Solo Andata

17. Lavatrici

di Chiara Impellizzeri

midnight in paris

[Solo andata nasce dall’idea di dare voce all’esperienza di una generazione, quella dei giovani italiani in fuga. Non è un fenomeno nuovo: l’Italia è terra di migranti da sempre. Eppure, oggi, si può usare con la stessa leggerezza questa parola? Si può parlare di una nuova forma di migrazione? Ci chiediamo chi siano questi nuovi migranti, qual è la loro classe sociale, da dove vengono, dove vanno. Crediamo che problematizzare questo fenomeno, dandogli voce e spazio, possa essere un buon modo per capire il nostro presente, dove stiamo andando. Lanciamo questa rubrica anche con il desiderio di raccogliere più voci e testimonianze possibili, perché possa divenire un luogo di confronto e scambio, una narrazione collettiva.]

Avete presente Midnight in Paris di Woody Allen? Un film davvero bruttino, esangue, in cui tuttavia a un tratto si trova una scena geniale, degna del primo miglior Allen: Owen Wilson ha appena parlato niente meno che con Ernest Hemingway, il quale si è proposto di far leggere le bozze del suo romanzo a Gertrude Stein. Sconvolto dalla gioia, l’aspirante scrittore si precipita fuori dal café Polidor per andare a recuperare lo scartafaccio, e solo una volta in strada si rende conto di non aver fissato con Hemignway un luogo e un’ora per l’appuntamento. Quando prova a tornare indietro la mezzanotte magica è passata e al posto del legno, delle vetrine e della fioca luce del pittoresco café, gli si ergono davanti i solidi doppi vetri, il pavimento bianco e il neon azzurrino di una lavanderia a gettoni.

Se c’è qualcosa che può riassumere lo Spirito di Parigi, ammesso e non concesso che quest’ultimo esista, sono le lavanderie a gettoni. Monumento della contemporaneità metropolitana, a Lione, a Marsiglia, a Tolosa, ma anche nell’immediata periferia di Montreuil, ve lo assicuro, non sono così numerose. Con oltre 2,2 milioni di abitanti e una densità abitativa di circa 21.258 ab/kmq, per non parlare dei topi (approssimando per difetto, direi che ogni abitante ha diritto almeno a una ventina di topi pro-capite), Parigi si piazza tra le città più densamente popolate d’Europa. Diventa chiaro dunque che di fronte a questa formicolante umanità e a un’architettura urbana costituita per lo più da immobili haussmaniani alti non più di sei o sette piani, la formula abitativa più diffusa siano i cosiddetti studiò, ovvero monolocali, camerette, per non dire nicchie, loculi, con dimensioni che variano dai venticinque (quando va davvero molto bene) ai sette metri quadri (che sarebbero illegali, ma tant’è). All inclusive: che significa che nei 9 mq ci stanno pure doccia, lavabo, angolo cucina e gabinetto. Molti di questi studiò si situano inoltre ai piani alti degli edifici, nel sottotetto, e sono vecchie chambres de bonne, ovvero stanze della servitù risistemate per diventare la cella monacale dello studente fuorisede. Insomma, con evidenza, sistemare una lavatrice in questi piccoli spazi, considerando in certi casi anche le vecchie tubature dell’edificio, non è possibile; e in ogni caso stendere le lenzuola in casa è davvero un gesto improbabile.

I panni in lavanderia li si porta di solito dentro una grossa busta della spesa e li si butta all’interno di uno dei macchinari. Si attende poi un’ora circa, leggendo o passeggiando poco lontano, onde evitare di perdere il momento in cui la macchina finirà il ciclo e qualche scortese e frettoloso cliente svuoterà tutti i tuoi lindi averi sulla tavola o per terra. Ogni lavanderia a gettoni si presenta all’occhio del visitatore con un aspetto apparentemente standardizzato: mura bianche, grandi mattonelle bianche nel pavimento, lavatrici e asciugatrici in acciaio brillante, cestelli per scaricare i panni, neon, distributore automatico di sapone e ammorbidente; grandi vetri doppi con sopra impressi in bianco o verde nome, orari e prezzi, talvolta decorati con stampe di bolle di sapone a dare una parvenza di giovanile giocosità al tutto. Ma nonostante queste osservazioni, posso affermare con una certa convinzione che le lavanderie a gettoni che ho frequentato nei miei «quasiquattroanni» parigini erano tutte uno specchio del carattere del quartiere in cui vivevo.

