Solo andata

16. La minaccia dell’oblio: antidoti da emigranti per non perdere le parole

di Valeria Mongelli

Teresa Freitas, Between nothingness and eternity
Teresa Freitas, Between nothingness and eternity

[Solo andata nasce dall’idea di dare voce all’esperienza di una generazione, quella dei giovani italiani in fuga. Non è un fenomeno nuovo: l’Italia è terra di migranti da sempre. Eppure, oggi, si può usare con la stessa leggerezza questa parola? Si può parlare di una nuova forma di migrazione? Ci chiediamo chi siano questi nuovi migranti, qual è la loro classe sociale, da dove vengono, dove vanno. Crediamo che problematizzare questo fenomeno, dandogli voce e spazio, possa essere un buon modo per capire il nostro presente, dove stiamo andando. Lanciamo questa rubrica anche con il desiderio di raccogliere più voci e testimonianze possibili, perché possa divenire un luogo di confronto e scambio, una narrazione collettiva.]

Mesi fa ho letto l’articolo Non ho parole, in cui Francesca racconta la paura degli emigranti di dimenticare progressivamente la propria lingua. Anch’io, come Francesca emigrata ed emigrante, ho sperimentato la stessa paura. Pur riconoscendomi in quella paura, ho avuto però voglia di raccontarla da un punto di vista diverso.

