Solo andata

14. La capitale culturale dell’universo (parte 1)

di Umberto Mazzei

Immagine 1

[Solo andata nasce dall’idea di dare voce all’esperienza di una generazione, quella dei giovani italiani in fuga. Non è un fenomeno nuovo: l’Italia è terra di migranti da sempre. Eppure, oggi, si può usare con la stessa leggerezza questa parola? Si può parlare di una nuova forma di migrazione? Ci chiediamo chi siano questi nuovi migranti, qual è la loro classe sociale, da dove vengono, dove vanno. Crediamo che problematizzare questo fenomeno, dandogli voce e spazio, possa essere un buon modo per capire il nostro presente, dove stiamo andando. Lanciamo questa rubrica anche con il desiderio di raccogliere più voci e testimonianze possibili, perché possa divenire un luogo di confronto e scambio, una narrazione collettiva.]

Prologo – La prima notte a Roma

La prima notte a Roma sono quasi morto. S. si è offerto di ospitarmi per qualche giorno a casa sua. Verso le due del mattino ci dirigiamo lentamente verso casa, passeggiando per Via dei Fori Imperiali semi-deserta. Le rovine antiche, illuminate dalle luci arancioni dei lampioni, hanno un aspetto estraneo e spettrale, frammenti di figure architettoniche che trasmettono una solenne incomunicabilità. I fori e la reggia sembrano ferite non rimarginate nel tessuto organico della città. S. mi parla del suo ultimo lavoro come sceneggiatore, per una fiction televisiva Mediaset, da cui se n’è uscito senza più senso della realtà e con la parcella dell’analista da saldare. Poi parla di Roma, paralizzata nella sua divina letargia, in uno stato di stasi perenne che, se vuole, sa renderti la vita impossibile. Di fianco al Colosseo, passiamo davanti al cantiere della Metro C, in costruzione da anni, il simbolo di una città che non sa convivere col suo passato, che non è mai stata pronta a diventare una metropoli moderna.
Aspettiamo il notturno alla fermata in Via di San Gregorio, l’arteria che scorre appena dietro all’anfiteatro Flavio, senza sapere quanto dobbiamo aspettare, quando sia passato l’ultimo autobus, se mai ne passerà un altro stanotte. “E poi a Roma – mi fa a un certo punto, tornando a parlare del suo lavoro – non ce la puoi ambientare una storia. Se vuoi davvero raccontare questa realtà qui, come fai? Non puoi. O fai un film come ha fatto Sorrentino, oppure non riesci. Dimmi un po’, che hai visto stasera? Quelli che cantavano “tanti auguri a te” seduti sui capitelli, due turisti che scattavano foto, la gente che beve sul Lungotevere, la rucola che cresce sulle rovine… A Roma non succede un cazzo”.
Poi, in una frazione di secondo, l’impatto. Il frastuono del veicolo che si schianta contro l’albero a due passi da noi, i vetri che schizzano in giro impazziti, l’insegna del taxi divelta dall’urto che rotola ai nostri piedi, il volto dell’autista stordito dall’airbag, il corpo del passeggero che assimila il contraccolpo, la nuvola di fumo bianco che fuoriesce dal cofano, un capannello di persone si coagula piano piano intorno al rottame. Qualcuno chiama un’ambulanza.
Sullo sfondo, stagliati contro un cielo nero, l’anfiteatro Flavio e l’arco di Costantino sfoggiano impassibili la loro inquietante bellezza. Stacco sul volto pietrificato mio e di S., che da lì in poi ce la facciamo a piedi, camminando in silenzio per le strade di Roma1.

Per qualche stupido motivo, da quando so di dovermi trasferire a New York penso continuamente a quella citazione famosa di John Lennon: “If I’d lived in Roman times, I’d have lived in Rome. Where else? Today America is the Roman Empire and New York is Rome itself”. È una sorta di strano riflesso pavloviano quello che mi spinge a passare qualche giorno nella capitale – vista solo di sfuggita da bambino – prima di lasciare il paese per un numero di anni indefinito. Osservare da vicino l’antico, prima di spostarsi nel nuovo centro dell’impero.
Mentre penso questo, mi chiedo se davvero le parole di Lennon abbiano ancora senso per noi. O piuttosto se insistere a considerare New York il centro di qualcosa non sia, al giorno d’oggi, un gesto del tutto anacronistico. Se cioè la nozione stessa di centro, in questa nostra epoca liquida, postcoloniale, multiculturale, sia ancora semanticamente spendibile.
Non ho il tempo di rifletterci a lungo. Il primo giorno, durante l’orientamento per i nuovi studenti, il decano della Graduate School conclude il suo messaggio di benvenuto pressapoco così: “E ricordatevi che non solo fate parte di una delle più prestigiose università al mondo, ma avete anche il privilegio di vivere nella capitale culturale dell’universo”. Illustrando efficacemente il concetto di iperbole.

