Grovigli e perigli nella valle – Una recensione a “La valle dei ladri” di Ermanno Cavazzoni

di Bibi Briscoe

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Questo articolo è già uscito per la rivista «nar­ra­zioni», in cartaceo.

È una striscia romita, estrema, quella che occupa Ermanno Cavazzoni nell’ipertrofico litorale letterario italiano. Uno spazio discosto, eppure gravido di epifanie, quello riservato alla prosa originale che solca transiti inconsueti.
Già nel Poema dei lunatici, da cui Fellini ricavava il soggetto per il suo ultimo film, La voce della luna, Cavazzoni svelava di riconoscere nella scrittura lo sforzo, sempre rovinoso, di valicare l’incomunicabile: «Il senso generale del libro è il non intendersi» e, de facto, la sua allucinata letteratura di evaporazioni mentali intraprende avventure caleidoscopiche fuori da ogni plausibilità, nel tempo siderale di una dimensione sconfinata. Così accade sempre: si pensi, per segnalare qualche titolo, ad alcuni altri stravaganti romanzi quali Storia naturale dei giganti, Il limbo delle fantasticazioni, o Guida agli animali fantastici. Impregnati tutti della sua raffinata cifra stilistica, essi schiudono un’analisi panica, lo studio antropologico e metafisico del romanziere-entomologo che scopre, colleziona e poi tramuta e riutilizza nella forma del pastiche, dell’autopastiche, della forgerie, del travesti. E la comicità deriva non solo da certe variazioni sul tema di opere note, o dallo stravolgimento dello stile, ma, altresì, da accostamenti imprevedibili e riflessioni distorte da logiche altre, zeppe di assurdo e nonsense: un «Opificio di Letteratura Potenziale» che si spoglia, si riveste e si riadatta incessantemente, come accade alla «grande arte» – per dirla con Sanguineti -, sempre, indiscutibilmente parodica.
È tra i nodi di ariostesca e boiardesca memoria che si muovono i rari personaggi cavazzoniani, e i luoghi e i tempi che essi consumano, allo stesso modo, non avendo mai la nitida fisionomia delle cose assodate e misurabili, capita che sfuggano ai comprovati teoremi della scienza.

Su una indefessa matrice surreale si innervano Storia naturale dei giganti o il più datato Poema dei lunatici, altra frenetica, fortunata allucinazione; o la immaginifica Guida agli animali fantastici (impregnata della ricca teratologia di Borges), che si inscrive compiutamente nello sperimentalismo dei grandi bagliori dell’autore, pur attingendo a piene mani dalla tradizione dei mirabilia del mondo antico. Opere godibili, ipnotiche, ardenti fantasticherie. «A questo punto dove sta la verità?», dichiara lo scrittore, «Ossia, con quest’idea dell’immaginazione che cola su tutto, con delle punte isolate di realtà che fuoriescono, ma che poi il racconto avviluppa tutte nell’immaginazione, c’è posto per qualcosa che possa essere detto la verità?». Probabilmente non ce n’è alcuno. E forse è vero che questa non è la letteratura dei ritratti approfonditi, del denso scandaglio psicologico, ma innanzitutto dell’astrazione viva e produttiva in virtù del suo movimento ininterrotto: difatti, la compiutezza di questa letteratura scaturisce da quel sommo momento nel processo riflettente dell’uomo, in cui egli varca, col lampo dell’intuizione, il confine delle coordinate fisiche, delle leggi orarie, delle traiettorie possibili. La fluida narrazione di Cavazzoni, in effetti, non esige mai una riflessione concreta (pur comportandola, sotterraneamente): quello che pare fare è risvegliare il sapore di fuggire e di perdersi, e nulla più.

