#Venezia72 – Marguerite di Xavier Giannoli

di Marcello Bonini

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Fellini sceglieva i suoi attori più per le facce che per le capacità recitative. Prima di ogni film, dedicava intere settimane alla ricerca di quelle giuste, fossero da riprendere in primo piano o da relegare sullo sfondo dell’inquadratura. Senza nulla togliere alla straordinaria interpretazione di Catherine Frot (ad appena due giorni dall’inizio della Mostra già candidata forte per la Coppa Volpi), il suo volto è quello perfetto per Marguerite, e proprio su di esso pare fondarsi il film di Xavier Giannoli. Certo, quella falsa perfezione chirurgica non parrebbe adeguata ai tratti di una nobildonna degli anni ‘20, ma proprio di una simile ipocrisia racconta il film, e genialmente Giannoli la riflette sulla faccia di plastica della sua protagonista, chissà quanto consciamente.
Oltre che nobile, Marguerite è appassionata di lirica, ma nessuno, per affetto e ancor più per convenienza, le ha mai rivelato di essere atrocemente stonata. L’intero mondo in cui vive è falsità: quasi prigioniera del suo reale castello dorato, la donna è convinta che non solo tutto ciò di cui si circonda sia bellissimo, ma che anche la sua voce lo sia. I continui riferimenti allo sguardo, dall’onnipresente macchina fotografica ai veri e ai falsi bulbi oculari, non fanno altro che sottolineare non senza ironia che l’essenziale è invisibile agli occhi. E come l’essenza della sessantenne Frot è celata sotto il sapiente lavoro del bisturi, così quella di Marguerite, cioè la sua assoluta mancanza di talento, si nasconde dietro le bugie di tutti coloro che le sono attorno. Giannoli riesce così a sfruttare per il proprio film una delle grandi tragedie del cinema contemporaneo: la rarità di autentiche vecchie.
Per dare il la alla narrazione serve l’intervento di due giovani artisti, uno scrittore ed un poeta, che con puro spirito avanguardista ribaltano qualunque possibile giudizio artistico su Marguerite: il suo canto è bello, e lo è proprio perché brutto. È una voce vera, è una voce sincera, viva, e sapranno usarla per essere espressione degli orrori del loro tempo, più di quanto avrebbe mai potuto esserla una voce invece davvero armoniosa. «Bisogna distruggere il mondo, non ricostruirlo», grida l’anarchico poeta. Ma se con l’amico scrittore tenta di distruggere l’ipocrisia e trovare purezza in una realtà fatta solo di menzogne, il rischio è quello di distruggere anche, se non solo, Marguerite, ormai troppo compromessa nella sua irrealtà per comprendere quale sia davvero la sua dimensione. E come un’attrice non può capire che un volto segnato dal tempo è bello proprio perché imperfetto, Marguerite non riesce a concepire una bellezza altra, e continua, sempre di più, a convincersi del proprio, inesistente, talento. I toni da commedia messi in evidenza da una galleria di personaggi deliziosamente sopra le righe, scivolano così sempre più verso una deprimente angoscia, e se all’inizio lo spettatore non può non ridere anche lui dei patetici tentativi canori della protagonista, pian piano coglie la statura tragica di una donna abbandonata e costretta a vivere in un sogno solitario che rischia di farsi incubo proprio nel momento in cui entra in contatto con un mondo diverso e più vero.
Quando ormai il film è vicino al suo climax, e lo spettatore si chiede quale sarà la sorte della donna della quale non può più ridere, vediamo bruciare un enorme occhio di cartapesta, reperto di chissà quale scenografia. L’essenziale gli è invisibile e per vederlo è un ostacolo: va distrutto, appunto. Contraltare di questa sfiducia nei confronti della vista è il maggiordomo di Marguerite, l’unico che ha sempre contribuito alla costruzione del suo sogno solo per nient’altro che affetto, e che contemporaneamente a questo simbolico rogo dello sguardo cieco, si appresta attraverso un occhio meccanico a fotografare il primo ed ultimo momento di verità. Se questi sarà fatale o salvifico lo sapranno solo gli spettatori di Marguerite, grande sorpresa di questa 72a Mostra, un film splendidamente girato che riesce, un plauso al regista e allo sceneggiatore, a restare sempre in bilico tra il divertimento e la depressione. È ancora presto per fare previsioni, ma difficilmente potrà competere con un grande film dal forte impegno sociale e politico come Beasts of no nation, eppure sarebbe bello, ebbene sì, se alla fine della Mostra anche un film così poco festivaliero ottenesse un riconoscimento. Lo auguriamo a Giannoli e a Frost/Marguerite.

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