#Venezia72 – Non muore come uno stronzo chi vive nel cuore di chi resta: Non essere cattivo di Claudio Caligari

di Adriano Masci

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La verità, l’aspra verità

Danton

Idroscalo di Ostia, autunno 1975, viene ritrovato il corpo massacrato di Pier Paolo Pasolini. È la fine di un’era che collassa su se stessa e lascia un vuoto. Pasolini era entrato nella carne della società, in the flesh, aveva insistito sul corporeo, ed è sul suo corpo che la società si è rifatta per toglierlo di mezzo.

Pasolini aveva sentito il bisogno, incessante, di raccontare la periferia in quanto laboratorio di genuinità, di corporeità, di passione, di contro a tutto ciò che poteva essere artefatto, finto, di carta. È nella periferia che gli individui, incalzati dai bisogni primari, infrangono gli artifizi, lottano nella vita e portano a galla tutte le contraddizioni dell’ordine costituito, tutte le ingiustizie della società, tutto il lato oscuro che sta dietro a quello maestoso e lucente di una città come Roma.

Otto anni dopo la sua morte va in scena Amore tossico, il primo film di Claudio Caligari. L’ambientazione è ancora Ostia, l’esigenza di narrare pulsa ancora dalla periferia. Ma i tempi sono cambiati, la periferia che racconta Caligari nella sua pellicola è in piena epoca post-pasoliniana: sulla scia del riflusso politico degli anni ’80, più isolata e marginale, pronta per spararsi in vena l’eroina come unica via d’uscita dall’inferno quotidiano. Con Amore tossico Caligari parte da un movente che non è solo quello di denuncia; non gli interessa tanto il cosa ma il come. «I media e i giornali, con i loro filtri pietisti o scandalistici, tagliavano fuori la fenomenologia della sostanza stessa», spiega in un’intervista, «sembrava inspiegabile perché la gente si drogasse, non veniva spiegato che quella sostanza lì dava effetti forti e immediati, un piacere intenso e tutto interno, tutto dentro di sé e non fuori di sé». Insieme al sociologo anti-proibizionista Guido Blumir inizia a scandagliare quel mondo periferico, entrambi diventano segugi a caccia di verità palpabili e alla fine decidono che un film di fiction è la formula giusta per mettere in scena la realtà. Il taglio comico e dissacrante della pellicola risponde a due motivazioni principali: una è strumentale – ossia incamerare tutto il grottesco che nasce all’interno di un mercato nero –, l’altra è provocatoria – in risposta alla miopia dell’informazione main-stream. Per girare Amore tossico Caligari ha a disposizione un budget assai misero e al tempo stesso deve agire con metodo, meticolosità. Nella sua troupe c’è persino un medico, perché gli attori sono quasi tutti ex tossicodipendenti e quando si girano le scene in cui ci si buca – sia pur con sostanze innocue – c’è bisogno di una consulenza autorevole, anche e soprattutto per conseguenze di tipo legali. Dopo mesi di immersione nella periferia romana Caligari non solo riesce ad intercettare le dinamiche di quel mondo, ma conquista anche la fiducia di chi lo vive. Gli attori che lui sceglie non recitano soltanto, sono esperti a cui il regista sottopone il copione per orientarlo verso la veridicità di quel mondo. Ancora dall’intervista: «si sovrapponevano tre tipi di linguaggi in quella borgata: il gergo romanesco, il gergo della droga e quello della malavita. Per assimilarli nella sceneggiatura c’era bisogno di chi li sentisse propri».

Al di là del diverso fascino che possa suscitare su ognuno di noi in maniera diversa, l’operazione di quel film è qualcosa di straordinario, che ha lasciato un’impronta palpabile in tutta Roma, e non solo. È possibile che molti non l’abbiano visto, ma è molto difficile che uno nato o vissuto a Roma, non l’abbia mai sentito nominare. La periferia di Amore tossico straborda dalla pellicola ed entra a far parte del sostrato mitico di una città: pulsa, rimanda eco, ci mette allerta. Quando ho letto L’aspra stagione di Tommaso De Lorenzis e Mauro Favale, un libro che ricostruisce la storia di Carlo Rivolta – giornalista che raccontò i ’70 a Roma tra movimento, brigatismo, caso Moro, riflusso e ondata di eroina di cui egli stesso fu vittima –, mi sono subito chiesto come gli autori, non romani, fossero riusciti a incamerare certe atmosfere stracittadine e, nelle parti dedicate all’eroina, mi è venuto in mente che avessero scritto anche sulla scorta di Amore tossico. Mi è stato confermato.

Foucault, quando parla di periferie, utilizza il termine di “eterotopie”, ossia “luoghi altri” in cui si producono fenomeni di crisi e deviazione rispetto alla coerenza sistemica della società. Georges Perec, in Specie di spazi, afferma che «l’inesistenza di luoghi rassicuranti rende lo spazio problematico. Lo spazio è un dubbio, devi continuamente individuarlo, designarlo, marcarlo. Non è mai mio, mai mi viene dato, devo conquistarlo». Questi concetti, applicati agli spazi periferici di una grande città, calzano a puntino. Si tratta di luoghi in cui i “senza parte” devono ritagliarsi una qualche sicurezza che diviene, spesso in automatico, quella di tracciare il territorio, farlo proprio.

