Solo andata

15. Le anatre di Central Park (parte 2)

di Umberto Mazzei

central park

[Solo andata nasce dall’idea di dare voce all’esperienza di una generazione, quella dei giovani italiani in fuga. Non è un fenomeno nuovo: l’Italia è terra di migranti da sempre. Eppure, oggi, si può usare con la stessa leggerezza questa parola? Si può parlare di una nuova forma di migrazione? Ci chiediamo chi siano questi nuovi migranti, qual è la loro classe sociale, da dove vengono, dove vanno. Crediamo che problematizzare questo fenomeno, dandogli voce e spazio, possa essere un buon modo per capire il nostro presente, dove stiamo andando. Lanciamo questa rubrica anche con il desiderio di raccogliere più voci e testimonianze possibili, perché possa divenire un luogo di confronto e scambio, una narrazione collettiva.]
La prima parte di questo articolo si trova qui.

Il post-naturale

In principio era il motore dell’aeroplano. Poi le scale mobili dell’aeroporto. Quindi lo sferragliare dei vagoni della metro, la voce disturbata che pronuncia parole incomprensibili all’altoparlante, il mormorio costante della gente per strada, le macchine che scorrono sulla highway, i taxi che suonano il clacson appena ti avvicini al bordo del marciapiede, la musica e il chiasso assordante dei pub, lo scricchiolare delle tubature nei muri, del pavimento sotto i piedi, del soffitto sopra la testa, i tacchi della inquilina del piano di sopra, le grida del bambino del vicino, l’orgasmo lento e ritmato della fidanzata del coinquilino, quello rapido e violento della ragazza del piano di sopra (la stessa dei tacchi, suppongo), il roteare delle pale dei ventilatori, il ronzare dei sistemi di areazione, il coro estenuante dei condizionatori in cortile d’estate, gli interminabili assoli dei termosifoni d’inverno, talvolta il concerto stridente per condizionatore e termosifone, le canzoni in spagnolo dei netturbini la mattina presto, il jingle del furgone dei gelati, i camion dei pompieri, le sirene della polizia, dell’autoambulanza, il frullare degli elicotteri, il rombo del motore degli aeroplani…

Il rumore è ovunque a New York. È un elemento caratteristico tanto quanto i taxi gialli, una parte inalienabile del corredo urbano. L’ambiente acustico è la prima e più evidente spia del rapporto alterato che la città intrattiene con la natura. Se l’urbanizzazione implica necessariamente una sottrazione di territorio e una sua rifunzionalizzazione a fine abitativo, a New York questo procedimento sembra aver raggiunto da tempo l’apice per rovesciarsi quindi nel suo opposto. Sfruttato tutto il terreno a disposizione per costruire, la natura viene ricreata ex novo a scopo meramente esornativo, in una forma ormai pienamente artificiale. L’esempio più eclatante di questo processo di addomesticamento e riproduzione dell’ambiente è evidentemente Central Park:

If Central Park can be read as an operation of preservation, it is, even more, a series of manipulations and transformations performed on the nature “saved” by its designers. Its lakes are artificial, its trees (trans)planted, its accidents engineered, its incidents supported by an invisible infrastructure that controls their assembly. A catalogue of natural elements is taken from its original context, reconstituted and compressed into a system of nature that makes the rectilinearity of the Mall no more formal than the planned informality of the Ramble. Central Park is a synthetic Arcadian Carpet.1

Camminando per Central Park non riesco a fare a meno di pensarmi come l’estremo di un segmento tracciato su una cartina da qualche urbanista vissuto più di un secolo fa. Epitome di uno stadio evolutivo post-naturale, Central Park è quanto di più distante esista dal concetto di “parco”, con le sue strade interne asfaltate, le insegne e i semafori che disciplinano il senso di percorrenza, le recinzioni che prescrivono gli spazi accessibili e quelli preclusi, le auto della polizia che pattugliano costantemente i percorsi principali, il traffico e i grattacieli a negare l’illusione di aver abbandonato la città. Anche nei sentieri dinoccolati che si immergono nel fitto della vegetazione, a colpirmi è la prevedibilità della mia retorica pedonale – per dirla con DeCerteau – la consapevolezza di reagire meccanicamente a forze esterne, direttive imposte in un contesto di naturalità simulata.
Il corpo di Caden in Synecdoche, New York subisce un simile processo di disfacimento, di esautoramento dalle sue funzioni fisiologiche primarie. L’incidente domestico iniziale, con il lavandino che scoppia e ferisce il protagonista al sopracciglio, dà il via a una estenuante serie di visite mediche e disfunzioni corporee che funzionano da leitmotiv per tutto il film. Il primo chirurgo manda Caden da un oftalmologo, che gli consiglia a sua volta un neurologo. Poi un dentista che gli raccomanda di andare da un parodontologo. Le sue feci e l’urina assumono colori innaturali, è afflitto da artrite, da sicosi, da attacchi di epilessia, da una degenerazione sinaptica gli impedisce di salivare, deglutire e lacrimare. Deve praticare un biofeedback training per addestrare il suo corpo a reagire naturalmente, deve spremersi negli occhi del “surrogato di lacrime” per poter piangere, le sue gambe prendono a muoversi autonomamente. Ellen, l’attrice scelta per interpretare il ruolo Caden, finisce per sostituirsi a lui nel posto del regista, e Hoffman si riduce a eseguire gli ordini e pronunciare le battute impartitegli tramite l’auricolare. Così come quello di Malkovich, anche il corpo di Hoffmann diventa così un involucro vuoto, puramente rappresentativo, ma privato di ogni pulsione naturale. La morte – il più naturale degli atti – sopraggiunge come un comando esterno, l’ultima battuta di un copione da recitare.

Epilogo – Le anatre di Central Park

Un ragazzino tempo fa importunava la gente chiedendo continuamente cosa succedesse alle anatre di Central Park d’inverno, dove se ne andassero quando il lago cominciava a ghiacciare. Ora è un fatto risaputo.
Una notte di dicembre più gelida del normale, camion governativi dai vetri oscurati sfilano silenziosi per 5th Avenue e Central Park West. Agenti federali in completi neri scendono dai veicoli, perlustrano la zona con aria circospetta e si addentrano nel parco dopo l’ora di chiusura. Si dirigono al lago sud, verso un’insenatura nascosta dalle piante. Qui, a un segnale radiocomandato, tutte le anatre di Central Park si riuniscono e vengono prelevate per la riprogrammazione annuale. Veloci come sono arrivati, i sacchi di tela gonfi di modelli obsoleti, gli agenti spariscono nei loro furgoni e si perdono per le vie della metropoli, eliminati dal campo visivo, rimossi dalla memoria degli ignari passanti. Nei mesi a seguire i modelli di anatra vengono riparati, i componenti meccanici usurati sono sostituiti, aggiornati con le ultime innovazioni tecnologiche. Il piumaggio sintetico è levigato e riverniciato con cura, le piume difettose rimpiazzate. I becchi e le zampe in vetroresina sono cambiati con quelli più resistenti in lega di carbonio. I motori interni sono implementati per garantire una capacità natatoria prolungata, voli e starnazzi spettacolari. All’inizio della stagione turistica, i nuovi modelli sono reintrodotti nel parco, pronti per garantire nove mensilità di animalità simulata. Più efficienti, più performativi e verisimili dei precedenti.
Se vi capita di vederlo, Holden, ditegliela la verità. Non ne sono mai esistite anatre a Central Park.

1 Rem Koolhaas, Delirious New York. A Retroactive Manifesto for Manhattan, The Monacelli Press, New York, 1994, p. 23.

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