Solo Andata

18. D’un Château l’autre

di Chiara Impellizzeri

Documento autentico. Screenshot a cura dell'autrice.
Documento autentico. Screenshot a cura dell’autrice.

[Solo andata nasce dall’idea di dare voce all’esperienza di una generazione, quella dei giovani italiani in fuga. Non è un fenomeno nuovo: l’Italia è terra di migranti da sempre. Eppure, oggi, si può usare con la stessa leggerezza questa parola? Si può parlare di una nuova forma di migrazione? Ci chiediamo chi siano questi nuovi migranti, qual è la loro classe sociale, da dove vengono, dove vanno. Crediamo che problematizzare questo fenomeno, dandogli voce e spazio, possa essere un buon modo per capire il nostro presente, dove stiamo andando. Lanciamo questa rubrica anche con il desiderio di raccogliere più voci e testimonianze possibili, perché possa divenire un luogo di confronto e scambio, una narrazione collettiva.]

Le ragioni della mia emigrazione, se di emigrazione si può parlare, sono relativamente solide. Come per molti italiani della mia età, il trampolino di lancio si può dire sia stato l’Erasmus, ma in realtà io sono rimasta principalmente per amore, nonché per il fatto che non volevo vivere in una piccola città d’Italia e mi mancava il banco frigo del Carrefour.

La mia presenza a Parigi è precaria: in quattro anni ho vissuto e sono stata ospitata in 10 case diverse, quasi sempre in subaffitto senza passare dai proprietari, grazie alla benevolenza degli amici e al loro passaparola. Ho attraversato tutte le calamità possibili di questa città tranne l’invasione delle cavallette e gli incendi: topi in casa, disinfestazioni, cimici da letto, rottura delle placche elettriche in cucina, vicini sociopatici e aggressivi.

La prima volta che visitai Parigi fu per un breve viaggio sentimentale nell’estate del 2007. Volevo finalmente attribuire un luogo fisico a una parola che ci si può rigirare sulla lingua vagheggiando indefinite promesse di bellezza. Con la coscienza che i luoghi non sono mai, tutto sommato, all’altezza dei nomi, e del carico di rêveries che in essi poniamo. Dopo una decina di giorni di file nei musei, passeggiate casuali e soldi buttati in penosi cappuccini a quattro euro en terrasse (ignoranza del turista!), decisi che volevo sapere cosa significasse davvero vivere in una tale metropoli, circondati e quasi soffocati dal suo immaginario e dalla sua storia, e affrontarvi il quotidiano: comprare il pane, fare la fila alla cassa, spingersi in metro, andare in biblioteca.
Parigi, volevo decartolinizzarla.

Così nell’agosto 2011 sono venuta a cercare casa in previsione di un anno Erasmus. L’esperienza fu penosa, ed ero impreparata ad affrontarla. Fortunatamente tramite amici incontrai S., con la quale condivisi la ricerca e uno studiò per quindici giorni. All’epoca – che poi sono quattro anni fa, ma se ci penso mi sembra un momento storico epicamente lontano nel tempo, come la fine degli anni ‘90 – non possedere uno smartphone era una cosa assolutamente diffusa. Le conseguenze pratiche di questa condizione prevedevano che io e la mia amica ci alzassimo alle otto del mattino per cominciare a ricercare annunci su internet dal computer di casa, inviassimo in media una trentina di sms, messaggi vocali e e-mail al giorno, riempissimo quaderni di appunti confusi inerenti la descrizione dell’appartamento trovato, il prezzo, le spese non incluse, riuscissimo a fissare per miracolo qualche appuntamento al giorno, attraversassimo quattro volte la città da parte a parte per ritrovarci a fare file d’attesa insieme ad altre cinquanta persone, file che si dipanavano dal pianerottolo fino al marciapiede della strada, e talvolta giravano persino l’angolo del palazzo. Fu lì – oltre che con Cèline – che imparai i miei primi insulti in lingua francese. Quello che ricordo meglio è «enculé de ta race», un insulto davvero tremendo, violento e razzista come pochi, che prende in causa l’intera discendenza personale, e che si tradurrebbe con un «tu e la tua genìa di pederasti» (poi dicono che sono gli italiani ad avere una cultura machista). Sul momento, detto da un giovane dall’aria elegante a un proprietario che, di fronte a una fila di trenta persone, a due minuti dall’inizio delle visite, scese dicendo «C’est loué!» («Affittato!»), ebbe la potenza liberatoria di un carnevale.