La laverie vicino Monceau era pulita e curata come tutto il resto dell’elegante quartiere residenziale, a due passi dagli Champs Elysées, vicino all’aristocratico parco in cui la duchessa di Guermantes amava passeggiare. La frequentavano soltanto studentesse che presumibilmente, come me, abitavano in una chambre de bonne nella zona; giovani impiegati o neo cadres che, ancora in giacca e cravatta, scendevano a orario di cena per asciugare i loro calzini; signore dalle origini tendenzialmente nord-africane o dell’Est Europa che lavoravano come donne delle pulizie per le famiglie della zona, e che spesso abitavano nel mio pianerottolo (o nel pianerottolo dell’altra studentessa). Nessuno si parlava, tutti avevano la faccia stanca dal lavoro e dall’attesa. Il pavimento era immacolato, segno che qualcuno veniva a lavarlo più volte durante la giornata.

La laverie dietro Rue Des Dames, invece, si permetteva un tocco di stile con dei tavolini in legno azzurrini, da casa di bambola, e qualche rivista per passare il tempo (da MarieClaire per la moda a Prèmière per il cinema). A frequentarla erano sopratutto francesi di varie età, tra cui qualche sessantenne bonario, propenso a un gentile consiglio sugli ammorbidenti.

Una laverie nel quinto dove sono andata una sola volta aveva le pareti decorate con i poster di Una giornata particolare e C’era una volta in America, e altri film che non ricordo più. Non ho potuto fare a meno di notare che, oltre a qualche classico francese, vi dominavano vecchi capolavori del cinema italiano. (La Francia applica alla cinematografia nostrana le stesse mitologie con cui l’Italia guarda alla nouvelle vague francese. Lo stesso viceversa in realtà vale per tutto, per il vino, per i formaggi, per il cibo, per la musica, per la letteratura, per l’arte, per la seduzione, per la moda e l’eleganza).

L’altro giorno ho ricevuto un sms che mi invitava addirittura a sentire un concerto in lavanderia. A organizzare dal 2008 queste scene aperte è Elie, che di mestiere fa il cantautore pubblico (il che significa che oltre a scrivere canzoni sue, si offre come occasionale menestrello). Gli chiedo come funziona, se si accordino coi proprietari delle lavanderie, o con la gente. «Ah, no no no!» mi risponde ridacchiando: «Si tratta di un vero e proprio attentato culturale!». A volte il proprietario arriva per cacciarli, e il gruppo si dirige verso la lavanderia successiva. «E come vi organizzate, occupate il posto e basta, o portate dei panni da lavare?», «Ogni musicista e ogni spettatore deve portare con sé un calzino sporco. È il costo dell’ingresso. Poi si fa partire la macchina e suoniamo». «E come reagisce la gente?», gli chiedo. «Mah, in tutti i modi. Alcuni osservano, altri cantano, alcuni chiedono di partecipare, altri se ne vanno, alcuni si lamentano – non spesso ma è capitato». L’ispirazione a Elie è venuta, pare, mentre passava davanti al fatiscente Lavomatic di rue Piat a Belleville, guardando tre matrone africane colonizzare il posto con carichi di biancheria colorata, ridendo, parlando e cantando a voce alta: «L’idea mi è sorta durante un prelavaggio a 90 gradi: disertare i bar per occupare le lavanderie! Avremmo del silenzio, un posto per ascoltarci e un argomento per mettere a tacere quell’inutile gerarchia che isola il cantante dal suo pubblico: una macchina collettiva!».

