#Venezia 72- Sul documentario

di Marcello Bonini

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Il più antico dei generi filmici è il documentario. E nonostante questo, ancora oggi è guardato con un po’ di diffidenza, come fosse qualcosa di diverso, di meno cinematografico dei “film veri”. Si pensi che per i Premi Oscar esiste una categoria apposita, per evitare che le due si mescolino, non sia mai. Non è bastato negli ultimi anni il successo commerciale di alcuni documentari: Michael Moore li ha portati al grande pubblico e ha vinto lo specifico Oscar con lo straordinario Bowling a Colombine, ma quando osò iscrivere il successivo Fahrenheit 9/11 nella lista dei feature films e non dei documentaries, l’Academy lo ignorò completamente, nonostante una Palma d’oro e il maggior incasso mai realizzato da un documentario. Moore è il nome più spendibile, ma tanti altri grandi autori hanno cercato di dare la giusta dignità anche ai film di non fiction: Werner Herzog, ad esempio, o Patricio Guzmán, o l’italiana Alina Marazzi o Michael Madsen, il cui Into Eternty è probabilmente uno dei migliori film del decennio. Forse sta proprio qui il problema per il grande pubblico: pensare al cinema documentario come reportage, una passiva restituzione di una realtà lontana dalla finzionalità cinematografica, e certo allora che se un regista interviene con la sua soggettività sul materiale filmato come si potrebbe anche solo parlare di documentario? Diventerebbe fazioso, bugiardo, ingannevole. Sarebbe falso! Se ne stia la falsità dove deve, nel regno della narrazione cinematografica, non imbratti la purezza della verità che un documentarista deve avere come unica meta! E mentre lui cerca, noi guardiamo i falsissimi film, che sono un po’ più interessanti.

Nel 1973 Orson Welles gira F come Falso, un bizzarro documentario sui falsari di quadri che racconta tante cose bellissime, però poi ti dice che se le è inventate di sana pianta Welles stesso. Ma come, un documentario che non solo osa mentire, ma che persino te lo sbatte in faccia? Ignominioso. Qualcuno però ha allora fatto notare che il padre del documentario, Robet J. Flaherty, girando nel 1922 Nanuk l’eschimese, il primo grande documentario della storia, un successo planetario, applaudito nelle sale di tutto il mondo per la capacità di restituire la realtà quotidiana di un cacciatore artico in un fondamentale documento sociale, ecco, proprio Flearthey, l’antropologo del cinema, aveva ideato una storia, ricostruito buona parte degli ambienti, provato e riprovato ogni scena con Nanuk, vero, almeno lui, eschimese. Ma c’erano forse alternative? Cosa doveva fare, Flearthey, per realizzare un film autentico? Poggiare la sua cinepresa da qualche parte e aspettare che prima o poi la realtà accadesse innanzi ad essa? Come montarlo poi senza inficiarne la veridicità? Ogni scelta di montaggio è una scelta soggettiva. E tutto quello che era successo prima e tutto quello che era successo dopo l’avvio della bobina? Che poi già mettere la cinepresa qui invece che là è una violenza alla realtà! Cosa fare di tutto quello che rimane fuori dall’inquadratura?
No, la realtà in sé non è restituibile. Nell’istante stesso in cui si cerca di farlo gli si impone inevitabilmente una soggettività che l’allontana inesorabilmente. A questo punto, però, se, proprio come il cinema, anche il documentario è una visione specifica e non neutra, perché un regista di documentari non dovrebbe appellarsi a tutti i mezzi di cui il cinema dispone per rendere il proprio lavoro più efficace, più interessante, migliore, proprio come un regista di fiction? Una volta che la realtà è ormai persa… pensare ancora oggi davanti ad un documentario che si stia assistendo alla proiezione oggettiva di un fatto è quantomeno ingenuo, se non proprio ottuso. Al massimo si può distinguere quanto un film cerchi di restituire un’apparenza di oggettività, ma questo nulla c’entra con la vera oggettività, invece utopica. Eppure ancora facciamo distinzione: ci sono i film e ci sono i documentari.

La Mostra Internazionale dell’Arte Cinematografica sta lottando contro questa sciocca categorizzazione: due anni fa il Leone d’oro andò proprio ad un documentario, Sacro G.R.A. di Gianfranco Rosi, e anche in questa edizione si possono trovare numerosi film di non fiction, dai più accademici ai più brillanti.

Cominciamo da De Palma, il cui soggetto è auto-evidente e che nonostante sia quello più elementare è valso ai suoi due autori, Noah Baumbach e Jake Paltrow, il premio Jaeger-LeCoultre Glory to the Filmaker. Agli orologiai svizzeri sarà piaciuta la precisione scolastica di un film che, quasi privo di titoli di testa o di coda, per tutti i suoi 110 minuti riprende De Palma seduto, che parla, mentre passano le immagini di ciò di cui racconta. Per lo meno l’estro del regista di Newark evita il disastro, ma per chi non mastica perfettamente l’inglese e ha bisogno dei sottotitoli sarà come leggere una lunghissima intervista e nulla più. Non altrettanto ma comunque troppo convenzionale è anche Mifune: the Last Samurai, dove Steven Okazaki racconta la vita e la carriera del grande attore giapponese, uno dei più grandi interpreti che il cinema abbia mai avuto. Alcune splendide e sconosciute sequenze di antichi film di samurai sono la principale ragione di interesse per chiunque già conosca un po’ la storia di Mifune (e di Kurosawa) e non abbia bisogno di sentirsela raccontare di nuovo. Se invece si vuole un documentario sul cinema un po’ più originale, si può guardare The 1000 Eyes of Dr Maddin, dedicato a Guy Maddin, regista che si è guadagnato un posto nei cuori dei cinefili più attenti all’underground grazie ai suoi bizzarri cortometraggi sperimentali e provocatori. Il suo autore, Yves Montmayeur, è un veterano del cinema sul cinema, e come ha dichiarato, cerca di dare ad ogni sua opera una forma che possa ricordare quella di chi racconta. Così The 1000 Eyes of Dr Maddin rinuncia a una semplicistica esposizione lineare di un individuo il cui lavoro è troppo peculiare per essere narrato in maniera scontata. Piuttosto è un racconto frammentario, che invece di spiegarlo tenta di dare un’idea del cinema di Maddin, e vi riesce.

