#Venezia72 – Equals di Drake Doremus

di Marcello Bonini

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Tra fischi e applausi Equals è stato dai più accostato a Romeo e Giulietta. Ma forse è un po’ troppo facile tirare sempre in ballo il dramma shakespeariana quando si tratta di commentare una qualunque storia d’amore contrastata, perché altrimenti la quasi totalità della narrativa occidentale deriverebbe da quella tragedia. Lasciamo perdere i paragoni troppo facili: lo sceneggiatore Nathan Parker e il regista Drake Doremus hanno piuttosto razziato tutte le principali distopie novecentesche, ottenendo dalla mescolanza degli elementi presi da questo romanzo o da quel film un mediocre sci-fi movie, prevedibile dalla prima all’ultima inquadratura.

Il mondo rigido e geneticamente determinato in cui si muovono i personaggi riprende per ampi tratti Il mondo nuovo di Aldous Huxley, dal quale deriva anche l’idea di un’utopica fuga nel selvaggio, ed evidentemente l’idea di una società che rifiuta i sentimenti in favore della devozione assoluta al collettivo è nient’altro che 1984 di Orwell. Nemmeno mancano punti di contatto col meno conosciuto Noi di Evjenij Zamjatin, progenitore del genere distopico: gli edifici trasparenti e la ricerca di una verità ultima nelle profondità del cosmo vengono direttamente dal romanzo russo.
Si potrebbe giusto elogiare la scelta stilistica di mettere in scena un mondo asettico dove il bianco è l’unico colore, che si tinge di altre tonalità solo nei momenti di passione tra i due protagonisti, ma anche in questo caso di nuovo vi è ben poco (THX 1138 di George Lucas è un titolo che vale per tutti gli altri).

Una giusta obiezione: l’originalità è un falso mito. Le storie che si possono raccontare sono assai poche, e si esauriscono tutte in una manciata di topoi archetipici. Equals riprende quello fondamentale dell’amore difficile, appunto, lo stesso di Romeo e Giulietta, che a sua volta lo mutuava da innumerevoli opere precedenti. Il gioco del Ma lo aveva già detto qualcun altro (già scritto, già filmato…) si risolve sempre in una catena che senza fine precipita nel passato, e il cui capo potrebbe forse essere trovato solo se si potesse arrivare ai tempi in cui i progenitori dell’uomo cantavano storie attorno ad un falò notturno, quando il fuoco era ancora giovane. Pretendere di trovare qualcosa di completamente nuovo è, questa sì, un’utopia.

Allora come si può criticare un film per non essere qualcosa che niente può essere? È impensabile voler risolvere questo complessissimo problema, ma forse l’originalità, l’unica vera e possibile, sta nella capacità di reinterpretare ciò che inevitabilmente è già stato fatto (e anche già reinterpretato, dopotutto), per appropriarsene e farne qualcosa di proprio o di significativo per il contemporaneo. Per quanto riguarda il cinema: Tarantino in Pulp fiction decostruisce e reinventa secondo i propri stilemi il linguaggio ormai logoro dei film d’exploitation, e Kubrick con Il dottor Stranamore prende le classiche situazioni di un thriller politico quale Allarme rosso per farne una satira della società in cui vive. Non sono film che raccontano cose nuove, ma film che in modi diversi si fanno nuovi.

Il peccato di Doremus non sta quindi nell’aver rubato a certi romanzi (e la massima di Picasso sul furto nell’arte è talmente scontata a questo punto da essere superflua), ma nell’aver accolto passivamente certi elementi, facendone meri dettagli di superficie scevri da qualunque possibilità di reinterpretazione. Dove Orwell, Huxley e Zamjatin utilizzavano la distorsione della fantascienza per raccontare contraddizioni ed incubi del contemporaneo, Doremus si limita quasi esclusivamente alla vicenda sentimentale, che, a sua volta banale, calata in un mondo già visto e rivisto fa implodere Equals nella sua scontatezza (lo stesso discorso può facilmente essere riproposto per il piano stilistico). E neanche il cast aiuta, perché se Kristen Stewart mostra di non essere un’attrice terribile con un’interpretazione dignitosa, la stessa cosa non si può dire di Nicholas Hoult, dal cui volto è difficilissimo capire quando riesca a provare sentimenti e quando gli siano inibiti.

Ad essere onesti, non è nemmeno un film disastroso, forse una visione distratta potrebbe persino apprezzarlo. Ma in un momento in cui la fantascienza low budget vive una nuova primavera, Equals si evidenzia per tutti i sui limiti. Gli esordi di Neill Blomkamp, Gareth Edwards e Duncan Jones, ma anche dell’italianissimo Lorenzo Sportiello, hanno segnato una svolta fondamentale per il genere, che ora tutti cercano di proseguire con altri budget (Sportiello a parte, che purtroppo non ha goduto del successo che avrebbe meritato). Doremus cerca evidentemente di inserirsi nella loro scia, ma, al contrario di District 9Monsters, Moon e Index 0 (film anche qualitativamente diversissimi), Equals verrà dimenticato in brevissimo tempo.

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