Dove mi trovo adesso, la Laverie di rue Poulet è già uno luoghi di ritrovo sociali di Château Rouge, ma senza musica né concerti. Essa si situa ai margini della Goutte d’Or, la collina che affianca Montmartre, da tempo consacrata dalla letteratura ottocentesca come simbolo dei bassifondi popolari e disperati. Circondata dal métro Barbès, Château Rouge, Marx Dormoy e La Chapelle la Goutte d’Or è un quartiere di emigrazione principalemente africana (e indiana verso La Chapelle-Gare du Nord), minacciato da un’inesorabile gentrificazione della quale mi chiedo quanto io faccia parte. Come me, molti altri studenti o giovani lavoratori stanno cominciando negli ultimi anni a cercare e affittare case nella Goutte d’Or, perché costano meno o perché a parità di prezzo si possono ottenere spazi più grandi, contribuendo così al generale aumento del costo degli affitti. Il paesaggio de La Goutte d’Or, dal Boulevard Barbès alle sue strade interne, è segnato dal ponte dei binari della linea 2 métro aérienne, dall’insegna blu e rosa shocking di Tati, les plus bas prix, emporio di prodotti per la casa e non solo che in verità costa più di Ikea, dal cinema Louxor, monumentale palazzo in stile pseudo egizio, elegantemente kitsch, degli innumerevoli negozietti che vendono cellulari (di seconda mano, riassemblati, rubati o – come si dice in francese – «caduti dal camion»), da piccoli empori dove si può acquistare di tutto, dallo stendino al tagliaunghie, nonché kebabbari e fast-food a perdita d’occhio. Negli ultimi mesi, infine, un’elegante brasserie che fonde alla tradizione un’estetica moderna, ha aperto all’angolo di Barbès, in mezzo ai venditori di Marlboro di contrabbando, con tanto di buttafuori all’ingresso e caffè à tre euro. Di fronte all’edificio della brasserie, sotto i binari della metro aérienne, per molto tempo hanno dormito dei senzatetto. Ci sono anche svariate prostitute in strada, ma io le noto soltanto la sera. Sono vestite normalmente, senza alcun accessorio vistoso: spesso sono in jeans e felpa o piumino. Parlano a gruppetti senza fare troppo rumore, e sopratutto aspettano.

La prima volta che sono sbucata in superficie dalla bocca del metro Château Rouge, catapultata subito nell’angolo tra la piazza e la rue Poulet, la differenza tra il quartiere e la zona residenziale nella quale avevo vissuto fino a quel momento fu impressionante, e mi lasciò subito un sentimento duplice, di familiarità nell’estraneità. La prima cosa che si può vedere salendo i grandini della metro che portano all’aperto sono: camionette della celere perennemente parcheggiate sulla piazza, con celerini in divisa che pattugliano, carrelli della spesa sui quali venditori arrostiscono pannocchie di mais, tonnellate di spazzatura per terra, avanzi del mercato, rivoli d’acqua sui marciapiedi che escono dai tombini, macellerie con le carcasse di animali talvolta appese fuori, fruttivendoli, pescivendoli, bancarelle improvvisate che offrono semenza, prodotti per il maquillage, cinture, cappellini, cellulari rubati.

Era in sostanza una versione ridotta della fiera di Piazza Carlo Alberto a Catania, la mia città d’origine: tranne che a Catania polizia non ce n’è quasi mai, e io il dialetto siciliano lo capisco bene, per cui rido di ogni cosa che i venditori dicono, mentre quel misto di francese e lingue africane e arabe (la mia ignoranza non mi permette di riconoscerle, distinguerle o semplicemente nominarle correttamente) mi dava l’impressione di essere una turista in casa.

Un’altra caratteristica che avvicina Château Rouge al Sud Italia è questo continuo vivere in strada, passeggiare, fare gruppetti. Quando dal balcone getto un’occhiata per controllare se c’è troppa fila, vedo sempre capannelli di gente che chiacchierano, bevono lattine di birra, a volte fumano dentro la lavanderia. Il pavimento è sporco delle impronte delle scarpe e quando piove si riempie di fanghiglia; a volte trovo anche lattine vuote o cicche di sigaretta. Quando entro spesso qualcuno, di solito un ubriaco ilare, mi attacca bottone.

Oggi ho molte lenzuola pesanti da fare asciugare, quindi seleziono un ciclo di trenta minuti e aspetto leggendo un saggio sul romanzo contemporaneo. Mi si siede accanto una ragazza sui vent’anni, molto bella, dall’aria timida, che beve a piccoli sorsi una birra. Mi chiede con voce sottile il permesso di sedersi lì dentro, perché fuori fa freddo, mi dice che sta aspettando suo nonno. È vestita con jeans attillati, tacchi alti e un trucco colorato e pesante (giallo e blu) che non si sposa con la sua timidezza remissiva, e con quello sguardo che sembra chiedere scusa di esistere. Inoltre emana un odore un po’ acre, seppure non disturbante, di chi non si è lavato per qualche giorno. La sua storia è confusa, e io mi chiedo per un secondo chi stia aspettando davvero e dove viva, poi penso anche che probabilmente ha qualche anno meno di me eppure nella mia testa non l’ho classificata come una mia coetanea. Le sorrido, ma prego, e continuo a leggere. Lei cerca di fare conversazione, parliamo del brutto tempo. Si inserisce un signore sui cinquant’anni dall’aria benevolente ma severa, per ammonirla: «Mademoiselle, ma perché beve birra? Lei è troppo minuta, ha l’aria fragile, non le fa bene l’alcol, stia attenta! Da dove viene?», lei si scusa, gli dà ragione, e parlano del Senegal.