L’immagine dell’immagine della città

Il percorso in sé non è troppo complicato, puoi partire per esempio dal ponte, quello delle gomme da masticare. Da lì, tenendoti sulla sinistra e costeggiando il fiume, arrivi al porto da cui parte il traghetto su cui Charlotte ha annunciato le sue nozze a Miranda, Samantha e Carrie. Se invece risali verso nord, ti trovi nel bel mezzo del quartiere di Trading Places, attraversando il piccolo parco di #Occupy e il memoriale delle torri abbattute – quelle son sicuro te le ricordi. Se risali ancora finisci proprio sotto l’arco bianco in cui si salutano Harry e Sally al termine del loro viaggio da Chicago e poi, appena più in su, passi di fianco al palazzo dove lavora Peter Parker. Da lì puoi prendere la via in cui ha sede la Sterling Cooper – se ti fermi a ordinare un drink puoi stare quasi certo di trovarci Don. Tirando sempre dritto arrivi alla stazione ferroviaria della sparatoria finale di Carlito’s Way e se sei stanco puoi pernottare allo stesso hotel di Kevin McCallister. A quel punto sei praticamente arrivato al parco dove Richard Geere passeggia con la sua fidanzata malata terminale a cui piace recitare poesie. Se cerchi bene, lì intorno dovresti trovare anche il Central Perk, il caffè dove si trovano sempre Ross, Rachel e tutti quanti. Riprendendo la via dei musical, e proseguendo verso nord, a un certo punto ti ritrovi il bar di Seinfeld sulla tua destra. Quando lo vedi non puoi sbagliare, ancora altri quattro isolati e sei arrivato. Il cancello nero indica l’ingresso al campus. Quella è l’università dove studia Meadow, la figlia di Tony Soprano.

In un qualunque luogo del pianeta, il viaggiatore appena arrivato può di solito abbandonarsi al piacere della scoperta. La sorpresa dell’inaspettato, lo stupore di trovarsi di fronte a qualcosa di innegabilmente altro, solo dopo lunghi sforzi e con una discreta approssimazione riconducibile a modelli mentali conosciuti, sono le sensazioni comuni della prima visita in una città straniera.
Il viaggiatore al suo primo incontro con New York, paradossalmente, si trova invece a sperimentare quello che per contrasto si potrebbe definire il “piacere del riconoscimento”. Camminando per le Streets e le Avenues di Manhattan, l’osservatore vive una sorta di costante déjà vu, la percezione di aver posato lo sguardo già innumerevoli volte sulle forme e le figure intorno a lui, introiettate in anni di esposizione, diretta o passiva, a raffigurazioni del paesaggio urbano newyorchese. I luoghi di Manhattan sono pezzi di immaginario collettivo, concrezioni cementizie di modelli silenziosamente assimilati nel tempo, depositati nel nostro inconscio da un flusso mediatico incessante di rappresentazioni televisive, cinematografiche, fotografiche. Dal sovrapporsi nel corso dei decenni di una messe sterminata di libri, notizie, fumetti, canzoni, opere e prodotti commerciali su o ambientati a New York. Quale altro luogo al mondo può competere con la continua produzione di narrazioni su New York? Quale altra città può vantare una simile quantità di copie?
Il momento della visione di New York non è solo preparato, anticipato da questo coacervo di immagini, ma piuttosto costruito, fabbricato fin nei più minuti particolari. È una sensazione straniante proprio in quanto estremamente familiare: l’impressione di sentirsi a casa in un ambiente alieno. Un effetto pervasivo, che non riguarda solo monumenti o edifici conosciuti, ma si estende all’intero tessuto urbano e ai suoi dettagli – i taxi gialli, le scale antincendio in ferro battuto, le cisterne dell’acqua sui tetti dei palazzi, gli idranti grigi lungo i marciapiedi, l’ampiezza dei marciapiedi stessi, il fumo bianco che esce dai tombini, i semafori e i segnali dello stop, etc.
Quella qualità così necessaria alle metropoli contemporanee che Kevin Lynch definiva immaginabilità, a New York è assicurata non solo dalla facilità di orientarsi nella griglia regolare di Manhattan, costellata di landmark e di percorsi facilmente identificabili, ma anche dall’inflazione di significati e associazioni mentali affastellati su ogni centimetro quadro di asfalto2. Dall’aver praticato quei luoghi centinaia di volte nell’immaginazione, dall’averli consumati nella finzione ancor prima di poggiarvi piede.
Solo a New York questo progetto di riproduzione è stato perseguito con tenacia e portato alle sue estreme conseguenze. Le discrepanze la tra realtà e la mappatura mentale della città finzionale finiscono per essere addebitate a una deficienza della realtà stessa, alla sua incapacità di configurarsi esattamente come predispone la sua vivida immagine mediatica. Solo a New York la copia si è sovrapposta con tanta efficacia al suo referente e la realtà finisce per essere testata sul suo simulacro – accordando al secondo la precedenza sulla prima.
Baudrillard, mi dicono, aveva casa da queste parti.

