere di sacrificare tutti i miei week-end, e perché parlavo quattro lingue, tra cui l’italiano. Il secondo giorno ho scoperto con stupore che nella mia équipe vi erano circa sei persone di origine italiana, e almeno quattro altre persone che l’italiano lo parlucchiavano e lo capivano. Un formatore ci spiega che quando si ha a che fare con la cultura e la musica, l’italiano è indubbiamente un valore aggiunto: molti sono i turisti italiani che in viaggio frequentano musei e si interessano di musica. Il gruppo in ogni caso mi sembra essere composto con una precisa volontà multiculturale: insieme a un largo numero di francesi, vi sono molti stranieri o francesi con origini straniere: asiatici, latino-americani, antillesi, Est-europei, russi, ecc… Quasi tutti parlano almeno due o tre lingue.

Ogni week-end condivido per circa otto ore lo stesso luogo con questa trentina di ragazzi. Nelle pause ci si presenta e si chiacchiera, e per un mese ascolto più o meno sempre le stesse domande: «Et tu viens d’où?», «Et qu’est-ce que tu fais à côté?», «E tu da dove vieni? E cosa fai al di fuori di questo?».
Molti di loro hanno l’origine straniera iscritta nei tratti somatici, oltre che nel nome e cognome impresso sul cartellino, ma alle mie domande rispondono di essere francesi o parigini; devo sempre forzare la mano, porre con discrezione un’altra domanda per avere da loro più informazioni, per scoprire che vengono da una famiglia di emigrati o che si sono trasferiti a Parigi dieci o cinque anni fa. Altri, al contrario, brandiscono con fierezza il loro non essere parigini, anche se vengono da un comune a pochi chilometri di distanza dalla metropoli.

Concentrati in un piccolo luogo, ritrovo anni di impressioni raccolte in giro: una nazione in cui lo ius soli ha prodotto un effetto di assimilazione nella cultura e nei rapporti quotidiani o nel modo in cui questi miei coetanei si identificano; una vergogna tutta francese dell’essere nati in provincia, un voler essere ‘parigini’ per assimilazione; una fierezza che va di pari passo con un opposto snobismo nel non voler assolutamente essere identificati con lo stereotipo del ‘parigino’. Mi chiedo se io direi mai di essere romana dopo aver abitato dieci anni a Roma. Penso alla difficoltà istintiva che abbiamo in Italia a pensare come italiani i figli di immigrati nati e cresciuti nella nazione che, come alcuni miei colleghi, hanno l’origine straniera stampata nei tratti somatici e parlano perfettamente la lingua nazionale con tanto di accento regionale.

L’età media del gruppo è venticinque anni, anche se a volte mi trovo a lavorare con ragazzi di vent’anni che lavorano part-time e studiano al contempo, e ragazzi sulla trentina che considerano questo, come me, un boulot alimentaire, un lavoro che serve a pagare l’affitto perché il lavoro che amano fare o la professione con la quale si identificano non paga a sufficienza fino a fine mese. La maggior parte dei miei colleghi à côté svolge attività artistiche: molti sono musicisti per professione o per hobby, oppure attori e ballerini, grafici, fotografi. Negli altri giorni quasi tutti lavorano ai loro spettacoli, insegnano in corsi privati, preparano concerti, studiano al conservatorio o nei numerosi corsi universitari parigini dedicati alle arti della musica, del cinema, del teatro e della performance. Alcuni fanno anche un dottorato senza borsa; altri sono di passaggio, nei mesi successivi troveranno un contratto a progetto o a tempo determinato, per qualcosa di più conforme ai loro interessi. Sono quasi tutte persone decisamente colte e curiose, e molto più determinate di me; sbirciando i loro profili Facebook, Instagram, Soundcloud o simili scopro che sono anche bravi in quello che fanno.

