Solo andata

 13. Io non mi sento un migrante. Ma per fortuna o purtroppo, lo sono

di Chiara Galleani

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[Solo andata nasce dall’idea di dare voce all’esperienza di una generazione, quella dei giovani italiani in fuga. Non è un fenomeno nuovo: l’Italia è terra di migranti da sempre. Eppure, oggi, si può usare con la stessa leggerezza questa parola? Si può parlare di una nuova forma di migrazione? Ci chiediamo chi siano questi nuovi migranti, qual è la loro classe sociale, da dove vengono, dove vanno. Crediamo che problematizzare questo fenomeno, dandogli voce e spazio, possa essere un buon modo per capire il nostro presente, dove stiamo andando. Lanciamo questa rubrica anche con il desiderio di raccogliere più voci e testimonianze possibili, perché possa divenire un luogo di confronto e scambio, una narrazione collettiva.]

La nuvola di fumo raggiunge il soffitto mentre il freddo vento invernale batte alla finestra. Tutto è pronto per mettere in discussione le nostre scelte. Play. “En tierra extraña” di Iciar Bollain prende la parola. Noi tre, due spagnoli e un’italiana, ascoltiamo in silenzio la storia di questa generazione di spagnoli scappati da un paese sull’orlo della crisi di nervi. Non sono persi e soprattutto non hanno nessuna voglia di tacere questa ingiustizia che si chiama “dover abbandonare il proprio paese”. Sono storie famigliari che, alle mie orecchie, hanno un non so che di italiano. Molte sono tristi.
Miguel e Carlos annuiscono e commentano ogni storia. Io taccio e aspetto la fine del film. “Il taglio del film è chiaro”, dico, “ma dove sono tutti gli altri?” chiedo. Mi guardano dubbiosi.

Flashback
Eravamo 12: sei ragazze e sei ragazzi. Un’annata promettente, dicevano. Un po’ scapestrati, indisciplinati forse, ma promettenti. 12 interpreti to be. Oggi, uno solo di noi lavora come interprete alle Istituzioni Europee; due o tre lavorano come traduttori; noi altri ci siamo riciclati grazie alle nostre competenze linguistiche: comunicazione, marketing, risorse umane, relazioni internazionali per il gabinetto del sindaco. Insomma, per essere indisciplinati, non ci è andata male.
Dei dieci laureati in interpretazione di conferenza che hanno varcato la soglia della Fondazione Scuole Civiche di Milano nel 2013, sei sono rimasti per scommettere sul nostro paese. Quattro se ne sono andati: chi per amore, chi per lavoro e chi per scelta.

Io ho scelto.

C’è chi sostiene che io abbia preso questa decisione già dall’età di 5 anni. Non ricordo. Quel che è certo, però, è che la mia non è una storia di immigrazione forzosa e disperata. Io ho scelto di continuare a imparare e di farmi sfruttare con dignità. Io ho scelto di andarmene, non perché obbligata dalla crisi ma perché volevo conoscere, approfondire, assimilare nuove culture. Io ho scelto perché ho sempre pensato che essere italiana fosse abbastanza per conoscere il mio paese, la mia lingua e la cultura che scorre nelle mie vene.

Eppure, non mi sono mai sbagliata tanto. Vivere all’estero mi ha riavvicinata a quell’Italia lontana che così poche volte ho sentito mia e così spesso ho abbandonato. Ho letto tanti articoli su “noi immigrati italiani” e sulla fuga di cervelli. Ho letto con interesse le molte esperienze pubblicate su questo blog e ho amato Italy in a Day; e ho ritrovato pensieri che non ho mai tradotto e vicende che mi appartengono.

Avete avuto coraggio a lasciare tutto: si, me lo sono sentito dire anch’io (e devo ammettere che ha giovato molto al mio orgoglio); ma non è coraggio, è voglia di vivere.

Perdere una parola italiana ad ogni nuova parola straniera imparata: lotto ogni giorno per mantenere la purezza linguistica predicata dai miei insegnanti scrivendo in italiano su Il tempo rubato; ma spesso perdo la battaglia.

Volersi sentir dire “wow, il tuo accento non si sente, di dove sei?”: quanto è vero.

Essere l’italiana e non più la figlia o la sorella di, la studentessa che, la brava ragazza che: vero. Ora se arrivo in ritardo è solo colpa della mia nazionalità.

Avere paura di guardare indietro perché si sa quello che si sta lasciando: e perdendo, aggiungerei io.

Eppure io non mi sento un’immigrata, o un’emigrata o una migrante che dir si voglia. Semmai, io mi sento europea. Un’europea cresciuta sapendo che nessuno ci avrebbe mai impedito di studiare, lavorare, crescere, viaggiare o diventare imprenditori in uno qualunque degli stati della comunità; un’europea che non si è lasciata scappare l’occasione. La mia immigrazione è libertà.

Si, vivo e lavoro in un paese che non sento mio ma che mi ha dato un’opportunità altrimenti impossibile. Si, mi mancano il sole e il buon cibo della mia Italia. Si, ho lavorato anch’io in un fish&chips. Si, il mio è un paese corrotto. Ma non fate di me una vittima. Come diceva il Dottor G: “Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono”. E scelgo di esserlo tutti i giorni per riflesso di una terra che non è la mia.

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