Mi alzo per controllare l’asciugatura delle lenzuola, nel macchinario accanto un ragazzo elegante, rasato di fresco e dal viso molto pulito, mi saluta. Si vede che ha voglia di discutere con qualcuno e che ha lavorato troppo. Tuttavia chiede a me: «Stanca, eh?». Io annuisco, ho lavorato dalla mattina al pomeriggio, senza pausa pranzo. «Ma anche lei, immagino». Annuisce, si presenta, si chiama Nabil ed è algerino. Cabila, ci tiene a precisare. Io sono siciliana, gli dico, non siamo lontani. Come ogni altro algerino o marocchino incontrato finora, lui si illumina come avesse riconosciuto un parente, e risponde entusiasta che si, Sicilia, Algeria, «on est cousin!», siamo cugini, ma l’espressione in francese ha una connotazione socio-linguista forte. «Eh cousin!» è quella cosa che puoi dire a uno sconosciuto simpatico come a un amico, e si traduce perfettamente con quel «oh, ‘mbare!/cumpà/frat’mo !» che è tutto meridionale.

Gli chiedo che ha fatto oggi, cosa fa a Parigi. Mi racconta che ha ventisei anni (e anche lì, lo guardo, e gliene avrei dati trenta, trentatrè, non è un mio coetaneo) ed è studente in ingegneria. È venuto in Francia per fare un secondo master e ne è contento, aveva anche iniziato uno stage per una grossa azienda. Ha dovuto momentaneamente sospendere lo stage perché ha bisogno di più soldi, adesso fa l’agente della sicurezza per diverse imprese, e lavora nel pubblico e nel privato. Nell’ultima settimana, mi dice sorridendo della disavventura, ha lavorato quasi 80 ore. Io faccio un rapido calcolo mentale e gli chiedo come sia possibile. Mi spiega che si alza alle 5 o alle 6 del mattino e poi va a lavorare, a volte in più posti in uno stesso giorno, in modo da poter fare anche il turno della sera o della notte, fino a mezzanotte o l’una. Ci sono giorni in cui torna a casa distrutto, ha giusto il tempo di passare dall’alimentari 24h, comprare dei noodles precotti e mangiarli prima di andare a dormire. Ma è troppo, gli dico. Mi spiega che sì, però in questi mesi deve lavorare ancora di più perché vuole comprare il biglietto per tornare a casa in vacanza. Non torna da due anni e poi vuole portare dei grossi regali alla famiglia. Poi mi parla del suo capo, mi dice con orgoglio che è una brava persona, che lo stima e lo ha richiesto espressamente per lavorare in più posti. E poi è gentile, perché lui, in quanto studente algerino, non potrebbe lavorare più di 18 ore a settimana. In che senso, gli chiedo? Ho colleghi francesi che studiano e lavorano part-time nel weekend per 26 ore a settimana, mi sembra assurdo. Mi spiega che è una convenzione con l’Algeria, e che no, lui non può lavorare ufficialmente più di 18 ore. Il che significa che tutto il resto del lavoro, grazie alla comprensione dei superiori, lo svolge in nero.

Lo guardo, ha l’aria stanca ma tranquilla, e capisco che non sta mentendo o esagerando per ottenere la mia attenzione. Vedo in lui un gentile rispetto verso le donne, di chi è stato educato in un certo modo, che mi ricorda una cavalleria primonovecentesca. La macchina ci restituisce le rispettive lenzuola, asciutte, calde e profumate di detersivo a buon mercato. Lo saluto, gli auguro buona fortuna, gli dico che magari ci incontreremo un’altra volta in lavanderia. Saluto la ragazza e il signore che sono ancora lì a parlare, attraverso la strada e rientro a casa.

2 Comments Add yours

  1. BLS ha detto:

    Forse questo è uno dei “Sola Andata” peggio scritti.

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