Il meglio del peggio di #Venezia72

di Marcello Bonini

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N.B: Contiene spoiler. E l’autore dell’articolo prende le distanze da qualunque opinione espressa nello stesso.

Francofonia di Alexander Sokurov: Sokurov gira il remake francese e brutto del suo Arca russa e nessuno se ne accorge. Tutti invocano il Leone d’oro, poi però Cuarón lo scopre e lo lascia con un palmo di naso.

Looking for Grace di Sue Brooks: Sue Brooks scrive due personaggi bellissimi, un vecchio detective ancora pieno di vita ed un padre di famiglia troppo onesto per tradire la moglie. Assieme fanno faville. Purtroppo però è un film corale e spesso al posto loro ci sono altri personaggi invece noiosissimi.

Equals di Drake Doremus: Romeo e Giulietta in salsa sci-fi. Drake Doremus, regista col nome di un supereroe, saccheggia qualunque libro, film, fumetto o videogioco distopico mai apparso sulla faccia della terra, poi si dimentica di averlo fatto e racconta solo di una storiella d’amore imprevedibile come un comizio di Salvini. Nicholas Hoult fa sembrare Kristen Stewart una brava attrice.

11 minut di Jerzy Skolimowski: Con la fotografia da CentoVetrine, una mezza dozzina di storielle prive di qualunque interesse si collegano tra loro in un finale dove, tra le risate del pubblico, un tizio che inciampa all’ultimo piano di un grattacielo porta ad un incidente stradale che coinvolge due autobus, una decina di macchine, qualche moto, svariati passanti, un aeroplano, tre pescherecci ed un UFO. Purtroppo non dura 11 minuti.

Free in Deed di Jake Mahaffy: In assenza di qualcosa da raccontare, Mahaffy, regista col nome di una merendina, ripropone le stesse due scene qualche decina di volta, e riprende il tutto in fuori fuoco, che fa tanto hipster.

De Palma di Noah Baumbach e Jake Paltrow: Brian De Palma sta seduto a parlare per due ore e lo spacciano per un documentario.

L’hermine di Christian Vincent: Un giudice si innamora di una giurata. Siccome la storia è tutta qui e il film durerebbe un po’ poco, Vincent rimedia inserendo appassionanti letture integrali degli atti del processo e meravigliose sequenze in cui i giurati ci mettono 10 minuti a prendere posto. Carrère apprezza lo sforzo e gli dà il premio per la sceneggiatura.

Bangland di Lorenzo Berghella: Un’allegoria della società contemporanea a cartoni animati, il cui massimo dell’acutezza è rappresentato dal presidente degli Stati Uniti Steven Spielberg che durante un discorso invece di dire che l’America sta andando a combattere per la democrazia, si impappina e dice che sta andando a combattere per i diamanti (se avesse detto per il petrolio poi sarebbe stata un’allusione troppo evidente). Ma Berghella, regista col nome di un dispositivo salva-vita, è più attento ad infilare citazioni pop a caso che a disegnare bene.

The Danish Girl di Tom Hooper: Ormai Eddie Redmayne sceglie solo film coi quali può vincere l’Oscar, ma ai festival non funziona.

The Endless River di Oliver Hermanus: Scroscianti applausi a fine proiezione. Ma non erano per il film, bensì per lo spettatore che sui titoli di coda ha gridato “Incompetente!”.

Baby Bump di Kuba Czekaj: Dunque. C’è un ragazzo il cui ingresso nella pubertà è simboleggiato da un topolino a cartoni animati che si immagina essere divorato da una gigantesca donna della pubblicità mentre vende la propria urina ai compagni di scuola per superare i test anti-droga e ha continue erezioni pensando alla mamma nuda che invece se la fa con l’ispettore della narcotici che sospetta lui sia drogato ma alla fine esce da un uovo gigante. Boh. Czekaj, regista col nome di una pessima mano di Scarabeo, viene dalla Biennale College, centro di valorizzazione dei talenti artistici e, evidentemente, del consumo di allucinogeni.

SEZIONE SPECIALE: Il peggio che incontri a Venezia; o, Delle brutte persone che ci sono ai festival di cinema

-La signora che “Non vedo i film italiani da 10 anni perché sono brutti“, e poi noti che ha persino un pass da giurato e ti sale lo sconforto.

-Una ragazza cinese che all’una di notte ti chiede in prestito internet perché deve cercare un posto per dormire quella stessa notte. Resasi conto dell’impossibilità di trovare qualcosa, decide di dormire su un muretto. Non l’ho più rivista.

-Vittorio Sgarbi che per qualche ragione si trova nello stesso luogo con Jonathan Demme e Corrado Augias. Doveva essere una specie di quei rompicapo “Trova l’intruso”, però particolarmente complesso.

-Fotografi che siccome in sala stampa ci vanno solo per scaricare le foto, in sala stampa non parlano, urlano. E urlano del fatto che domani sul red carpet ci sarà Michelle Hunziker, per lo più.

-Il cinefilo che ha i capelli completamente bagnati, e ti chiedi come mai visto che splende il sole. Solo quando ti avvicini ti rendi conto che non sono bagnati ma così unti che da lontano sembrano bagnati.

-Uomini che pigliano per il culo Johnny Depp perché è grasso senza rendersi conto che le loro ragazze li cornificherebbero senza pensarci due volte con Johnny Depp, anche pesasse 120 chili.

-Vasco Rossi. Basterebbe il nome, ma alla presentazione del film su di lui (già…) dimostra che ormai ha difficoltà anche solo a parlare. Pure nei discorsi ci mette più “Eeh” che parole vere.

-Una sessantenne che dà della “deficiente” e dell'”idiota” alla ventenne in biglietteria perché non vuole darle più biglietti di quanto il regolamento le consenta di avere.

-Una sessantenne di plastica che attraversa la terrazza dell’Excelsior in accappatoio bianco e tacco 12 rosso. Io in jeans e maglietta ero appena stato definito “discinto”.

-Concita De Gregorio che dimostra che saperne di cinema non è un requisito necessario per scrivere di cinema su uno dei principali quotidiani nazionali.

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