Miti e simboli di Casapound Italia: la parabola politica della destra non-conforme/1

di Severino Antonelli

Bisogna cambiare il linguaggio,
dalla croce celtica siamo arrivati alla tartaruga,
ma c’è l’urgenza di svecchiare il neofascismo
e il linguaggio è manifesto, è azione, è tutto.
Marinetti ce l’ha insegnato.
(Un militante di CasaPound Italia)

A. Cosmelli e M. Mathieu, OltreNero. Nuovi Fascisti Italiani, contrasto, 2009, p. 129.

Premessa

Il 28 febbraio di quest’anno, per la prima volta dopo molti anni, un partito dichiaratamente fascista come Casapound Italia manifesta a Piazza del Popolo a Roma accanto alle bandiere verdi della Lega Nord di Salvini. È di appena qualche giorno fa l’intervista a Lettera43 in cui Simone Di Stefano, vicepresidente del movimento, si dichiarava disposto a presentarsi alle prossime elezioni in una lista unica con Salvini. Nonostante fatti come quelli accaduti il 17 luglio a Casale San Nicola, in cui alcuni militanti del movimento si opposero fisicamente all’arrivo in un quartiere residenziale romano di diciannove profughi, in un articolo del Giornale del 22 luglio Michele Carneletto poteva facilmente dichiarare che Casapound non è il male assoluto perché «rappresenta proprio il tentativo di andare oltre la tradizione razzista del neofascismo italiana».
Spesso il discorso e l’analisi giornalistica di movimenti neofascisti è stata limitata alla superficialità di frasi come questa – basata sulla contrapposizione a un concetto vago quanto svuotabile di ogni significato reale come “male assoluto”–, o alla demonizzazione isterica: due modi simili, a mio avviso, di voltarsi dall’altra parte di fronte a un fenomeno in crescita da anni, vuoi per accondiscendenza, vuoi per incapacità di comprendere molte delle nuove forme che il fascismo ha preso negli ultimi anni.
Provare a tracciare le linee fondamentali della la nascita e dello sviluppo di un movimento politico ancora in piena evoluzione è, ancor più in poche pagine, un’impresa complicata se non impossibile. Allo stesso tempo rubricare sotto la categoria di “fascista” un fenomeno complesso come quello di CasaPound Italia senza definire minimamente cosa si intenda oggi con questa definizione svilisce la capacità critica di coloro che cercano, giustamente, di contrastarlo. Si tenterà quindi di descrivere la storia di CasaPound Italia per ipotizzare una sua collocazione all’interno di quei partiti politici avversi alle politiche europee degli ultimi anni, generalmente definiti come “populisti”, la cui espansione in Europa sta avvenendo secondo metodi e tempi diversi a seconda delle particolarità di ogni contesto nazionale.

In questo primo articolo parlerò della storia del movimento e delle sue principali battaglie sociali, ovvero il mutuo sociale e la campagna “Tempo di Essere Madri”.
Nel secondo – il più corposo – cercherò di mettere in correlazione le idee e le forme di aggregazione politica di CasaPound Italia con le teorie politiche di Alain de Benoist, fondatore nel 1968 del GRECE (“Groupement de recherche et d’études pour la civilisation européenne”) e teorico della Nouvelle droite francese, in particolare sulle idee di differenzialismo culturale, di Tradizione e sul tentativo di superamento delle categorie di sinistra e destra: quello che Furio Jesi avrebbe definito «una sorta di pappa omogeneizzata che si può modellare e mantener in forma nel modo più utile».
Il terzo, infine, sarà strutturato intorno a come si sia reso possibile l’appoggio dei “fascisti del terzo millennio” alle proposte della Lega Nord di Matteo Salvini attraverso il partito Sovranità, in particolare sulle politiche migratorie e monetarie, salvo avere un’idea di stato molto diversa.
Buona lettura, e smrt fašizmu!