Il cinema di Kaufman

A casa, a parenti e amici che mi domandano “E allora dimmi, com’è vivere a New York?”. Rispondo: è come essere John Malkovich. E intendo proprio Essere John Malkovich, il film del 1999 diretto da Spike Jonze e scritto da Charlie Kaufman. In particolare penso alla scena in cui Malkovich, dopo aver pedinato Maxine (Catherine Keener), viene a conoscenza del portale nascosto che permette di accedere al suo subconscio. Scivolando nel tunnel che conduce all’interno della sua testa, Malkovich si ritrova seduto a un tavolo di un ristorante di lusso affollato di clienti. Di fronte a lui una donna attraente. La telecamera indugia sulle sue forme generose prima di risalire a inquadrarle il volto – lo stesso di Malkovich – mentre si sfiora il seno destro con la mano e sussurra con voce suadente: “Malkovich, Malkovich Malkovich”. Il cameriere che sopraggiunge a prendere le ordinazioni ha anche lui il volto di Malkovich, il menù del ristorante contiene solo iterazioni della voce “Malkovich”. Il vero Malkovich viene preso dal panico – “Malkovich!”, urla spaventato – e corre attraverso il ristorante sbattendo addosso ai suoi cloni, maschi e femmine, che non sanno ripetere altro se non “Malkovich”.