Da bambina, scrivere mi piaceva da matti. La mia maestra delle Elementari, sicuramente esagerando, diceva che avevo talento. Quello che è certo è che adoravo giocare con le parole. “Scrivere libri”, la risposta al classico “Cosa vuoi fare da grande?”. Con l’adolescenza e tutte le sue insicurezze smisi, continuando solo in contesto scolastico/accademico. I temi, i compiti a casa, più tardi i saggi all’Università (ho studiato filosofia). Anche limitandomi a questo contesto scrivere mi piaceva, e mi piaceva in un certo senso mostrare che sapevo farlo: alla comprensibilità preferivo le frasi ampollose, alla chiarezza le parole difficili, alla sintesi i periodi lunghi. Stile pesante insomma, elitario, un po’ arrogante. Quanto al parlare, spesso parlavo un po’ come scrivevo: bene, ma difficile. Un’altra abitudine ereditata dall’adolescenza: le parole erano una barriera tra me e gli altri, un comodo muro di incomunicabilità dietro il quale nascondermi a piacimento.
Poi sono emigrata in Francia. In teoria un Erasmus, solo sei mesi, in pratica quattro anni e due specialistiche. Lione e Parigi, grigio e metropolitane e scarpe bagnate e una lingua nuova. Corsi in francese, esami (scritti) in francese, con me che di francese non sapevo un’acca. A casa, coinquilini francesi, cene in francese, film in francese, feste in francese; con me che – ancora – di francese non sapevo un’acca. Come si chiama questo, come si chiama quello, correggetemi quando sbaglio s’il vous plaît. La Normalista arrogante costretta a farsi correggere anche i testi di due righe, che abbassa gli occhi alle risate per un verbo mal coniugato. In ogni frase pronunciata, almeno un paio di errori. Per settimane, nessuna conoscenza di verbi diversi dal presente: che nostalgia del congiuntivo, del condizionale, della consecutio temporum! L’obiettivo non era più parlare bene, scrivere bene, ma parlare, scrivere. Con i Francesi che, si sa, non sono rinomati per la tolleranza nei confronti degli stranieri non parlanti un francese perfetto e privo di accento – degli stranieri tout court, insomma. Sul Francese-tipo ed il suo nazionalismo linguistico potrei scriverci un altro pezzo: la ripugnanza alla sola idea di parlare una lingua diversa dalla propria, il misto di noia ed impazienza che gli si dipinge sul volto quando gli si chiede di ripetere; l’espressione quasi disgustata del panettiere, che solleva impercettibilmente ma significativamente il sopracciglio alla tua richiesta di baguette, sfortunatamente pronunciata con una e un po’ troppo aperta.
Se la comunicazione quotidiana era ostica, scrivere si rivelò un’impresa ancora più ardua. Mi ritrovai di punto in bianco a redigere un saggio di filosofia delle scienze cognitive, quando in francese non avevo mai scritto neanche una favola per bambini. Insomma, un impatto con una lingua nuova che definire brutale sarebbe un eufemismo. Mettendo da parte gli eufemismi: fu talmente tragico e frustrante da diventare quasi ridicolo. E dopo i primi giorni di panico, come un gioco ridicolo appunto lo presi. Con l’ignoranza e l’incoscienza delle prime volte. Forse aiutata da Pennac, perché “Il paradiso degli orchi” è il primo libro che ho letto in francese.
Quello che accadde di inaspettato è che l’impresa tragicomica che è imparare una lingua in terra straniera provocò un minuscolo miracolo, che però per me fu una vera rivoluzione. Avere una sola parola per esprimere un concetto, dove in italiano ne avevo dieci, in un certo senso mi aiutò: fu un esercizio di semplicità. Fu come imparare a parlare di nuovo. Imparai che comunicare è altrettanto importante che parlare bene. Che, mettendo da parte la vergogna ed il senso del ridicolo, imparare parole nuove poteva essere lo stesso gioco di quando avevo sei anni e sfogliavo il vocabolario. Che gli altri, anche questi altri dalla r moscia e parecchio snob, questi altri non proprio accoglienti, avevano tante parole nuove da insegnarmi – talvolta, loro malgrado.
Il mio Italiano è cambiato, credo, di conseguenza. Probabilmente più arido; ma anche più limpido, conciso, comprensibile. Periodi meno lunghi, meno giri di parole, meno punteggiatura. Mi piace pensare che il francese ha sì asciugato le mie parole italiane, ma per lasciare l’essenziale. Per insegnarmi di nuovo che, anche in un processo narcisistico e autoreferenziale come la scrittura, l’altro è l’indispensabile specchio nel quale rileggere le proprie parole. Che un dialogo deve adattarsi a chi ci sta di fronte, altrimenti non è che un monologo. Mono, uno; dia, due. Semplice, no.
È per questo che considero l’imparare un’altra lingua, anche in modalità immersione brutale, anche in parte dimenticando la propria, come un’evoluzione: un processo di “selezione naturale” che, certo, comporta delle perdite, ma per produrre un risultato più ricco ed adatto al contesto. Il nostro cervello è un organo estremamente plastico, all’interno del quale numerosissime abilità linguistiche possono convivere. Non parlo solo delle lingue propriamente dette. Musica, matematica, persino il codice della strada: tutti insiemi di simboli con un significato più o meno convenzionale ed un senso più o meno accessibile – tutti, in un certo senso, linguaggi. La domanda importante è, quindi: quando impariamo una lingua nuova, perdiamo davvero qualcosa della vecchia? Se smettiamo di utilizzarla sì, senza dubbio.
Torno alla battaglia Italiano-Francese. Anch’io, come Francesca, ho inizialmente gioito di ogni singola conquista nel territorio linguistico nemico: la conquista della grammatica, dell’ironia, dei sogni. Sognare in francese, parlare in francese ubriaca, appena sveglia (prima del caffè!), nel dormiveglia o addirittura nel delirio della febbre: tutte piccole vittorie. Scrivere senza errori, poi pian piano passare a preoccuparmi della forma, dello stile, cominciare a scegliere le parole. Ecco, è forse scegliendo le parole che ho realizzato chiaramente il rischio di dimenticare la mia lingua madre: quando la parola che cercavo ha cominciato a venirmi in mente in francese prima che in italiano. È quando la frustrazione quotidiana, la fatica del capire e farsi capire cominciano a svanire che la minaccia dell’oblio diventa reale: quando la lingua straniera comincia a sostituirsi alla lingua madre nei pensieri non pronunciati, nei sogni, nei sentimenti. Anche perché pensare, sognare in lingua straniera diventa segno di integrazione, motivo di orgoglio: cominciare a sentirsi a casa, di nuovo. Un senso di appartenenza che, però, sarà sempre parzialmente illusorio: perché, per quanto sempre più rari, ci sarà sempre una parola sconosciuta, una “e” mal pronunciata, un costrutto un po’ maldestro.
È questa dunque l’unica opzione per la generazione di emigranti a cui appartengo? Emigranti a volte per scelta, spesso per necessità, quasi tutti laureati e plurispecializzati. Messa così, sembriamo davvero destinati ad una nuova forma di semianalfabetismo. Ibridi linguistici, eternamente condannati ad un limbo di “non più” e “non ancora“: non più padroni della nostra lingua madre, non ancora e forse mai completamente in possesso della lingua del paese in cui viviamo.
Di fronte a questa prospettiva agghiacciante io preferirei pensare, forse sbagliando, che non rassegnarsi alla minaccia dell’oblio è possibile. Che ci sono degli antidoti, forse scontati e non del tutto efficaci, che possono salvarci dall’orribile limbo linguistico. La letteratura, prima di tutto. Continuare a leggere in italiano. Scrivere. Resistendo al sentimento di vergogna che ci fa pensare di non saper più farlo come prima. Sentimento dal quale non sono immune, e che sto cercando di combattere qui, ora, mentre scrivo. Giocare con le diverse lingue, nella testa, in un costante gioco/sforzo di traduzione; come incollare molteplici etichette sullo stesso oggetto. Fare in modo che le due lingue convivano, che la nuova trasformi ed influenzi la vecchia, come il trasloco in terra straniera ha inevitabilmente cambiato la nostra immagine delle cose senza farci dimenticare completamente dove siamo cresciuti. Che la nuova lingua trasformi ed influenzi la “vecchia”, senza sovrapporsi ad essa.

Anch’io mi sono spessa lamentata di “aver dimenticato l’italiano”. Da oggi prometto di non farlo più. Oppure, per ogni volta che lo faccio, prometto di aprire il dizionario – italiano, s’intende – ed imparare il significato di una parola nuova. Nuova o che, forse, avevo dimenticato.

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