Su “Panorama” di Tommaso Pincio

di Matteo Moca

panorama

Tommaso Pincio deve il suo nome all’italianizzazione di quello di uno dei maggiori scrittori del cosiddetto postmodernismo americano, Thomas Pynchon. Il suo ultimo romanzo, dal titolo Panorama, edito da NN Editore, intrattiene rapporti con quel tipo di narrazione squisitamente americana, senza scimmiottamenti ma con grande acume e abilità costruttiva. Non tanto dal punto di vista dei contenuti, anche se qualcosa c’è – il labirinto d’identità sempre in bilico tra reale e fittizio per esempio –, quanto da un punto di vista estetico e di ritrovamento del reale. Il romanzo di Pincio si avvicina a un’opera capitale del maestro postmoderno, ovvero L’incanto del lotto 49. Nel romanzo di Pynchon, la protagonista Oedipa Maas, ci guida in un mondo astruso, non consentendoci mai di capire fino in fondo la storia del complotto, persi tra la California, Tristero, WASTE e tutto il resto. Il romanzo di Pincio non arriva a un tale livello di ambiguità e incomprensione, ma riesce comunque a lavorare la materia letteraria per creare nella mente del lettore dei continui cortocircuiti sul reale. Questi giri a vuoto del pensiero possono essere riassunti in quanto Pincio scrive nella nota finale al libro. Dopo aver, come da prassi, sottolineato la finzione dei fatti e delle persone, Pincio scrive:

La realtà non è di questo mondo, anche in quei casi in cui si evocano o sembrano essere evocati persone, fatti e cose noti nella cosiddetta realtà. (p. 197)

Come interpretare questa frase? Soprattutto perché, subito dopo, Pincio ringrazia le vere persone che appaiono nel libro (Andrea Cortellessa, Teresa Ciabatti, Giuseppe Genna, Francesco Pecoraro e altri), aumentando così ancor di più quel sentimento di spaesamento che la scrittura ha creato. Si vedrà quindi come, una delle possibili chiavi di lettura del testo di Pincio, possa essere ritrovata nelle varie declinazioni che la realtà assume nella storia del protagonista del libro, e nella continua indagine sul rapporto tra realtà e finzione del romanzo, all’interno di una serrata lotta tra scrittore e lettore.

Ottavio Tondi fa di mestiere il lettore; legge e nient’altro. Non scrive perché, così come pensava Anna Maria Ortese, in Italia tutti scrivono e nessuno legge. Lavora per una casa editrice italiana molto nota, rifiutando con forza e decisione il tentativo paterno di tramandargli il lavoro di commercialista (anche di malaffare). La notorietà, e la tanto agognata morte simbolica del padre, arriva per Ottavio Tondi quando ha il merito di scoprire un caso letterario, quello di Gloria Stupenda (nella storia dell’identità della Stupenda entra in gioco anche Teresa Ciabatti, persona reale calata da Pincio nel gioco della finzione e ulteriore appiglio al mondo reale) e di essere intervistato da Antonio Gnoli (penna di Repubblica, e intervistatore dell’inserto domenicale in Straparlando). Dall’intervista esplode la notorietà, che culminerà negli spettacoli di Ottavio Tondi, spettacoli durante i quali si esibisce nell’unica cosa che riesce a fare, cioè leggere, però in pubblico: sul palcoscenico il suo divano e la sua luce, poi lui e la sua lettura silenziosa, in un successo strepitoso di pubblico pagante:

La lettura di Tondi occupò le pagine culturali dei giornali per settimane. Nessuno sapeva bene come catalogarla, se ascriverla all’ambito delle performance artistiche o se attenersi al fatto nudo e crudo. […] Tondi fu invitato a leggere in pubblico un po’ ovunque. Lesse nei festival più impor- tanti, a Mantova, a Pordenone, e nuovamente a Roma, nella basilica di Massenzio. Lesse al Sa- lone del Libro, dopodiché a Milano, alla Scala, nell’arena di Verona e ad Agrigento, nella Val- le dei Templi. Sempre con lo stesso risultato, lo stesso successo, la stessa silente ammirazione del pubblico. (p. 70)