Breve storia del movimento: dagli ZetaZeroAlfa alla nascita di Sovranità

Il 26 dicembre 2003, con l’occupazione di uno stabile della Regione Lazio in via Napoleone III, nel rione romano dell’Esquilino, nasce ufficialmente CasaPound1. Il primo nucleo di militanti si forma intorno alla scena musicale del pub Cutty Sark, nel quartiere San Giovanni. Qui nel 1997 vengono fondati gli ZetaZeroAlfa, band oi! autodefinitasi “non-conforme”, il cui cantante e autore dei testi è Gianluca Iannone, leader riconosciuto del movimento. Quasi la totalità dei militanti più anziani proviene dall’area della destra sociale, nata in seno al conflitto tra MSI e la compagine giovanile del partito che tra anni ’70 e ’80 aveva portato a nuove forme di aggregazione politica come i Campi Hobbit, il Fronte della Gioventù, Movimento Politico, fino alle manifestazioni più lontane dalla destra partitica, come il FUAN, Terza Posizione e i NAR. Il fenomeno delle cosiddette Occupazioni Non Conformi (ONC) da parte di militanti di destra non è un fenomeno nuovo nella capitale2, ma per la prima volta l’intento è affidare questi spazi a famiglie con problemi abitativi, da cui l’acronimo OSA (Occupazione a Scopo Abitativo). Proprio il problema abitativo della capitale diventa la prima campagna del movimento, attraverso la proposta del “Mutuo Sociale”, seguita da quella sul diritto alla maternità, “Tempo di essere madri”.

Nel 2006 Iannone si presenta alle elezioni politiche come indipendente all’interno de “La Fiamma”, partito fondato nel 1995 da Pino Rauti dopo lo scioglimento del MSI, per esserne poi espulso nel 2008 dopo aver chiesto insieme al gruppo vicino a CPI un congresso del partito. Nel frattempo l’attività politica si estende su altri fronti: nel 2006 nasce Blocco Studentesco, costola del movimento presente nelle scuole medie superiori e nelle università. Proprio in seguito agli scontri tra studenti avvenuti nell’ottobre del 2008 a Piazza Navona durante una manifestazione contro la riforma scolastica del Ministro dell’istruzione Maria Stella Gelmini, e alla seguente azione dimostrativa nei confronti della trasmissione televisiva Chi l’ha visto?, CPI ottiene per la prima volta una visibilità nazionale. Non è la prima volta che il movimento tenta campagne mediatiche di forte impatto, definite dagli stessi militanti “squadrismo mediatico”, come l’impiccagione a inizio 2006 di quattrocento manichini per le strade di Roma, al fine di rivendicare l’emergenza degli sfratti, o anche, con le stesse motivazioni, l’assalto alla tensostruttura del reality show Grande Fratello a Ponte Milvio nel gennaio 2008.

Negli anni il movimento si espande su tutto il territorio italiano, creando una rete di sedi in tutte le regioni, oltre a quindici librerie, venti pub, otto associazioni sportive, una radio – Radio Bandiera Nera – con venticinque redazioni sul territorio nazionale e dieci all’estero e due pubblicazioni, il trimestrale “Fare Quadrato” e il mensile “Occidentale”. Nel 2013 si presentano alle elezioni comunali di Roma contro l’allora sindaco uscente Gianni Alemanno, ex segretario nazionale del Fronte della Gioventù, che aveva tentato di acquisire lo stabile in via Napoleone III per regolarizzare la situazione delle famiglie residenti. Nel 2014 avviene una svolta politica importante: guidata da Simone Di Stefano, uno dei fondatori di CPI, viene fondata Sovranità, partito nato per appoggiare le proposte politiche di Matteo Salvini in seguito alla sua elezione a segretario federale della Lega Nord. La nuova sigla si sviluppa in seguito a un avvicinamento al movimento romano del deputato europeo leghista Mario Borghezio3. Il movimento pone in particolare l’attenzione sul blocco dell’immigrazione clandestina, il recupero della sovranità monetaria nazionale e l’accentuazione delle politiche sociali a favore dei cittadini di nazionalità italiana.