Io e la mia compagna di ricerche facevamo soste negli internet point per consultare mail o annunci e ci affidavamo persino ai giornali cartacei (inutili, dato che in quel momento dell’anno un appartamento era affittato al più tardi qualche ora dopo la messa online dell’annuncio). Le nostre pretese sulle condizioni di vivibilità di un alloggio scesero vertiginosamente in tre giorni. Ciononostante, poiché tutti i nostri conoscenti continuavano a sconsigliarci la Goutte d’Or, ogni volta che vedevo in un annuncio la dicitura Marx Dormoy- Barbès- Château Rouge non chiamavo nemmeno per chiedere di visitare la casa. Nessuno era disposto comunque ad affittarci nulla, perché non eravamo francesi e a Parigi per affittare una casa come studente va presentato un folto «dossier garant», ovvero una cartellina contenente fotocopie dei documenti d’identità, iscrizione all’università, eventuale VISA o permesso di studio o lavoro, eventuale contratto di lavoro, eventuale attestazione di borsa di studi, dichiarazione dei redditi dei garanti (solitamente i genitori), talvolta una lettera in cui i suddetti dichiarano di impegnarsi a finanziare gli studi dell’affittuario per un certo montante al mese. Tuttavia, visto che i nostri garanti erano italiani (ma non importa la nazionalità: importava che non avessero redditi in Francia), la maggior parte dei proprietari diffidava del nostro dossier. Se non potevano affittare a un francese, proponevano quindi diverse soluzioni: pagare anticipatamente quattro/sei mesi di affitto, effettuare un deposito di garanzia pari a due o più mesi di affitto (me ne chiesero sei una volta, scoprii solo dopo che era illegale farlo) o ancora bloccare in un conto bancario francese l’equivalente di un anno di affitto. Quest’ultimo era un metodo più ufficiale e sicuro, ma le cifre richieste viaggiavano dai 4.000 ai 10.000 euro.

Il problema in verità non si poneva nemmeno, perché se per affittare una casa in Francia, bisognava fare un deposito bancario in un contro francese, per avere un conto bancario francese bisognava avere un domicilio riconosciuto in Francia. Inatta a risolvere il paradosso spazio-temporale, finii con l’affittare una chambre de bonne di nove metri quadri, con la doccia davanti alla porta di ingresso, coi fornelli elettrici ma senza lavello (lavavo i piatti nella doccia, per intenderci) e il gabinetto situato fuori, sul pianerottolo, in condivisione con altri sconosciuti inquilini. Il tugurio si trovava al sesto piano di un immobile haussmaniano vicino gli Champs-Élysées, un posto orrendo dove non avrei mai voluto abitare, non fosse che la ricca proprietaria era di nazionalità italiana e fu l’unica disposta ad affittarmi qualcosa. In quel palazzo vigeva ancora la struttura aristocratica leggibile in un romanzo di fine ottocento, con i piani nobili e le stanze della servitù nel sottotetto: nel mio stesso pianerottolo abitavano famiglie di immigrati africani e filippini che facevano le pulizie per i signori dei piani più bassi, e che talvolta vivevano in più di quattro persone in 25 mq. Attraverso le pareti si sentiva tutto: musica, televisione, conversazioni, persino l’odore del soffritto si insinuava sotto la porta. Scoprii inoltre che a causa dei vicini di pianerottolo che avevano allacciato lavatrici o lavapiatti alle vecchie tubature dell’edificio, ingolfandole, nella mia doccia talvolta risaliva l’acqua sporca dello scarico. Resistetti sei mesi, poi per fortuna grazie a un passaparola trovai un altro studiò poco lontano da lì, e molto meglio organizzato: per la stessa cifra fu un gran salto di qualità, ben 15 metri quadri. La mia ingenuità volle inoltre che al momento di entrare nella chambre de bonne avessi firmato un état des lieux fatto alla buona (la proprietaria, che chiameremo Elisabetta Salmone, venne e mi disse: «Mi sembra ci sia tutto, no? Firma!») senza contare effettivamente il numero di posate, piatti e bicchieri che essa mi aveva fornito. Quando abbandonai il posto la suddetta, accusandomi di aver rubato forchette e coltelli che erano in sottonumero, decise di trattenere la mia cauzione. Considerato che possedeva un appartamento di lusso di centinaia di metri quadri sugli Champs-Élysées, le ragioni del gesto mi restano tutt’ora inspiegabili su un piano razionale. Allora non immaginavo nemmeno che esistesse a Parigi un comitato per la difesa degli affittuari, al quale avrei potuto rivolgermi. Essere straniero significa anche questo: non solo avere una minore possibilità di accesso all’informazione, ma anche, talvolta, non avere nemmeno la possibilità di immaginare l’esistenza dell’informazione.