Questi spettacoli permettono a Tondi di vivere in tranquillità e agiatezza, fin quando un pestaggio in zona Ponte Sisto (che avviene significativamente mentre sta leggendo un libro), segna l’inizio della sua discesa. Prima santificato come paladino della cultura, poi, dopo taglienti critiche, dimenticato e lasciato solo.
Qua si interrompe quella che idealmente può essere considerata la prima parte del libro di Pincio, quella che prepara il terreno per l’entrata in scena di Panorama, il social network che dà anche il nome al romanzo. Ma già da questa prima parte la scrittura di Pincio, sempre ricca di significati e quasi sempre inafferrabile nella sua sostanza, come dimostrano anche i suoi libri precedenti (un titolo per tutti: Lo spazio sfinito), nasconde una grande quantità di riflessioni che non è facile elencare, e sottosta a un progetto molto più ampio che vede nel romanzo Panorama, come scrive Pincio, solo il prologo di una storia più complessa ed estesa.

Provando a mettere ordine, ciò che pare più interessante è il gioco di specchi in cui è calata ciò che noi chiamiamo realtà, e l’incontro-scontro tra realtà e finzione romanzesca. Nel libro di Pincio si percepisce uno statuto della letteratura assai vicina al gioco, e non solo, rubando le parole a Buzzati, perché «l’arte, per gli artisti, è il più delizioso dei giochi», ma anche perché, l’atto della lettura assume una natura simile alla ricerca della soluzione di un mistero del testo, alla ricerca di ricorrenze e fatti reali, in un’opera che tende anche a questo, a un riconoscimento continuamente alterato, che è anche cifra stilistica del miglior postmodernismo americano.
Valutando in questa maniera il discorso letterario, anche il passaggio di Ottavio Tondi dalla lettura alla sottomissione completa a Panorama (il social network), assume un significato ben preciso. La lettura solitaria del libro diviene una lettura parcellizzata e inutile sui social network (dopo l’incidente Tondi non leggerà più nulla, finché non si iscriverà su Panorama), su ciò che viene scritto e commentato nelle breve frasi dei post. Da tanta pochezza poi nasce anche il desiderio di Tondi di scrivere, cosa che mai si era sognato di fare: nascono così appunti, citazioni di libri e descrizioni di ciò che vede, che è poi il materiale recuperato dal narratore. Ma, ancora una volta, tutto questo è solo l’aspetto più evidente di un mondo che in realtà assume aspetti ben più spaventevoli. Oltre quindi all’alienazione prodotta dalla dipendenza da social network, tema mai abbastanza discusso, rimane, depositata sul fondo, una questione ben più impellente e necessaria, che riguarda la letteratura stessa.
Panorama è una piattaforma virtuale simile a Facebook, ma di molto più inquietante. Oltre che ai propri stati si condivide una parte della propria casa, che deve essere 24 ore su 24 visibile a tutti gli utenti. Nel libro la forma del social è accomunata a quella del Panopticon, la prigione cilindrica ideata da Jeremy Bentham nel 1787 e raccontata da Foucault nel suo Sorvegliare e punire: i reclusi, in questo caso gli utenti, hanno la sensazione costante, non la certezza, si badi bene, di essere continuamente osservati, in ogni momento. Tornando allora alla questione di fondo, anche alla luce della struttura del social network, il libro di Pincio non narra tanto della rappresentazione di un mondo distopico in cui la letteratura finisce per scomparire, perché la letteratura come concetto non scomparirà, cambierà forma, diventerà irriconoscibile, ma non scomparirà. Quello su cui invece resta da indagare e interrogarsi, alla luce dell’ascesa e declino di Ottavio Tondi, è la questione del mondo letterario, di quel complesso di tensioni che può essere definito tale: non solo libri, ma discussioni, recensioni e post. Quindi non tanto di una sua morte, quanto dello stato di una sua sopravvivenza si discute tra queste pagine. La figura di Ottavio Tondi è esemplare: da lettore perfetto, elitario mestiere che fa chi può permetterselo, a vittima di una fine della letteratura che lo taglia fuori dal mondo. E nella sua snobistica lettura, è da rintracciare anche, come simbolo di decadenza, l’avverarsi di ciò che Benjamin scrive in L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, quando dice che la fruizione del prodotto artistico ha in sé una «tendenza a sottrarre le forze che il singolo mette in opera nel suo rapporto con dio agli interessi della collettività», una tensione quindi verso la privatezza della lettura e la chiusura su se stessi, tanto dannosa quanto letale per la letteratura stessa.