Mutuo sociale e “Tempo di essere madri”: prime lotte identitarie

La più importante delle iniziative portate avanti negli anni da CPI è il mutuo sociale. La proposta prevede la creazione di un Istituto Regionale per il Mutuo Sociale a cui affidare la costruzione di nuovi quartieri su terreni pubblici, sostenibili sia dal punto di vista economico che ambientale, da rivendere poi a prezzo di costo attraverso un mutuo equivalente al massimo di un quinto dello stipendio familiare, senza interessi né intercessioni bancarie, con l’interruzione temporanea del pagamento in caso di disoccupazione. L’assegnazione delle case sottintende un discrimine in base alla cittadinanza e al censo, per cui la graduatoria deve mettere in testa famiglie italiane indigenti. L’intento è far sì che ogni famiglia diventi con gli anni proprietaria dell’abitazione.
Il progetto si ispira al Manifesto di Verona, atto fondativo della Repubblica Sociale Italiana del 14 novembre 1943, e in particolare al punto 15, incentrato sul diritto alla casa:

Art. 15 – Quello della casa non è soltanto un diritto di proprietà, è un diritto alla proprietà. Il Partito iscrive nel suo programma la creazione di un Ente nazionale per la casa del popolo, il quale, assorbendo l’istituto esistente e ampliandone al massimo l’azione, provveda a fornire in proprietà la casa alle famiglie dei lavoratori di ogni categoria, mediante diretta costruzione di nuove abitazioni o graduale riscatto delle esistenti. In proposito è da affermare il principio generale che l’affitto, una volta rimborsato il capitale e pagatone il giusto frutto, costituisce titolo di acquisto. Come primo compito, l’Ente risolverà i problemi derivanti dalle distruzioni di guerra, come requisizione e distribuzione di locali inutilizzati e con costruzioni provvisorie.

Al giorno d’oggi il diritto alla proprietà viene investito di un significato diverso, ovvero quello di essere la prima forma di garanzia contro un mercato e una cultura globalizzate, viste come un continuo «[…] produttore di insicurezza generalizzata che getta gli uomini nell’instabilità perpetua e nell’ansia permanente»4. Mercato e cultura: in questa ottica il diritto alla proprietà della casa riguarda infatti anche aspetti estranei all’ambiente domestico. La scelta di voler attribuire non un usufrutto ma una proprietà rientra nel disegno di creare responsabilità nei confronti dell’ambiente sociale circostante, con un’elevazione sociale della famiglia, per cui invece, allo stato dei fatti, «prendere una casa popolare a canone sociale è [ancora] l’ultimo gradino della scala sociale»5. L’idea di fondo è quella per la quale la casa non può essere definita solo come un bene di cui si è proprietari o meno, ma le si attribuisce un valore fondamentale e spirituale, in contrapposizione all’affitto, considerato una forma di usura.

Proprio sul nucleo familiare in senso stretto è incentrata la seconda proposta fondamentale di CPI. La campagna “Tempo di essere madri” propone infatti la riduzione dell’orario lavorativo da otto a sei ore alle donne con figli da 0 e 6 anni, mantenendo lo stesso stipendio garantito per l’85% dall’azienda e per 15% dallo Stato. Il beneficio può essere esteso anche al padre ma non a entrambi i genitori, e non può essere applicato ad aziende con meno di quindici dipendenti.
Se nel riconoscere una sostanziale parità di genere all’interno del nucleo familiare CPI sembra accostarsi a idee distanti dalla propria area politica, non bisogna fraintendere le sue ben diverse motivazioni, delineate nella FAQ del sito alla domanda “Ci sono donne in CPI? Se sì che ruolo hanno nell’organizzazione”:

L’umiliazione della donna è tipica del mondo contemporaneo, nei suoi due aspetti materialistico-consumista e fondamentalista-monoteista. Ciò che noi perseguiamo è invece l’organica complementarietà di uomo e donna, per una reale politica della differenza.

Senza indagare troppo su questo aspetto, possiamo però notare come CPI consideri l’ambiente familiare il luogo fondamentale di formazione dell’individuo e cerchi, sempre con un intervento statale di stampo corporativista, di mantenere la “naturale” crescita del bambino intervenendo su ciò che la può ostacolare, ovvero gli impegni lavorativi dei genitori. Questo intervento non distingue nella sua applicazione tra le figure del padre e della madre, ma opera nell’ottica – a suo modo, realistica – di considerare i due ruoli per la loro complementarietà piuttosto che per la loro uguaglianza di diritti. Se il diritto alla proprietà era investito di un valore spirituale ma rimaneva un diritto da conquistare, in questo caso l’idea di sacralità della famiglia intesa come ambiente protettivo ed educativo dei figli diventa un valore assoluto da preservare, anche in questo caso dagli smottamenti dovuti a un mercato del lavoro instabile e precarizzato.