Il gioco di specchi ideato da Kaufman sembra da una parte prestarsi a rappresentare il momento autoriflessivo del pensiero, la coscienza del protagonista che cerca di prendere atto di se stessa rimane impigliata in una spirale solipsistica in cui la propria effigie si riverbera all’infinito. Dall’altra parte la situazione rappresentata e la reazione del protagonista alludono al significato psicologico della scena: sotto la soglia di consapevolezza non si situa altro che un nucleo di narcisismo e individualismo, rappresentati dalla moltiplicazione del viso di Malkovich e dall’esercizio estenuante di egolalia. C’è, tuttavia, anche qualcos’altro che mi pare riguardare più specificamente il rapporto tra il tema del film – la disperata ricerca di identità – e la sua ambientazione newyorchese.
Il travestimento con cui Malkovich raggiunge gli uffici della LesterCorp consiste unicamente in un paio di occhiali da sole e un cappellino che reca sulla fronte la scritta “I ♥ New York” – lo slogan che ha trasformato un toponimo in un vero e proprio brand, riconoscibile e imitato da tutte le altre città del mondo. Per la precisione, sul cappello di Malkovich al posto del cuore si trova una mela, in una soluzione che eleva al quadrato il nome della città, reiterandolo prima nel simbolo della “Big Apple”, quindi nell’acronimo che ne funziona da trademark. Potrebbe essere un caso, eppure la presenza di questo gadget per turisti in una delle scene cruciali del film pare un commento velato alla funzione di New York nell’economia narrativa del film. Ancor di più, alla sua centralità nell’intera filmografia di Kaufman.
Il portale che conduce nella testa di John Malkovich, consentendo a chiunque di provare l’ebbrezza di sentirsi finalmente qualcuno, di avere un’identità definita – seppure in forma parassitica, di seconda mano – è situato nel fittizio Mertin-Flemmer Building, al numero 610 sulla 11th Avenue, e pertanto a Midtown, nel cuore geografico di Manhattan. Craig (John Cusak) ne scopre casualmente l’ingresso in un interstizio nascosto dietro gli archivi nel suo ufficio alla LesterCorp, a sua volta collocato in un piano del palazzo, il 7 ½, che è già di per sé interstiziale, non segnalato negli ascensori e incuneato tra altri due piani, con i soffitti talmente bassi che occorre muoversi piegando la testa. L’uscita del tunnel, il luogo dove si viene improvvisamente espulsi dopo aver trascorso un quarto d’ora nella testa dell’attore, è invece in un fosso a lato del New Jersey Turnpike, dunque appena fuori dai confini di New York. Le uniche immagini iconiche di Manhattan mostrate nel corso del film, con la skyline stagliata contro il cielo notturno, sono nei momenti in cui un personaggio è rigettato dalla coscienza di Malkovich, esiliato dalla città stessa. Questa dualità geografica, questa dicotomia di cui una metà è sempre rappresentata da Manhattan, pare essere un tratto costante dei film di Kaufman. In Adaptation (2002) la bipartizione si ripropone tra l’appartamento newyorchese di Susan Orlean (Meryl Streep) e l’ambientazione in Florida della seconda parte del film. È con Synecdoche, New York (2008) tuttavia che questo processo diventa esplicito. L’alternanza si svolge in questo caso soprattutto tra Berlino e il magazzino in cui Caden Cotard (Philip Seymour Hoffman) vuole allestire la sua mastodontica opera teatrale che mira a inscenare la vita stessa. Il magazzino, collocato nel Theatre District, e dunque nuovamente a Midtown Manhattan, contiene una replica della città, che, in un gioco di scatole cinesi, include a sua volta una seconda, e poi una terza città-magazzino. Estendendo il procedimento all’esterno dei five boroughs, si intende allora come per Kaufman New York sia una figura retorica – una sineddoche appunto – che serve a sostituire l’intero mondo occidentale e la forma di vita che esso ha prodotto.
Tornando a Being John Malkovich, c’è inoltre un rapporto evidente, anche se mai verbalizzato, tra questa scelta topografica – la coincidenza tra i confini della coscienza di Malkovich e quelli territoriali di New York – e i temi affrontati dal film. Manhattan è il luogo che permette di “entrare nella pelle di qualcun altro”, di ambire ai propri (warholiani) 15 minuti di celebrità, sebbene in forma vicaria, sebbene tramite gli occhi di un attore semi-noto che la gente per strada fatica a riconoscere. “Ever wanted to be someone else?” è il titolo dell’ammiccante annuncio che Maxine e Craig fanno pubblicare sul giornale per attrarre clienti nella loro nuova impresa. E la gente fa la fila alla “J. M. Inc.” per poter essere qualcun altro, per gustare il riscatto estemporaneo da una vita insoddisfacente.
Tutto questo, in un certo senso, è realmente Manhattan. La coazione a godere, la promessa di accedere a un’identità rinnovata, di poter trovare ad ogni attimo un senso nascosto o un’emozione talmente intensa e radicale da affrancare un’esistenza di banalità, è ancora oggi la leva che fa di New York un polo attrattivo. E Manhattan è anche il posto dove ogni desiderio, ogni più profonda aspirazione personale, ogni astratta elucubrazione metafisica, può essere immediatamente monetizzata – come intuisce Maxine con vero spirito imprenditoriale, senza peraltro mostrare mai interesse a entrare nel portale, ma mettendone subito a frutto le potenzialità economiche.
Per questo New York ti parla continuamente di te. Il “Manhattanismo” descritto da Koolhaas non è altro che il concentrato architettonico di quello che siamo diventati, un condensato dell’ideologia Occidentale contemporanea. La vera domanda allora non sarà: “ti piace New York?” o “ti trovi bene a New York?”, ma piuttosto: “stai bene? sei a posto con te stesso?” o anche, come si chiede Craig mentre Malkovich scivola nel cunicolo: “Cosa succede quando un uomo attraversa il proprio portale?”

1 Per dovere di cronaca, qualche giorno dopo, ripensando all’incidente scampato S. mi dirà “Si, d’accordo, adesso non è che perché stavamo per morire sotto un taxi improvvisamente Roma è tutta vita, eh. Allora era meglio se ci rapinavano. Almeno un po’ d’azione”.

2 Kevin Lynch, The Image of the City, The MIT Press, Cambridge, 1960.

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