Quell’anno per me la casa è sempre rimasta un dormitorio, un luogo dal quale partivo la mattina per rientrarvi la sera dopo mezzanotte, spendendo la giornata tra l’università, la biblioteca e casa di S., che nel frattempo aveva trovato un corridoio di 10 metri quadri a Saint Germain, uno studiò comunque più grazioso e meglio attrezzato del mio. Talvolta alle feste incontravo studenti parigini che mi chiedevano: «Dove vivi?» e alla mia risposta «Vicino Monceau» mi chiedevano stupidi: «Perché? Come mai? Non c’è niente in quella zona, no?», intendendo con questo che non vi erano bar, associazioni, cinema e posti cool frequentati da studenti. Come se la mia fosse stata una scelta di vita voluta! Eppure è così che funziona un po’ Parigi, soprattutto se in questa città vivi dalla nascita. Un arrondissement è anche in minima parte uno stile di vita: non si abita a Menilmontant come nel Marais, e conosco gente capace di inviperirsi se confondi l’arrondissement di un indirizzo al limite tra 19ème e 10ème. Persino nella standardizzazione ogni quartiere ha le sue differenze, dato che le stesse catene di supermercati propongono prezzi e talvolta prodotti differenti secondo la zona: lo stesso formaggio di capra può costare fino due euro di più a soli duecento metri di distanza e non ho mai visto prodotti Halal industriali nel Monoprix di place de Ternes.  Il fatto, quindi, che io non avessi assunto quella scelta mi accomunava a tutti quegli altri stranieri di passaggio che sbarcavano nella metropoli per qualche tempo e la vivevano precariamente, rischiando di rimanere in disparte rispetto alla vita di un luogo. Persone che pur di vivere e lavorare a Parigi si erano accontentati di ciò che la città gli aveva lasciato come avanzo, seppure a caro prezzo.

Personalmente, io ho iniziato a sentirmi meno straniera solo a Chateau Rouge, un po’ perché il suo mercato mi ricorda il meridione e un po’ perché ci si sente meno in colpa a essere estranei a una cultura o a una lingua quando lo stacco da superare è più forte. Dopo Monceau, Château Rouge è stato l’inizio di un altro viaggio sentimentale, che mi ha portato a vivere o essere ospitata anche a Bastille, a Menilmontant, a Place Monge, a Batignolles, a Place de Clichy, a Château d’Eau, nonché a partecipare a numerosi colloqui di candidatura dentro e fuori Parigi, per trovare una nuova famiglia di coinquilini. A quattro anni di distanza dalla prima esperienza, con uno smartphone non performante ma più che decente, una interconnettività perenne e un francese capace di coniugare i congiuntivi giusti e usare le formule di cortesia adeguate, la mia fortuna nella ricerca casa è esponenzialmente aumentata. I proprietari francesi continuano tuttavia a non volermi affittare nulla: il mio statuto è indefinito, ho 26 anni, sono europea, ho un grado di istruzione elevato, parlo bene almeno tre lingue, e lavoro in part-time al salario minimo (anche se sto preparando il concorso dell’insegnamento, che è sempre una buona scusa da proporre in società). Tutto questo mi rende, agli occhi di un proprietario parigino, membro di una categoria della quale diffidare, nonostante il “prestigio” dovuto alla cultura, categoria nella quale rientrano, tra gli altri, i lavoratori intermittenti dello spettacolo, quelli che lo statuto di intermittente non ce l’hanno nemmeno, i giovani neolaureati senza ancora un lavoro, i dottorandi senza borsa.

Mi affido dunque ai réseaux del subaffitto, in tutte le sue forme. Il maggior successo lo ottengo con i proprietari e i coinquilini stranieri, di origini algerine, marocchine, cubane, indiane, etc… Si tratta spesso di persone che hanno ristrutturato appartamenti e li hanno arredati con mobili alla buona, in plastica e ferro, più costosi e più brutti di quelli Ikea, che s possono trovare nei negozi di arredamento di Marcadet-Poissonière. Le pareti degli appartamenti sono bianco ospedale e nulla riesce a emanare un senso di casa caldo e confortante. I proprietari mi fanno fare il giro della casa appena possono, spesso in assenza degli altri coinquilini, che non ho modo dunque di conoscere. Affittano in nero e si rivolgono soprattutto agli stranieri, ma capisco anche che cercando affittuari attraverso le loro reti di conoscenze o i forum online hanno spesso avuto brutte esperienze: inquilini violenti, persone che si presentavano sole e poi portavano tutta la famiglia nella stanza, persone che non pagavano l’affitto per mesi, o che scomparivano rubando oggetti. Almeno questo è ciò che mi raccontano durante la visita, e io non capisco quanto vi sia di vero e quanto sia inventato, lamento vittimista del padrone disonesto, razzismo dell’immigrato sugli immigrati più poveri. In ogni caso il mio statuto di studentessa italiana cortese, rispettosa, con un cappotto abbastanza elegante, mi rende immediatamente affidabile: le loro case non le ho mai prese in affitto finora (sempre troppo costose per un affitto in nero) ma due o tre proprietari mi hanno chiamato con insistenza la settimana dopo la visita, per dirmi che se ero decisa la camera era mia e che davvero non avrebbero voluto darla ad altri candidati.