Per anni ho provato un senso di inferiorità per la mia condizione: a Parigi spesso mi sembra che i ragazzi costruiscano l’immagine di sé da presentare agli altri attraverso la loro professione, vera o pretesa che sia. In sostanza alla domanda «Cosa fai?», pochi mi hanno mai risposto di essere studenti in discipline umanistiche, e pochi hanno mai ammesso di barcamenarsi tra un lavoro e l’altro, come farebbero i miei amici siciliani, fuori corso o demotivati dall’università, che sanno che non vi è vergogna a lavorare al bar per gestire una casa editrice indipendente allo stesso tempo. Invece in Francia, come fosse un colloquio di lavoro, i più si mettevano in luce dicendo di essere musicisti, artisti, attori. All’università, la domanda standard in specialistica è: «Tu di cosa ti occupi?», intendendo con questo «Qual è il soggetto di ricerca della tua tesi?», soggetto che i francesi scelgono sin dal primo anno. Insomma, lo statuto di semplice studentessa straniera che ancora sta solo preparando esami, o ha le idee confuse sulla propria tesi, o si è laureata e a venticinque anni non ha ancora un lavoro inerente ai suoi studi, non è mai stato molto accattivante in società.
Con i miei colleghi invece il punto di partenza è opposto: siamo tutti lì perché è una buona soluzione di compromesso tra l’affitto e i sogni, siamo tutti lì di passaggio.

Spesso a lavoro ci troviamo a sfotterci a vicenda ironizzando sui rispettivi sterotipi: le donne dell’est capricciose, gli stranieri che rubano il lavoro, il fascino latino, lo stakhanovismo cinese, la nullafacenza meridionale, i ritals che muovono le braccia in modo inconsulto quando parlano. In realtà il lavoro è talmente pesante che si crea presto una forma di solidarietà di squadra molto forte: tutto il resto sono pose, danze ironiche di avvicinamento, un modo di dimostrarsi affetto tirandosi i capelli.

Io e i miei colleghi italiani siamo un oggetto fortemente esotico: Italia e Francia, come già detto, si dedicano l’un l’altro gli stessi stereotipi. Se in Italia vi è il mito della donna o dell’uomo francese, con la loro lingua piena di eleganza e fascino, in Francia esiste esattamente lo stesso identico mito della donna italiana e del seduttore italiano. Uno dei ragazzi che lavora con noi è laziale, altissimo e muscolosissimo. Parla un francese maccheronico, con un forte accento italiano, dice pure qualche battuta machista: con fastidio, mi rendo conto che è come se la sua sola presenza confermasse e incarnasse quello stereotipo che vorrei togliere dalla testa alle mie colleghe.

Quando i miei colleghi francesi provano a imitare l’italiano, recitano sempre una sorta di personaggio surrogato della commedia dell’arte che fa gesti a caso con le mani e strepita: «EEH! EEH! MACCHÈ! MAAACHECOOSA!». Io rispondo loro che sembrano la versione patetica di un episodio di Family Guy, e lì ridiamo perché Peter Griffin è patrimonio internazionale. Una mia amica sostiene persino che un suo prof. le abbia detto che in Italia è molto diffusa l’espressione «Vai a Napoli!» per mandare a quel paese qualcuno. Mentre le insegno il modo più giusto per farlo, le spiego che al massimo si dice: «Vedi Napoli, poi muori», ma in un altro senso. Scopro poi da google che «Vaffanapoli» è un eufemismo creato dagli emigrati italiani in America. Ovviamente in questa generica idea di italianità non esistono sfumature tra nord e sud (o tra italiani d’Italia e italo-americani): lo stereotipo del caciarone verace, che da noi è riservato ai meridionali, è affibbiato senza pietà anche ai colleghi milanesi.