Meno brillante ma comunque da non perdere è For the Love of a Man di Rinku Kalsy, per la capacità di mostrare qualcosa di inconcepibile per noi occidentali: l’aura esplicitamente religiosa che circonda le superstar del cinema indiano. Kalsy quasi mai filma direttamente il leggendario Rajinikanth, facendone un’entità lontana, quasi astratta, abitante di un mondo empireo fatto di celluloide venerato (letteralmente) dai suoi fan, i veri protagonisti del film. Come loro sono distanti dal loro Dio in terra, noi lo siamo da questa concezione mistica del cinema, e Kalsy, consapevole della distanza tra il suo film ed il pubblico al quale si rivolge, lavora in questo senso e ci permette di entrare in questo assurdo, affascinante, inquietante universo. Una menzione la merita anche Gianfranco Pannone. Nel cinema italiano è sorta in tempi piuttosto recenti una spiccata attenzione alle storie “piccole”, interessate ad illustrare con concreta genuinità le cose minime del mondo, si pensi ai film di Giorgio Diritti, di Alice Rohrwacher, di Edoardo Whinspeare e di tanti altri. L’esercito più piccolo del mondo va proprio in questa direzione. Il che potrebbe sembrare paradossale, avendo come ambientazione il Vaticano, uno dei luoghi più ricchi e sfarzosi al mondo. Eppure, nel raccontare l’addestramento delle nuove reclute della Guardia Svizzera, Pannone non si perde mai ad illustrare quella bellezza strabiliante in cui vivono, ma è attento a seguire i suoi giovani personaggi nella loro quotidianità, e la sua cinepresa sembra più interessata alle prove con il sarto che alle inestimabili opere d’arte che le Guardie devono proteggere. E in osservanza alle leggi non scritte di questo tipo di cinema, Pannone non si intromette mai con la propria voce, e lascia che siano i ragazzi, e le immagini, a parlare. Ma interviene, questo sì, tramite il montaggio, col quale dà al film una forma quasi narrativa tradizionale, elemento anti-documentaristico che contribuisce a rendere L’esercito più piccolo del mondo interessante.

Ma è nel concorso ufficiale che troviamo le due pellicole che più di ogni altra sfidano le convenzioni del documentario “classico”. Bisogna intanto parlare di Heart of a dog di Laurie Anderson, musicista che una volta per decennio si mette dietro la macchina da presa. Qui la vedova (Lou) Reed utilizza una piccola vicenda privata per parlare di grandi temi collettivi: il rapporto con la sua cagnolina Lolabelle diventa un mezzo per ragionare sulla morte, sul linguaggio, sulla politica statunitense, coinvolgendo Wittgenstein, Schopenhauer e il buddhismo. Utilizzando (pochi) filmati d’archivio e soprattutto fotografie e disegni, Heart of a dog è una riflessione in forma di confessione che riesce ad essere sempre in bilico tra il naïf e il brillante, tra la presunzione e la sincerità, rivelandosi più vicina all’avanguardia che al documentario, che pur è e rimane. Terminiamo questa breve rassegna con Beixi Moshuo di Zhao Lang, forse il miglior film di questa Mostra. La vita dei minatori mongoli diventa, esplicitamente, un inferno di fuoco e oscurità, prima tappa di un percorso di purificazione che forse non porta alla salvezza. Le immagini sono di soverchiante bellezza, e ad esse Zhao Lang affida la quasi totalità del racconto: talvolta un narratore si inserisce con frammenti di monologhi mistico-filosofici, ma il film è per lo più privo di parole, e possiamo sentire solo i rumori e i silenzi ascoltati dai tanti anonimi lavoratori, sui cui corpi sporchi e disastrati la cinepresa indugia, facendone a loro volta paesaggi distrutti, uguali alle montagne dove vivono e lavorano. Anche l’assenza di didascalie fa di Beixi Moshuo un documentario attivo. Non insegna allo spettatore, non gli dice nulla, ma lascia che sia lui a completare il film, a comprenderne senza costrizioni le immagini.

Insomma, il Festival quest’anno è la prova che pensare che il documentario si possa incasellare in schemi semplici e sempre uguali è un errore, e che anch’esso, in quanto cinema a tutti gli effetti, può e deve modellare la propria materia, senza alcun rispetto per qualunque assurda pretesa di verità. Se proprio si sente il bisogno di categorizzazioni, si consideri il documentario come un genere tra tanti, al pari del thriller, dell’horror o della commedia, e non come una forma artistica diversa. È fargli un torto.

3 commenti Aggiungi il tuo

  1. rebecca ha detto:

    Non ho visto nessuno dei film citati a Venezia, a parte For a Love of a Man (che pero’ é veramente più un reportage ben fatto che un film). sono pero’ stupita di non vedere nella sua lista The Event di Loznitsa, il film più bello che ho visto al festival. é una scelta o non l’ha visto?

    1. Marcello ha detto:

      Ciao, grazie per il commento. “The event” lo ho visto, e per quanto non concordi col tuo giudizio (lo ho apprezzato, comunque), non lo ho inserito per una semplice svista. Purtroppo, tra la cinquantina di film visti in una settimana, qualcosa per strada mi capita di perderlo.

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