Da queste due proposte si può intendere in grandi linee come l’idea di Stato di CPI non si distanzi da quella descritta nel succitato Manifesto di Verona, se non, come vedremo, per le idee razziali intese come differenza biologica tra individui a scopo discriminatorio. Le proposte cercano di integrare un’idea corporativistica dello Stato, inteso come corpo uniforme, con le emergenze sociali provocate da nuove forme lavorative. Tendono a concentrarsi sulle esigenze individuali e familiari, con il discrimine delle differenze di nazionalità e genere – quest’ultima scavalcata in nome di esigenze reali, e se vogliamo, di immagine, altrimenti tacciabile di sessismo.

1 L’anno precedente alcuni di quei militanti avevano rivendicato la loro prima azione con l’occupazione di quella che diventerà Casa Montag, sulla via Tiberina. Con la creazione di nuove sedi fuori dai confini di Roma, viene in seguito ribattezzata CasaPound Italia. Per motivi di sintesi nel testo verrà utilizzato indifferentemente l’acronimo CPI.

2 I primi esempi, abbastanza effimeri per durata, si hanno nel 1991 con Il Bartolo, nel quartiere Monteverde, e con il PortAperta nel 1998, al Colle Oppio.

3 L’eurodeputato aveva militato in gioventù nel movimento di estrema destra Jeune Europe fondato dal belga Jean Thiriart.

4 P-A. Taguieff, L’illusione populista, Bruno Mondadori 2002, p. 5.

5 D. Di Nunzio e E. Toscano, Dentro e fuori Casapound. Capire il fascismo del Terzo Millennio, Armando ed. 2001, p. 55.

3 commenti Aggiungi il tuo

  1. dachs88 ha detto:

    Il FUAN eran il movimento universitario del Fronte della Gioventù. Direi un’esperienza MOLTO politica. Altro discorso se il redattore intende l’esperienza del FUAN-Caravella.
    Colle Oppio è dal 1948 circa una sede del Movimento Sociale Italiano, poi di AN, poi del PdL e poi di Fratelli d’Italia; PortAperta è una fase generazionale della comunità di Colle Oppio, già in era Azione Giovani (quindi NON destra radicale).
    Nel 2006 il partito era LA DESTRA, in cui confluiva la Fiamma Tricolore.
    Le elezioni comunali di Roma Capitale risalgono al 2013. Cazzarola qui siamo scarsini forte.

  2. Severino Antonelli ha detto:

    Ciao dachs88,

    intanto ti ringrazio per le precisazioni che hai giustamente sottolineato. Ovviamente le elezioni comunali a Roma sono nel 2013: spero di aver fatto solo un errore di battitura, modificherò appena possibile la data.
    Sul fatto di PortAperta: la mia idea era di mettere in luce i primi esempi di occupazione da parte di giovani orbitanti nell’area della destra sociale, partitica o meno; non ho ritenuto necessario sottolineare il non–esser–destra–radicale di Azione Giovani perché ho fatto riferimento in generale a “militanti di destra”.
    Riguardo alle elezioni del 2006, ho fatto invece riferimento a questa pagina:

    https://books.google.it/books?id=iX6KAVV4MFEC&pg=PA27&lpg=PA27&dq=casapound+elezioni+2006&source=bl&ots=y6ZUTdNByl&sig=HFbEqmN23ZgGDsBVm5c5NlrgEZw&hl=it&sa=X&ved=0CDYQ6AEwBGoVChMIhq7J8a6SyAIVRQoaCh1R8gU4#v=onepage&q=casapound%20elezioni%202006&f=false

    Quanto alla candidatura dentro La Destra, se con questo nome intendi il partito fondato da Storace, almeno dal loro sito sembra che sia stato fondato l’anno dopo, nel 2007:
    http://www.ladestra.com/index.php?option=com_content&view=article&id=34&Itemid=147

    Sul FUAN: nell’articolo parlo di esperienze “lontane dalla destra partitica”, il che non presuppone che siano esperienze politiche, anzi.
    Ti ringrazio ancora per le precisazioni, e come sempre smrt fašizmu!

    Severino

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