In realtà questa ridicola pagliacciata non mi stupisce più. Quattro anni fa mi sono scandalizzata la prima volta che un francese, conosciuta la mia origine, ha esclamato come fosse una battuta divertentissima: «AH! SISILIA! MAAAFIA!». Sul momento non potevo credere che l’avesse detto davvero (era un po’ come se io gli avessi risposto: «PARI’! JAMBON BEURRE BAGUETTE!» ma più razzista), eppure era così. Da allora mi presento sempre nei primi dieci secondi di un incontro e valuto la reazione dell’altro per decidere se la conversazione può proseguire oppure no: cinque volte su dieci non prosegue. Una volta S. mi ha raccontato che un suo amico le ha chiesto se a Catania le donne possono uscire in strada da sole; lei ha avuto un improvviso ricordo dell’abbigliamento femminile tipico di una serata a Piazza Teatro Massimo, nonché della risposta ironica tipo di una catanese a un commento volgare, e non ha saputo come tradurla. Quando non filtrato da una commedia di Pietro Germi o un film come Il padrino, la parola Sicilia evoca nei francesi con cui parlo una cartolina fatta di spiagge, palme, chiese barocche, promesse di luce, mare e bellezza.

Da quando lavoro per questo museo, inoltre, il mio nome è ufficialmente diventato Kia-rà Im-pélizerì, con la r moscia. Stampato su un cartellino, lo pronunciano male centinaia di persone al giorno. Io stessa da anni lo pronuncio in questo modo, per semplificare lo spelling alla persona che lo chiede. Raramente e a bassa voce mi capita di doverlo pronunciare Scì-a-rà, in modo da far comprendere il «CH» iniziale ai francesi, benché Sci-a-rà suoni molto simile à «chier» che in francese vuol dire «fare la cacca». Per riappropriarmi allora della dignità del mio nome, subito dopo lo dico in italiano, e con gli accenti tonici corretti: «Chià-ra». L’effetto sull’interlocutore è di fascinazione immediata, sia per l’accento tonico inatteso (che i francesi rendono allungando la «a» della prima sillaba) sia per la «r» vibrante. A volte i miei colleghi mi chiedono di recitare loro qualcosa in italiano, perché è bello da sentire; ancora, mentre io e K. siamo intente in una serrata discussione su come tradurre il concetto di cazzimma, una collega russa esclama rapita: «Adoro quando parlate in italiano! C’est chantant, è una lingua che sembra cantare!».

Quando mi chiedono cosa faccio in Francia, dico che ho scritto parte della tesi qui, che sono rimasta perché mi piaceva, che non avevo le idee chiare e mi sono presa un anno per pensarci. Che insegno italiano e l’anno prossimo preparerò il concorso dell’insegnamento. A volte mi chiedono se posso essere professore in Francia, essendo straniera, o se ho bisogno di un visto o un permesso. Ma certo, rispondo, vedete che siamo nella Comunità Europea! Poi mi ricordo che al colloquio di lavoro vi erano non poche ragazze che somigliavano a me o alle mie colleghe, e che in quanto non europee avevano dovuto fornire al datore un permesso di lavoro.

«Ma non vuoi insegnare in Italia?» mi chiedono quasi tutti.
E lì mi trovo a spiegare che in Italia i posti di lavoro per gli insegnanti sono pochi, che le graduatorie sono bloccate, e che io non ho fatto in tempo a iscrivermi al bando per entrare nel TFA. Poi devo spiegare cosa è il TFA, e che il concorso per entrarvi non è, come in Francia,  un concorso a cattedra, ma è una selezione che apre alla possibilità di ricevere un’ulteriore formazione dopo la laurea magistrale, la quale darà a sua volta qualche punto in più nella graduatoria, e forse permetterà di partecipare a un altro concorso, questa volta a cattedra, che non si sa ancora quando verrà indetto. Spiego infine che il TFA costa in media 2.500 euro, che il tirocinio a scuola non è retribuito, e che le nostre tasse universitarie abituali sono oltre i mille euro. A quel punto un mio collega, M., mi chiede candidamente: «Ma scusa, quindi l’Università alla fine è frequentata solo dalle famiglie ricche?», enunciando così un pensiero che io ho sempre messo in relazione al sistema educativo americano.
Mi trovo a balbettare stupita che no, per esempio ci sono oneri per il merito e il reddito; ma per una persona abituata a concepire un concorso annuale a posti nell’educazione nazionale e delle tasse universitarie di 300 euro massimo senza esoneri, la mia risposta non è convincente.