La valle dei ladri (Quodlibet 2014), unico rimaneggiamento dell’autore, è palingenesi di Cirenaica (Einaudi 1999) e prova del pregevole sperimentalismo dello scrittore che, attraverso i moduli della fantascienza, di punti di vista meravigliosamente sovversivi, tocca abbacinanti vertici di significato. Inoltre, il cambiamento di prospettive che scorta fatti e personaggi e li alleggerisce, li attenua, allo stesso modo, e non di rado, li magnifica, schiudendo spirali di profondo calore.
È una pagina che trascina e strabilia quella dell’affabulatore emiliano: la contagiosa euforia da divagazione del suo poema dell’insensatezza si invera in una scrittura lenta e preziosa – tuttavia come smemorata – che fermenta gradualmente, e che scopre, mano a mano, certi strategici nervi. Invero, in questa letteratura, confluiscono miracolosamente due maniere di scrivere: da una parte, gli sbandamenti, le imprecisioni, le deviazioni della lingua parlata, comoda, smozzicata, dall’altra il periodare scrupoloso e ricercato: «Mi piaceva questo mondo della retorica, – dichiara l’autore – però contemporaneamente mi veniva una specie di esaurimento nervoso e mi veniva ogni tanto da scappare via, o da scrivere le cose più balzane che mi venivano in mente e che andavano per conto loro, proprio come se le scrivessi di nascosto.» E a liquidare l’esigenza di reclamarlo un confine tra il verificabile e il non verificabile, il tratto scorrevole di una prosa in cui realtà e visione acquistano cubatura unica e si disciolgono prodigiosamente l’una nell’altra.

La prima pagina del romanzo fa uso del noto artificio del manoscritto ritrovato: quelle che il lettore ha tra le mani sono «memorie autobiografiche», rinvenute sul binario ventuno della Stazione Centrale di Milano. Questa la cornice redatta nella premessa all’opera, prima che si avvii il racconto.
Le vicende narrate si dispiegano nel bassomondo, il cronotopo par excellence dell’autore, una specie di tossica valle, il non luogo del tempo vuoto domenicale, che annebbia la memoria e disperde i suoi passeggeri abitanti tra vie che cambiano nome e non si trovano più: un fosco bacile purgatoriale che si snoda dal fulcro di una sinistra stazione ferroviaria, dove false innamorate e falsi parenti raggirano i malcapitati appena arrivati (e falsi sindaci e falsi assessori con false chiavi della città, e falsi ferrovieri, falsi operai, falsi ufficiali…): «Era un inganno, era sempre tutto un inganno», tutti ladri, teppisti, falsari, bugiardi, parolai, senza speranze di risarcimento o redenzione; e lo smarrito protagonista, subito gabbato e ribattezzato «Paolo» dalla bellissima, truffaldina Annamaria, diventa, come gli altri, parte della vorticosa baraonda di illusioni: un coacervo di mosche irrequiete in una conca tellurica sciagurata, in cui il lampo di un capovolgimento che schiuda strade percorribili e districhi la tautologia si intravede soltanto.
Giglioli scrive mirabilmente di Cavazzoni: «Solo nel limbo intravede un barlume di saggezza, incantata perché disincantata»; è nello spazio liminale del limbo, in effetti, che si risolvono tutte le creature vagabonde dell’autore: si tratta di un «luogo potenziale di condivisione di similarità e meraviglia, e serbatoio di miti e fantasticazioni comuni», rileva brillantemente Spunta. Non meno notevole la definizione di Bonfili, contenuta in un attento studio su Cavazzoni: limbo come «scarto dalla norma», mezzo per trascendere canone e logica, e per «avvicinarsi di più all’uomo, che è materia variabile, un po’ sbilenca, indecisa, indecifrabile».

Il lungo racconto de La valle dei ladri è una spasimante facezia sul tema della provenienza e della destinazione, intonata alla polifonica parata dei personaggi che si succedono fra le pagine: essa racconta il consumarsi fiacco ed insicuro, beckettianamente in attesa, degli umani, affaccendati sforzi quotidiani di là dai quali, la Verità oltre il contingente non si lascia ghermire. E nel «panico atavico» dell’altro mondo, «s’erano diffuse tra la gente diverse credenze»: che quel posto fosse un carcere a cielo aperto per via della «natura delinquenziale indelebile» dei suoi residenti, che quella gente fosse scivolata tutta in una specie di pozza geologica, o che non fosse altro che le deiezioni di certe divinità di casa oltre la valle.