Ecco dunque il peso specifico del cinema di Caligari: introdurci in luoghi altri dove si mettono a nudo i cortocircuiti della società e narrare storie dalla parte dei “senza parte”.

Non essere cattivo

L’ultimo girato di Caligari, prima di lasciarci, è stato Non essere cattivo, in sala da una settimana. Il film è approdato a Venezia72 ma fuori concorso. Bisognerebbe chiedere ai selezionatori, con sincera curiosità, il perché di questa esclusione. Ma non voglio menarla a lungo né fare polemica, anche perché alla fine a Venezia il film ci è arrivato, come sempre è stato per i film di Caligari, e un motivo deve pur esserci. Con Non essere cattivo Caligari torna ad Ostia, nella stessa periferia di Amore tossico ma quindici anni dopo. Valerio Mastandrea, il cui sodalizio con Caligari nasce nel ’98 sul set di L’odore della notte, ha prodotto il film e collaborato col resto della troupe per portarlo a termine dopo la morte di Caligari, avvenuta quando si era ormai giunti alla fine delle riprese. Mastandrea parla di un coro di energie intenso attorno a quello che, secondo il regista, doveva essere uno spaccato che raccontasse la fine dell’era pasoliniana e, insieme ad Accattone e Amore tossico, dovesse rappresentare una trilogia ideale sulla Roma periferica: «voleva raccontare degli esclusi, corrotti dalle nuove droghe e dalla nuove illusioni dell’epoca: che il lavoro è l’unica speranza per salvarsi».

Ostia 1995, l’incipit è il medesimo di Amore tossico: la camera a distanza siderale inquadra il Pontile in Piazza dei Ravennati dove Cesare corre incontro a Vittorio, una mise en abyme perfetta dell’intreccio che si andrà a dipanare. I due amici devono “svoltare” la giornata, ma niente “schizzi” stavolta, siamo nei ’90 e tra le mani Vittorio stringe due pasticche. La presa diretta che caratterizzava Amore tossico, e lo faceva dialogare a giro stretto con la forma del documentario, qui svanisce del tutto perché siamo davanti a pura fiction e il copione è recitato tutto da addetti ai lavori. La messinscena è ancora una volta iniettata di realismo ma – e qui forse si sente il vero scarto rispetto ad Amore tossico – l’amarezza e il cinismo senza scampo sono travolti da una tensione emotiva dilagante che è rabbia, amore, rivalsa e tante altre cose.

Appena uscito dal cinema avevo quella sensazione indescrivibile di aver recepito qualcosa che ti rimarrà dentro, per questo potrei concluderla qua e dirvi soltanto: andatevelo a vedere. Ma visto che, col passare dei giorni, quelle sensazioni si sono sedimentate un po’ e hanno lasciato spazio a qualche riflessione, mi azzardo a scriverle qua ma stando assai alla larga da una lettura tecnica del film, della messa in scena, delle carrellate, della fotografia e via dicendo.

Ci sono almeno quattro dimensioni che Non essere cattivo tira in ballo, e tutte e quattro si intersecano tra loro e creano un tessuto che, pur avendone girati solo tre, marca i film di Caligari come il tratto indistinguibile di un artista.

La dimensione sociale

Lotta di classe, fenomenologia della droga, meccanismi della società, sguardo antropologico, sono tutti elementi con cui Caligari ci aveva abituato a fare i conti e che si condensano anche in questa sua ultima pellicola. Nell’Odore della notte le rapine di Remo Guerra (Valerio Mastandrea) hanno un unico bersaglio: l’alta borghesia. Sul bisogno materiale di fare cassa si innesta un movente d’altro genere, quello della lotta di classe tra chi non ha nulla e chi ha troppo; sulla scorta delle riflessioni oscure e tormentate di Remo percepiamo la depressione e lo squallore di un sistema al collasso, che non distribuisce ricchezze e demanda all’odio il compito di colmare gli squilibri. In Non essere cattivo c’è ancora l’appropriazione indebita, attraverso la violenza e l’illecito, ma siamo nel pieno del riflusso e la partita si gioca tutta all’interno della borgata: è quindi una lotta tra poveri o comunque tra chi condivide la stessa condizione di disagio sociale. È ancora il pieno riflusso a condizionare ed essere sintomo del nuovo consumo di droghe: dall’eroina che annullava le coscienze ed era la plausibile risposta al tradimento politico, si passa in modo massiccio alla coca e alle pasticche. Queste diverse sostanze vanno a braccetto col regime di precarietà che la società si prepara a imporre: possono circolare meglio e ovunque, sballano l’individuo ma non leniscono la sua capacità di consumatore a tutto tondo, e soprattutto potenziano il processo di rimozione soggettivo che ben si coglie quando Cesare, da strafatto di polvere bianca, cova odio per i tossici che si bucano perché sua sorella ha contratto l’aids mentre era con uno di quelli. Ancora: Caligari mette a fuoco il suo sguardo antropologico con un’ambizione che lo avvicina a Martin Scorsese. L’etica di borgata, il sessismo, l’aspra verità che con il lavoro ‘non ci svolti’, sono tutte dinamiche sociali che Caligari cattura e riversa nella messa in scena con la capacità di preservarne il vero.

