Miti e simboli di Casapound Italia: la parabola politica della destra non-conforme/2

di Severino Antonelli

italiani

Metapolitica e «idee senza parole»

Abbiamo visto due esempi di come il movimento politico intenda la propria proposta politica. A una prima impressione, le origini di CPI mostrano una forte divergenza rispetto a quelle che vengono definite dallo stesso movimento «sclerosi veterodestrorse» nate dal reflusso di Fiuggi. La sua originalità sembra nascere più in contrapposizione al potere pervasivo delle istituzioni, del mercato e dei media, che da una fedeltà cieca nei confronti delle idee della destra radicale. Ma quali sono, quindi, le riflessioni e i riferimenti ideologici alla base di questi progetti? Per arrivare a suggerire un’ipotesi può essere utile descrivere le strategie attraverso cui CPI coinvolge i suoi militanti nelle proprie attività e soprattutto come utilizza materiale culturale eterogeneo a suo favore.

I primi passi del movimento vengono mossi all’interno di un pub, dai membri e dai fan di un gruppo musicale. Unita alla critica dei suoi fondatori alla destra parlamentare del MSI prima e della Fiamma Tricolore poi nella forma di non-conformità culturale, la sua struttura ha preso fin da subito le connotazioni di una sottocultura giovanile1. In generale, molte energie vengono investite nella produzione culturale e nell’organizzazione sportiva, alternativa sia all’immaginario mainstream sia all’immaginario storico dell’estrema destra europea – un esempio su tutti è quello della croce celtica, accantonata del tutto in favore della testuggine cerchiata. Questa capacità, in un periodo storico in cui le forme di partecipazione politica difficilmente integrano i più giovani in posizioni di responsabilità, ha fatto sì che «l’impegno dentro CPI trascenda dall’essere semplicemente un impegno politico e facilmente diventi esistenziale, poiché interessa l’espressione della personalità individuale nei diversi ambiti della vita»2. Il carattere comunitario così inteso fa sì che la protezione dei propri membri sia di carattere vitale oltre ad avere un valore integrativo in sé. Da qui nasce un’elevata carica di senso attribuita al concetto di violenza, che arricchisce questa pratica di significati che rimandano a una molteplicità di ragioni di ordine politico, legale e financo morale, esaltando valori quali l’ eroicità dei singoli e il cameratismo collettivo3, seppure mantenendo una gerarchia interna in cui i leader del movimento non vengono messi in discussione. Una forma che potremmo definire “esoterica”, seguendo la definizione di Furio Jesi a proposito del pensiero evoliano, per la quale «non bisogna dire al neofita che il compito che gli si impone è di per sé inutile e ha solo una funzione didattica, serve unicamente a migliorare lui stesso, ad addestrarlo a conservarsi interiormente forte e puro “perfino nelle forme più parossistiche” della vita di questo periodo storico»4.
Questa stessa formula di comunità si è resa possibile, in più, anche sul piano economico, grazie a una rete di attività commerciali5 e di consumi, come spiega Gianluca Iannone in un’intervista:

[…] raccogliamo utili dalla libreria, dalla birreria, dalla sala prove. Ci manteniamo con il sistema del “commercio legionario” che funziona così: se hai una tipografia e sei un camerata allora tutti quelli che devono stampare vengono da te, lo stesso funziona per chi ha un impianto di amplificazione per i concerti […]6

In questo le forme di costruzione dell’individualità e di un senso di comunità identitaria sono infatti le caratteristiche che definiscono di più CPI come aggregazione politica contemporanea. Queste vengono messe in atto, poi, costruendo un immaginario lungo due direttive, che riguardano un’idea di uso della storia equivalente nei meccanismi a quella della “cultura di destra” del secolo passato. Da una parte viene portata avanti una retorica che si rifà al futurismo e al dannunzianesimo, diffusa attraverso slogan, tutti spinti a ribadire i concetti di giovinezza e di vigore sprezzante della morale borghese e dall’appiattimento della cultura televisiva7; dall’altra si elevano a punti di riferimento periodi storici tra loro essenzialmente discordanti, come si legge dal loro programma politico:

Un’Italia sociale e nazionale, secondo la visione risorgimentale, mazziniana, corridoniana, futurista, dannunziana, gentiliana, pavoliniana e mussoliniana […]. Consideriamo nemico nostro e della nazione […] tutto ciò che induce allo sfiguramento dei popoli, delle persone e delle culture, tutto ciò che è nemico della forma […]