C’è infine, ed è un’altra delle interessanti porte attraverso cui entrare nel libro, la storia che nasce sul social network, una storia invisibile, come tutte quelle mediate solo dalla rete, quella tra Ottavio Tondi e una misteriosa ragazza dal nome rubato a Maupassant, Ligeia Tissot. Come detto poco sopra, su Panorama ci deve sempre essere una parte della propria casa che viene mostrata nello schermo, che tutti gli utenti possono vedere. Ottavio Tondi lascia intravedere una sua mensola, ovviamente piena di libri, su cui spicca il dorso dei racconti di Maupassant, proprio la raccolta in cui è presente Ligeia. Inoltre su Panorama, ogni giorno bisogna scrivere qualcosa, altrimenti l’account decade e muore. Tondi, che mai aveva scritto una riga, preso dal vortice del social network, per esistere deve scrivere, e scrive di ciò con cui ha convissuto per una vita intera, citazioni tratte da libri. È proprio attraverso i suoi post che fa la conoscenza di Ligeia Tissot, perché è l’utente che commenta i suoi post, scrivendo da dove è tratta la citazione. E non ne sbaglia una. Ovviamente attratto da questa persona sconosciuta, Ottavio Tondi inizia a vivere una morbosa storia di attesa e di sorveglianza, continuamente appostato sul suo profilo, in attesa di vederla; ma non la vedrà mai, vedrà sempre e solo la stessa inquadratura, quella del suo letto. Cambiano le cose che ci sono sopra, cambiano gli oggetti, si riempiono e si svuotano i posacenere, ma Tondi non riesce mai a vederla, non riesce mai a vedere il momento in cui avvengono i cambiamenti. Riesce ad avviare delle conversazioni con lei, riesce quasi ad avere la possibilità di incontrarla, ma non avrà la forza di farlo, preferirà restare in questo limbo di insicurezza (o meglio sicurezza incompleta) piuttosto che esporsi. E succederà che questo innamoramento virtuale di Tondi verso Ligeia Tissot, astratta e imprendibile figura di Panorama, arriverà alla sua fine. Ligeia Tissot svanirà, svanirà come se non fosse mai esistita, anch’essa figura liquida e ineffabile di una società gassosa quale è quella al tempo della rete. Ma anche dietro a questa, per certi versi, semplice spiegazione, se ne nascondono molte altre, ovviamente sotto forma di dubbi, alimentate dalle storie all’interno del romanzo, una su tutte il rapporto tra Tondi e lo scrittore che gli aveva consigliato di iscriversi a Panorama, uno scrittore che lui aveva bocciato ai tempi del suo lavoro presso la casa editrice e che adesso sembra volersi vendicare in maniera subdola e sicura.

In conclusione, il romanzo di Pincio è un poliedrico oggetto indagabile da più punti di vista, anche tra loro paradossali: queste indagini, però, riconducono sempre a degli interrogativi e mai a delle certezze, premiando così l’architettura elaborata della sua macchina romanzesca. Proprio il fatto che il romanzo apra a queste molteplici possibilità e non si adagi mai su un terreno fermo e sicuro (ma da Pincio questo non c’è da aspettarselo), proprio questa caratteristica della struttura rende la sua materia allora ancor più meritevole di indagine e di riflessione profonda, alla ricerca di un equilibrio difficile su sabbie mobili e trappole narrative.

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