È cessato l’antico colloquio, i gorgoglii viscerali, l’intimità lungo il colon e il retto; ora – diceva la setta – siamo qui giù, esposti al cielo aperto e alla putrefazione in quanto materia fecale, che può solo scendere in basso, mai risalire. E ci sembra una città quello che è sterco secco, abitato da una colonia batterica che chiamiamo genere umano (p. 88)

L’insurrezione della setta si consuma in forme assurde: masturbazioni e lanci di sterco in direzione dell’altipiano, e il volo di un sifilitico ben contento di spargere le sue infette lumacature oltre la valle, i cartelli denigratori e l’imperterrito zio Macario tutto il giorno col sedere verso il cielo. Eppure, la traccia caparbia dei rivoltosi mai distoglie dalla nitida impressione che non ci sia nessuno a guardare e che non vi siano da nessuna parte esseri divini a spiare coi loro telescopi: l’orrore metafisico dell’uomo angariato dall’antico, fiducioso delirio di Dio resta, quindi, uno schiamazzo solitario nel gorgo della sua esistenza, quella alta delle alte cose che le sfuggono e bassa di quelle che l’assaltano. In sordina passa un lamento, nella forma di un enigma che resta inconfessabile e che può solo contenere i vani tentativi di svelarsi.

È agosto, – diceva Kramer, – lo gridano dalla televisione, un agosto che dura già da tre mesi e non vuole arrivare al trentuno; poi comincerà a piovere, come già sta facendo, perché siamo nel campo magnetico della stella di gas, e tutte le valli e le cavità saranno piene d’acqua, e dove c’è il bassomondo ci sarà un mare definitivo. Chi ha capito, sparisce», diceva ogni volta incontrandomi su per le scale (p. 206)

Nella subsfera si appressa una catastrofe, questo rammentano le visioni apocalittiche del cupo signore, vicino di Paolo: le albe livide, le notti prive del loro consueto buio come i giorni della loro luce, il ferro magnetizzato, la pioggia spessa, tutti segnali della fine. Il bassomondo è forse vicino al collasso, ed è questa la ragione per cui di tanto in tanto la gente sparisce. Ma non è detto: quella di Kramer è, difatti, la sola voce a vaticinare il cataclisma, e pregna com’è di rassegnazione, non vale a farsi stimolo reale per evacuare il limbo dei dannati. Risultano un ritornello monocorde i suoi presagi, che ritornano qua e là come un’eco distorta, senza mai diventare attendibili: che sia la cessazione di tutte le cose il loro scioglimento? È un’impressione che si fa strada, ma che resta viva nella forma di un’avvisaglia insonnolita.

Tutta la letteratura di Cavazzoni, come si desume, gronda immagini di impatto, e visioni disturbanti, figlie di una specie di creativo «stato di grazia», come dichiara l’autore stesso. Per esempio, incide la pagina la storia delle donne che a tarda sera diventano strane creature mollicce, una volta pervase da una «generale stanchezza sessuale, per la quale non sono più propense ad esporsi in pubblico»; mesmerizza il loro «gemito flebile», novello, omerico richiamo sirenico. Anche Paolo si fonderà alle secrezioni, al «muco liquido» di un essere non umano, di un corpo animale (animale?) e uterino, di ancestrale sapore, fusione di millanta donne, senza esserne una nemmeno: si tratta di una pagina notevolissima nella scrittura dell’autore, di un acme che scalda e incanta, chiedendo in cambio neppure un briciolo di lucidità. Ed è da questo momento che il miraggio di Annamaria – ma pure di Giliola, della signorina di Cincinnati, di Anconella…–, il sogno di ritrovarla (lei innanzitutto, ma non lei solo) e di esser riconosciuto e di poterla avere per sé, prende a segnare nel testo una scia di amarezza:

Tuttavia avessi potuto scegliere sarei andato in Cirenaica, a far piangere d’amore Annamaria (o Giliola, in subordine); (Anconella pure, ma non era il tipo che piange); io sarei vissuto laggiù, come un arabo bianco; in una città avrei avuto Annamaria, a cento chilometri Giliola, e ad altri cento Anconella. (p.204)

Accende un vivo trasporto scoprire nel protagonista de La valle dei ladri nient’altro che, scrive Bonfili, «l’antieroe delle intenzioni irrisolte», mai del tutto convinto di ciò che cerca: riprendendo la sua tesi, l’inchiesta – intesa come quête -, che è motivo tradizionale dell’epica classica, delle chansons de geste e del romanzo cavalleresco, viene sempre fatalmente disattesa: come nell’Orlando furioso, anche nel romanzo di Cavazzoni la ricerca è destinata a non conoscere epilogo; qui, però, si costruisce uno scarto ulteriore: il protagonista non è animato dallo spirito della ricerca e dovrà sopravvivere nel bassomondo in cui è capitato fino a che non sarà possibile andarsene.