In un mondo definito per la sua mancanza di valori, CPI riesce a integrare una matrice trasgressiva legata alle sottoculture giovanili e la trasmissione di valori «da difendere». Ma come si può mettere in un insieme coerente il richiamo a un’idea “mussoliniana” di Italia con l’opposizione a tutto «ciò che induce allo sfiguramento dei popoli», considerando le implicazioni del regime fascista nelle guerre coloniali e nella deportazione degli ebrei? Lo svuotamento di idee e di percorsi storici – e, di conseguenza, l’uso strumentale della storia – si sposa appieno con la natura del fascismo e del neofascismo, e va di pari passo con l’invenzione della parole d’ordine necessarie a giustificare le proprie idee. Questo, nel caso di CPI, ha un esempio iconico: i nomi di personaggi storici scritti nel corridoio all’entrata della sede di via Napoleone III8. Personaggi dal percorso estremamente delineato, con una storia spesso antitetica tra di loro e alle idee di CPI. Sono figure uscite da un’idea di storia piatta, priva di contesto tanto quanto capace di negare ogni memoria condivisa precedente; una miniera dello spirito da cui vengono estratti solo per i loro attributi di Valore e Coraggio. In questo frangente, l’idea storica di CPI sembra aver solamente riaggiornato le modalità attraverso cui un certo modo di intendere il passato da destra sembra essersi sempre riproposto, almeno nel secolo scorso, tanto che anche a distanza di anni la definizione che Jesi diede della “cultura di destra” sembra essere ancora appropriata:

La cultura entro la quale il passato è una sorta di pappa omogeneizzata che si può modellare e mantener in forma nel modo più utile. La cultura in cui prevale una religione della morte o anche una religione dei morti esemplari. La cultura in cui si dichiara che esistono valori non discutibili, indicati da parole con l’iniziale maiuscola, innanzitutto Tradizione e Cultura ma anche Giustizia, Libertà, Rivoluzione. Una cultura, insomma, fatta di autorità, di sicurezza mitologica circa le norme del sapere, dell’insegnare, del comandare e dell’obbedire9.

jesi

Neopaganesimo e etno-differenzialismo: le linee di pensiero di de Benoist

Nella descrizione del ruolo femminile in CPI ci si è imbattuti in una critica della modernità come «materialistico-consumista» e «fondamentalista-monoteista». In particolare la seconda definizione può lasciare perplessi, se si considera il tradizionalismo cattolico che altri partiti di destra italiani come Forza Nuova o Militia Christi propugnano. In realtà, proprio questa definizione all’apparenza vaga aiuta a ricondurre le idee di CPI nell’alveo di un’idea politica oramai consolidata, riconducibile alle idee di Alain de Benoist e della nouvelle droite francese.
Secondo l’allora settimanale anarchico “Umanità Nuova”, la definizione oramai canonica di “Nouvelle droite” fu coniata dal giornalista del “Le Monde” Thierry Pfister in un articolo del 22 giugno 1979. Con questo nome si faceva riferimento alle idee diffuse da un gruppo di ricerca, il GRECE (Groupement de Recherches e d’Etudes pour la Civilisation Européenne), fondato nel 1968 da Alain de Benoist, studioso proveniente da esperienze politiche nel FEN (Fédération des étudiants nationalistes) e l’MNP (Mouvement nationaliste du progrès). Una degli intenti che si proponeva il gruppo di studiosi era quello di liberare la cultura di destra «dal senso di colpa, che per cinquant’anni l’ha attestata su posizioni difensive», legate agli orrori della Seconda guerra mondiale10. Questo procedimento catartico doveva attuarsi, secondo de Benoist, attraverso un superamento dell’attivismo politico esasperato, «un’arma spuntata, inservibile per rovesciare la società liberale e l’Occidente», che «tradiva l’evidente difficoltà di una destra del tutto assente dal dibattito di idee». Il filosofo vedeva come operazione necessaria quella di « rileggere da destra quanto prodotto dalla cultura politica di sinistra», coniando il concetto di gramscismo di destra, dove Gramsci viene «politicamente neutralizzato, e ridotto alla sottolineatura del ruolo svolto dalla cultura e dalla società civile nella strategia di costruzione del consenso politico». È ciò in cui si esprime il concetto di metapolitica, ovvero un impegno slegato dalla militanza politica diretta, e che si esprime al meglio insieme all’altro presupposto, ovvero il superamento della «differenziazione assiale fra destra e sinistra, giacché esse sono nulla più che modi diversi di manifestazione dello spirito borghese e liberale». Già nelle premesse ideologiche, CPI, pur rimanendo un movimento di attivisti e non un gruppo di ricerca, risponde in pieno alla chiamata, riuscendo nell’intento di “épater les bourgeois” rappresentati dagli intellettuali di sinistra e dai media progressisti attraverso il richiamo ai riferimenti culturali già descritti e le conferenze organizzate nelle varie sedi su argomenti di solito estranei alla cultura di destra11.