Va aggiunto in appendice che la sciacallaggine del proprietario non è una questione di nazionalità. Ho incontrato decine di proprietari francesi che subaffittavano in nero, e alcuni erano individui davvero arroganti e spregiudicati, ma dalla parlantina sofisticata: al posto di mentire omettevano raffinatamente e sapevano eludere una domanda rispondendo con un altra domanda. Esempio: D: “E dunque se ho capito bene qui non c’è un contratto d’affitto?”; R:”No, ma del resto a cosa le servirebbe un contratto d’affitto? Al massimo per chiedere la caf, ma qui la caf non si può chiedere”. Su di loro il mio cappotto non fa alcun effetto.

Ho molta fortuna anche con gli italiani, infine. In internet proliferano siti, forum e gruppi Facebook riservati agli italiani a Parigi, e molti cercano coinquilini o affittuari della loro stessa nazionalità. L’ultimo mese speso a cercare una casa mi ha portato a incontrarne molti. Per ogni visita prendiamo contatto prima su Facebook, poi per sms. Mi presento sotto casa, loro vengono a prendermi solitamente senza lasciarmi il codice d’entrata. Mi fanno visitare la casa, poi mi offrono un caffè o una sigaretta e dopo aver discusso le spese e le condizioni ci mettiamo a parlare di chi siamo, da dove veniamo, che facciamo a Parigi, quali sono i nostri orari e ritmi di vita, e alla fine passa un’ora in modo abbastanza amichevole. Ne conosco molti che lavorano nella ristorazione, come camerieri, cuochi, aiuto cuochi o pizzaioli. Spesso condividono la stessa stanza per dimezzare le spese; fanno il turno del mattino e quello della sera; abitano a Parigi da due anni ma non conoscono quasi nessun francese; lavorano in ristoranti italiani e si crucciano perché il francese non hanno mai il tempo di studiarlo e migliorarlo, lo parlano in modo farraginoso e con forte accento rital. Spesso sono meridionali, come Anna e Vito, e si sentono subito a casa se lo sei anche tu («mbare, pazzesco!»): sembrano essere persone che offrono molto e, come si suol dire, «si danno verso». Altri, come Carolina, sono veneti e vivono con il compagno francese: sono fidanzati da qualche mese ma hanno fatto la domanda del concubinage per avere più aiuti statali dalla Caf. Altri infine, come Salvo, a lavoro parlano poco e niente: lui ha circa 38 anni e in Italia faceva altro, aveva un negozio di elettrodomestici, poi se n’è dovuto andare, mi butta lì un perché «mi sono rotto le scatole, troppe tasse» e io non gli credo fino in fondo. Il pizzaiolo non l’aveva mai fatto prima, ma lavora per un ristorante non italiano, con standard diversi, che vende le sue pizze a più di 16 euro, ed è pagato benissimo ma per la metà in nero. Il resto del tempo non esce molto, mi dice che non conosce molta gente qui e non vuole manco conoscerla,  preferisce stare solo e andare al cinema.

Dopo un mese di ricerche, finalmente ho successo anche con i francesi: un anno passato a costruirmi il giusto lessico di presentazione per lettere di motivazione, coniugato all’esotismo italiano con tutti gli stereotipi che esso comporta, hanno assicurato la mia vittoria tra gli altri candidati e il trasloco in un vero e proprio castello. Si tratta di una di quelle grandi case francesi che in Italia sono quasi la regola e a Parigi un miraggio: luoghi in cui ogni inquilino ha una camera singola, in cui esistono un salone e una cucina separati e uno o due bagni. Vivo con tre francesi e io sono l’unica straniera della casa. La mia camera da letto da sola conta ben più di nove metri quadri, e ho diverse decine di metri quadri di spazi comuni.

I miei coinquilini sono convinti che io debba essere una cuoca straordinaria, per sapere innato fornito alla nascita insieme alla nazionalità di mangiaspaghetti. Io fingo di attendere l’installazione del forno per dar loro prova del mio talento.

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