Ci sono tutti, poi, pure gli elementi della distopia pessimistica e parodica: Gerhild Fuchs ha ravvisato, a tal proposito, la vicinanza di Cirenaica non solo a certa letteratura odeporica, ma ad alcuni stilemi e topoi del conte philosophique, in particolare del Candide di Voltaire. Lì, come ne La valle dei ladri, siamo nel pieno ambito della distopia, giacché la dinamica del racconto filosofico viene parodicamente rivoltata: nell’atmosfera elettrizzata dall’emergenza del romanzo, l’eroe abbassato di grado, del filosofo che studia l’empirico compie il rovesciamento e, per questo, posto che raggiunga qualche meta, la raggiunge per caso. Se, appunto, Candido riconosce in Cunegonda la «ragion sufficiente» per la sua peregrinazione, il protagonista de La valle dei ladri, ritrovatosi per caso a vagare nella topografia sfasata del bassomondo, non saprà mai davvero quale direzione intraprendere e risulterà niente più che una sagoma raminga e scombinata.

Pure la risalita verso il mondo reale sarà accidentale, e a bordo di un treno lento e sgangherato che fermerà a Milano, sul quale Paolo salirà per seguire Oliviero, intromessosi fra lui e Annamaria. Nel bassomondo, in effetti, c’è una via d’uscita possibile, benché difficile da intraprendere e giammai risolutiva: è una oscura lotteria che lascia «prima o poi» ai residenti l’opportunità di raggiungere il posto dei sogni, attraverso un biglietto recuperato per caso. «Non deprime il cuore né lo stomaco», così recita quello di Paolo: egli brama di arrivare in Cirenaica, una terra esotica e meravigliosa, ma che è forse una chimera, e che egli ha intuito di sfuggita dalle immagini dell’unico film – rabberciato, tagliuzzato – proiettato nei pomeriggi dell’unico cinema del mondo basso: una pellicola di «pezzetti ricuciti e striati dall’uso, con lunghe pause perché mancava la luce», con una musica sensazionale che fa desiderare di «sparire da quella città che gravava sull’animo come un sasso di fiume». Ma Paolo finisce a Milano, non nella terra sospirata, e il ritorno nella società civile non è per nulla un buon ritorno: Milano è disperata, senza memoria, disumana; così egli scopre di rimpiangere i tempi nel bassomondo, di voler scappare di nuovo, con quel biglietto mai utilizzato che un giorno, dopo il lungo peregrinare, lo condurrà dove desidera: «Dunque sono ancora a Milano, ma ripartirò.»

In sottotraccia si radica un male occulto, ma definitivo e cieco, che infetta ogni cosa e non accorda svuotamenti catartici; Cirenaica, in verità, non si potrà raggiungere mai: la sua energia salvifica sembra essere tutta, solo potenziale e, verosimilmente, non c’è alcun posto adatto fra quelli possibili.

  • Ermanno_CavazzoniBONFILI Sara, Ermanno Cavazzoni tra comico e parodia, Tesi di dottorato di ricerca in interpretazione e filologia dei testi letterari e loro tradizioni culturali, Università degli Studi di Macerata, a.a. 2009/2011.
  • FUCHS Gerhild, «Le peregrinazioni dei personaggi come sorgente del comico nella narrativa padano-emiliana (dalla Neoavanguardia agli anni Novanta)», in Le specie del comico nella letteratura e nel cinema: il filone emiliano-padano, atti del convegno di Innsbruck 28-29 maggio 2009.
  • SPUNTA Marina, «Aspetti del comico nell’opera di Gianni Celati, Daniele Benati, Ermanno Cavazzoni», in Ibidem.

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