Per passare invece ai contenuti di questa ristrutturazione del pensiero di destra, Alain de Benoist è stato tra i primi a introdurre concetti come il differenzialismo all’interno del patrimonio genetico dei partiti xenofobi europei. Due dei presupposti principali di questo risultato sono stati, da una parte, il riferimento a una destra europea di origine nordica, slegata dall’identità tra razza, nazione e cattolicesimo, e dall’altra la fertilità di una «estrema destra francese [… senza] ortodossie forti da rispettare», al contrario di «un’Italia [dove], invece, l’unicità della tradizione di destra […] ha costituito un ostacolo alla formazione di destre estranee alla tentazione nostalgica»12.
Al posto dell’ecumenicità del cattolicesimo, del livellamento economicistico del liberismo, o della visione teleologica del marxismo viene riproposta un’idea pagana di destra, legata a un’immanenza laica di tutte le identità e alla negazione del valore e della sacralità ontologica dell’essere umano, attribuiti esclusivamente al valore delle proprie azioni:

Si è di destra se non si ammette una ragione o un principio ordinatore esterno alla realtà; al contrario, l’universalista di sinistra, postulando con un’operazione intellettualistica e razionalistica un’essenza comune dietro le infinite esistenze, fonda su questa convinzione un ordine di natura. La destra è nominalistica; la sinistra è universalistica. La destra rifiuta la tendenza a dare della realtà una spiegazione unica. Di destra, per convenzione, è considerare le diversità del mondo, le diseguaglianze che ne sono un prodotto come un bene, e l’omogeneizzazione come un male13.

Un’idea di immanenza, in questo caso, implica una dinamica storica provocata a livello cronologico e geografico non da motivi ogni volta differenti – e quindi analizzabili –, ma da uno «scontro di valori divergenti nel caos del mondo»14. Questa idea astratta dei Valori coincide in pieno con quanto già descritto da Jesi, e comporta un’assolutizzazione delle differenze, legata a culture immutabili nei secoli, a idee senza parole15. La critica infatti viene portata in primo luogo verso una visione teleologica e escatologica del mondo – attribuita indifferentemente al Giudizio Universale e alla vittoria del proletariato –, così come verso cosmopolitismo, egualitarismo e il conseguente antirazzismo, che «non accetta l’Altro se non lo riconduce a Sé»16: il riconoscimento dell’Altro non deve avvenire quindi in nome dell’uguaglianza del genere umano, ma nel riconoscimento di vaghe e quindi incolmabili differenze. Questa idea, definita come differenzialismo, diverge, all’apparenza, dall’idea di destra razzista e xenofoba tradizionale, legata al concetto di sangue e di razza, anche se presuppone delle risposte politiche attribuibili in parte anche a quei partiti dichiaratamente legati al razzismo biologico, in particolare nelle risposte pratiche date all’acuirsi del fenomeno migratorio degli ultimi anni.

Nel caso di CPI, «l’immigrazione è percepita come una scelta obbligatoria subita dagli individui, una conseguenza dell’impoverimento dei Paesi che spesso è provocato dall’espropriazione delle risorse economiche attuate dalle multinazionali».17 Le proposte pratiche suggerite da CPI invitano infatti non solo a un blocco delle immigrazioni, ma a una collaborazione proficua con i paesi extracomunitari da cui provengono la maggior parte dei migranti per risolvere le loro mancanze economiche e sociali, così da eliminare il cosiddetto “problema” alla radice. Non vengono, quindi, portati avanti discorsi sulla superiorità o sull’inferiorità razziale, ma sulla necessità di impedire queste migrazioni per il bene delle popolazioni straniere così come per l’integrità dell’identità italiana. E come si è visto, tutte le battaglie sociali di CPI sono incentrare sul concetto di identità.
Per rendere in un’immagine questa idea essenzialista e allo stesso tempo culturalista di identità, potremmo riutilizzare la metafora politica del corpo: se nell’idea razzista di organicismo politico era la diversa gerarchia degli organi a giustificare le differenze immanenti alla società, siamo qui di fronte a una metafora che mette in scena diversi corpi che corrispondono alle diverse tradizioni culturali venute in contatto grazie ai processi di globalizzazione, e la cui differenza implicita è dovuta, si potrebbe dire, alle abitudini alimentari: se un’etnia si nutre metaforicamente di qualcosa di diverso rispetto a un’altra ha per questo diritto di esistere e di sopravvivere nella sua presupposta esistenza monadica, ovvero nell’indifferenza degli altri “regimi alimentari”.
Proprio per questa facile indifferenza di tutt’altro peso è il riconoscimento delle differenze interne, come quelle di rom, sinti e camminanti presenti sul territorio italiano. In questo caso, benché una buona parte di questi siano a tutti gli effetti cittadini italiani18, il riconoscimento delle differenze appare più difficoltoso, perché intaccata l’idea omogenea di italianità, anche se culturale e non biologica.