E poi, gli dico, dovendo trovarmi un lavoretto, ho preferito rimanere qui, dove vivo già da qualche anno, e ho i miei affetti, e dove posso parlare più lingue e anche se faccio un lavoro che corrisponde al sotto-proletariato del settore culturale, almeno in Francia c’è il salario minimo, e lo stato fornisce sussidi di disoccupazione, integrazioni sul salario, aiuti sull’affitto, e l’assicurazione sanitaria è più efficiente e meno costosa. Mi rendo tuttavia conto dal suo volto che sto peggiorando le cose, elencando una serie di cose assolutamente scontate per loro e che per me corrispondono a una grossa conquista sociale, mentre porgo un altro ritratto stereotipato dell’Italia come un paese disperato, fatto di cretini che pagano mille euro di tasse universitarie e lavorano in nero per cinque euro l’ora.
Allora guardo indietro a tutti noi e mi chiedo quanti di loro non assomiglierebbero in Italia a un altro stereotipo, quello del giovane bamboccione con velleità artistiche; e a quanto assomigli io allo stereotipo dell’italiano che è voluto partire dopo la laurea «solo per andare a fare il lavapiatti a Londra».

Quando arrivano nuove persone nella squadra, mi diverto a fare un gioco: non confesso di essere italiana, ma li invito a indovinare. Alcuni azzeccano al primo colpo, ma con stupore mi rendo conto che molti mi danno nazionalità che non avrei mai pensato: rumena, russa, di un generico Est Europa, spagnola. Tre diversi sorveglianti di origine algerina mi dicono persino egiziana, a scapito del mio immaginario dell’egiziana dalla pelle olivastra.

I visitatori invece, dal canto loro, mi chiedono bonari:«Et ce petit accent que j’entends, mademoiselle, il vient du Sud?» «Oui, madame, du Sud de l’Italie!».
«E questo leggero accento che sento, signorina, viene dal sud?». «Si», rispondo, «dal Sud Italia!».

Mi confondono pure con una collega francese con cui hanno parlato poco prima.
In uniforme e capelli legati, per loro siamo tutte uguali.

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La linea due, che attraversa la Parigi dell’aristocrazia e del degrado è la stessa che prendo ogni giorno per andare a lavoro a sfottere e incarnare i miei luoghi comuni. A volte, mentre imbocco l’ingresso della metro, dall’edicola mi arrivano echi più veri di ciò che mi è familiare. Sto salendo in fretta e furia le scale della metro, in giaccia e pantaloni e ben profumata, mentre con la coda dell’occhio inquadro la prima pagina di Libération.

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È aprile, qualche giorno fa è accaduto l’ennesimo massacro di migranti morti in mare. Mentre sfoglio il giornale, dal finestrino della metro scorrono i binari, i palazzi e la tendopoli de La Chapelle. Sotto il mio sedile non dormono – come credevo – famiglie di senzatetto, ma come mi ha precisato F. il giorno dopo il suo sms, migranti e richiedenti asilo che non hanno una dimora assegnata. Qualche settimana dopo, un’operazione di polizia li sgombererà brutalmente dal marciapiede, innescando un pellegrinaggio infinito tra associazioni, occupazioni e proteste che continua ancora adesso. La mia metro arriva a destinazione, corro a firmare il foglio delle presenze e non ho più il tempo di pensarci fino a sera.

3 commenti Aggiungi il tuo

  1. Andrea ha detto:

    Lo sapevate? Sulla copertina di Libération c’è anche la foto della rossa di Mad Men in tailleur alla Mad Men, di fianco a quella dei migranti. Il che rimanda al paragrafo 4 (con tanto di rossore incarnato). Sapevatelo!

    1. In verità, Andrea, si tratta di una coincidenza a cui non avevo fatto caso. Tutto il resto, invece, è più o meno montato insieme apposta.
      Chiara

      1. Andrea ha detto:

        mi sembrava una bella coincidenza

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