La dimensione epica

Il rapporto tra Cesare e Vittorio, i due protagonisti – interpretati con assoluta destrezza da Luca Marinelli e Alessandro Borghi –, è costruito con profondità drammaturgica e afflato epico. A voler azzardare un avvicendamento classico si potrebbe dire che la purezza della loro amicizia, lo spirito di sacrificio e il destino condiviso li avvicinano all’Eurialo e Niso messi in campo da Virgilio. Da fratelli di vita lottano per rimanere a galla a costo di essere trascinati negli stessi gorghi, e lottano anche tra di loro quando la fisicità è il veicolo più genuino per trasmettere i loro sentimenti di fratellanza. C’è una scena in cui Vittorio, provocato dall’ennesima dissolutezza di Cesare, gli si avventa contro: la visione dei loro corpi che si avvinghiano con movimenti plastici e compassati ci riporta al cinema di Pasolini, in cui tra sequenza dei fotogrammi e atto scultoreo il limite era davvero labile. Ai rimproveri di Vittorio che cerca di mettere a posto la testa di Cesare suggerendogli di farsi una donna e trovarsi un lavoro, come ha fatto lui, la risposta dell’amico è emblematica e pesa più di mille congetture: «sei tu che m’hai lasciato solo». Sono grotteschi, inadatti e inclini alla violenza, ma proprio per questo sono anche epici e commoventi.

La dimensione romantica

Accanto al senso di rivalsa, alla fame di chi è incalzato dai bisogni primari, al grottesco di una condotta criminale, all’amaro di un’esistenza votata alla miseria, c’è vena romantica che pulsa e pervade la storia di Non essere cattivo. La si scorge soprattutto in Cesare che soffre e guarda il mare, quella massa immensa che lo circonda e imprigiona nella borgata, ma che gli concede anche di fantasticare una fuga lontano da lì, un’evasione tutta mentale che antepone le illusioni alle allucinazioni della droga.

La dimensione tragica

Pistole puntate non le far sparare, Cesare e compare… canta il rapper romano Chicoria in un pezzo del 2004, con chiaro riferimento ad Amore tossico di Caligari. Ma Cesare è anche il protagonista di Non essere cattivo, un nome che ritorna e si porta con sé la stessa nemesi, lo stesso destino che le ingiustizie sociali affibbiano agli ultimi. Per questo Cesare è un personaggio tragico, che non può sfuggire alla sua sorte anche quando gli si presenta davanti in forma di oracolo. La scritta «non essere cattivo», impressa sull’orsacchiotto regalato alla nipotina che ora giace in una tomba, è un monito inequivocabile. Ma è anche la vita che ti provoca e quindi, come per Edipo, la profezia che si auto-adempie. Il cinema di Caligari non contempla alcun happy ending e la speranza è un semento, per niente retorico, che si coltiva nel terreno aspro e bruciato come quello che la società ha riservato alle periferie e a chi ci nasce. Il finale di Non essere cattivo è un commovente spiraglio nel buio dell’ingiustizia.

Su Internazionale Fofi parla del “mondo senza bellezza di Claudio Caligari”. Il dardo, ben indirizzato come tutti quelli che scaglia Fofi, è alla Grande bellezza di Sorrentino. Ora non staremo qui a polemizzare o fare sterili raffronti ma, d’accordo con Fofi, credo che urga più che mai una riflessione sulla necessità dell’arte e sulle contraddizioni che l’arte ha il potere di far emergere. Allora è impossibile non dire che alla desolazione provocata dalla noia e dalla fatuità di chi ha tutto e non stringe niente, raccontata da Sorrentino, forse è più urgente quella provocata dalla sofferenza di chi non ha nulla ed è costretto a dare tutto per ottenere anche solo qualche briciola. E quest’ultima ce l’ha raccontata Claudio Caligari nei suoi film, come pochi registi sono riusciti a fare negli ultimi anni senza incappare nella melassa retorica o nel patetico spinto.

Quando già gli avevano diagnosticato il tumore, rievoca Mastandrea, Caligari gli si rivolge dicendogli: «muoio come uno stronzo. E ho fatto solo due film». No, non muore come uno stronzo chi vive nel cuore di chi resta. Grazie Claudio.

Claudio Caligari, Arona 7 febbraio 1948 - Roma 26 maggio 2015
Claudio Caligari, Arona 7 febbraio 1948 – Roma 26 maggio 2015

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