1 In merito a questo aspetto, vale l’analisi della tendenza “fascio-fashion“ di Andrea Lolli e la visione del profilo tumblr del negozio di vestiario “non-conforme” Badabing, rispettivamente http://www.prismomag.com/fascisti-fashion/ e http://sexorcismo.tumblr.com/.

2 D. Di Nunzio e E. Toscano, Dentro e fuori Casapound, op. cit., p. 75.

3 Ivi, p. 86. Corsivi nostri.

4 F. Jesi, Cultura di destra, nottetempo, Roma 2011, p. 87.

5 “[…] una rete [al 2011] su tutto il territorio nazionale di quindici librerie, venti pub, otto associazioni sportive, una web radio – Radio Bandiera Nera – […] e diverse pubblicazioni. Tra queste, il mensile «Occidentale» distribuito in un migliaio di copie tramite abbonamento e il foglio trimestrale «Fare Quadrato»”, da D. Di Nunzio e E. Toscano, Dentro e fuori Casapound, op. cit., p. 27.

6 A. Cosmelli e M. Mathieu, OltreNero Nuovi.Fascisti.Italiani, contrasto 2009, p. 42.

7 Emblematiche le scritte sulle magliette distribuite ai concerti degli ZetaZeroAlpha, come “Nel dubbio mena”, “Rose rosse dalle camicie nere”, “La mia banda è differente”, “Democrazia grande pollaio”, “Figli di un disperato amore” o “Picchia il vip”.

8 Tra questi: Dante, Kerouack, Celine, Nietzsche, Che Guevara, Giulio Cesare, Platone, Fante, Capitan Harlock, Mussolini, Saint–Exupéry.

9 F. Jesi, Cultura di destra, op. cit., p. 187.

10 F. Germinaro, La destra degli dei: Alain de Benoist e la cultura politica della Nouvelle droite, Bollati Boringhieri, Torino 2002, p. 11.

11 Un esempio su tutti è quello della deputata del PD Anna Paola Concia, esponente della comunita lgbt italiana, che presenziò a una conferenza sui diritti civili nel marzo 2009 organizzata nella sede di via Napoleone III.

12 F Germinaro, La destra degli dei,op. cit., p. 22.

13 Ivi, p. 36.

14 Ivi, p. 30.

15 “[…] da una frase di Oswald Sengler: ‘L’unica cosa che permette la saldezza dell’avvenire è quel retaggio dei nostri padri che abbiamo nel sangue: idee senza parole’. La macchina mitologica corrispondente all’ideologia di destra appare allora come una macchina linguistica che funziona stendendo un fitta trama di luoghi comuni, stereotipi, frasi fatte, formule che paiono chiare ma che non richiedono di essere capite, che anzi sembrano chiare proprio perché non devono essere capite: riducendo le parole a puro tramite di ciò che sarebbe in noi prima di tutte le parole.” (prefazioneno di A. Cavalletti, in F. Jesi, Cultura di destra, op. cit., p. 9).

16 ivi, p. 40.

17 D. Di Nunzio e E. Toscano, Dentro e fuori Casapound, op. cit., p. 52.

18 Secondo i dati diffusi dal Parlamento, i cittadini italiana di origine rom, sinti o camminate è vicina alle settantamila unità, pari a quasi la metà del totale: <http://www.parlamento.it/documenti/repository/affariinternazionali/osservatorio/approfondimenti/Approfondimento_21_ISPI_RomSinti.pdf&gt;

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