Oltre ogni ragionevole dubbio

di Raffaello Rossi

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Jules Blanchard, La bocca della verità, Jardin de Luxembourg, Parigi. Foto di Aly Abbara

Look, as sentient meat, however illusory our identities are,

we craft those identities by making value judgments: everybody judges,

all the time. Now, you got a problem with that… You’re livin’ wrong.1

In questo articolo ci si riferisce a un episodio di cronaca giudiziaria già molto raccontato e fin troppo commentato. Non farò quindi una ricostruzione minuziosa, ma chi non avesse idea di cosa parli, trova qui un’estrema sintesi, il testo integrale della sentenza qui, alcuni interventi pubblici delle parti interessate qui, qui e qui. Lo scopo dell’articolo non è quello di contestare i risultati di un processo durato sette anni, con migliaia di pagine d’istruttoria, poiché chi scrive pensa che quella sentenza costituisca ormai un dato di realtà da cui non si può prescindere. Può invece essere utile porsi delle domande sul significato e sul valore che un simile processo assume nel quadro dei rapporti umani in senso lato e sulle ricadute che può avere sulla morale civile.

Dopo essere stati assolti con sentenza definitiva dall’accusa di stupro e violenza di gruppo ai danni di una loro coetanea, alcuni degli ex-imputati hanno sentito il bisogno di reagire a chi si era espresso a loro sfavore. Riporto un passo da una lettera aperta del 25 luglio:

Sono rimasto, per il pubblico, il Capobranco. O “Il capetto”, se volete. Potrei farvi un’accurata lista di tutte le occasioni in cui sono stato umiliato, estromesso, ostracizzato, mortificato, minacciato e insultato. Oppure una lista di malattie e patologie che hanno vessato me e miei cari. Le difficoltà economiche? Non credo vi interessi davvero.
Io devo essere il mostro. Se c’è stata una vittima, quella non potrò mai essere io.
[…]La mia calunnia e la mia calunniatrice si sono adesso innalzate a simbolo.2

Lo sfogo dell’ex-imputato non punta solo al risarcimento simbolico per quanto ha sofferto negli anni del processo che l’ha coinvolto, ma fa parte di un progetto di ricostruzione della propria identità pubblica secondo l’equazione tra vittima e verità: «La vittima è l’eroe del nostro tempo. Essere vittime dà prestigio, impone ascolto, promette e promuove riconoscimento, attiva un potente generatore di identità, diritto, autostima.»3 E ciò nonostante il tribunale, pur riconoscendolo non colpevole di alcun reato, non l’abbia mai dichiarato estraneo ai fatti: come la maggior parte dei processi per stupro, anche questo si basa sullo stabilire o meno il dissenso della parte offesa a un rapporto sessuale completo, o anche solo tentato. Alla fine il giudizio non si esprime su fatti accertati direttamente: ciò che viene ammesso “oltre ogni ragionevole dubbio” è frutto di ricostruzioni a posteriori, di un racconto appunto che necessariamente semplifica la realtà. Nel nostro caso, durante il ricorso seguito alla condanna in primo grado degli imputati (sentenza del 14/01/2013) si è deciso di accogliere come interamente veridico il loro racconto e di ricusare interamente la versione della ragazza, a sua volta giudicata «del tutto inattendibile».
Sempre a posteriori il suo racconto viene quindi riletto in maniera non neutrale. Riporto alcuni dei passi del testo della sentenza emesso dalla Corte d’Appello di Firenze il 03/06/2015 che vanno in questa direzione:

«Il collegio […] non sottovalutava il carattere disinibito ed esuberante della parte offesa, […] né ometteva di considerare le eventuali esibizioni e provocazioni allusive della stessa parte offesa durante la serata, e il suo abbigliamento succinto.» (p. 8)

«l’appellante valorizzava le dichiarazioni di costei sui rapporti sessuali occasionali precedentemente intrattenuti col X e col X da lei descritti in dibattimento come sempre non voluti ma “successi” e poi “archiviati” come fatti negativi: dunque un approccio anomalo al sesso, non vissuto disinibitamente e gioiosamente come si potrebbe supporre da una ragazza emancipata ed estroversa, ma come qualcosa di irrisolto, di deviato.» (p. 12)

«Gli atteggiamenti particolarmente disinvolti e provocatori della X, che aveva ballato strusciandosi con alcuni di loro ed aveva mostrato gli slip rossi mentre cavalcava sul toro meccanico» (p. 18)

«la X non è una minorata, non aveva assunto droghe, né dosi particolarmente elevate di shottini, né risultava provato che avesse una particolare reazione all’alcool» (pp. 18-19)

«una vita non lineare come la sua» (p. 19)

«un atteggiamento sicuramente ambivalente nei confronti del sesso, che evidentemente l’aveva condotta a scelte [come] quella, prima del fatto, di interpretare uno dei films [sic] “splatter” del regista amatoriale X, intriso di scene di sesso e di violenza che aveva mostrato di “reggere” senza problemi.» (p. 19)

Gli effetti collaterali, ovvero umani e simbolici del discorso di verità scritto dal tribunale sono essenzialmente due. La vittima si rovescia in calunniatrice: le componenti culturali e di genere che ne costituiscono l’identità personale sono stigmatizzate senza eccezione. Allo screditamento della parte offesa segue quindi la trasformazione degli imputati in vittime: il loro profilo viene ridisegnato unilateralmente e messo al riparo da ogni imputazione, il che implica una deresponsabilizzazione dei soggetti che va ben oltre la loro assoluzione: «In definitiva la totale inattendibilità della parte offesa doveva indurre a riconoscere il suo pieno consenso agli atti sessuali sia prima che dopo la festa in Fortezza, stante in ogni caso l’assenza di consapevolezza da parte dei soggetti agenti alle eventuali condizioni di minorata capacità del soggetto passivo di cui dolosamente approfittare.» (Testo della sentenza, p. 13).
Lo snodo critico del consenso non viene deciso quindi sulla base di prove certe, ma solo sull’invalidazione del racconto della ragazza. In questo modo non solo si scagionano gli imputati, ma li si giustifica in quanto non responsabili. Perciò, dove si legge che «X doveva essere assolto per insussistenza del fatto o perché il fatto non costituisce reato» si finisce per intendere «quanto ha fatto X è perfettamente naturale» e quindi socialmente accettabile. In altre parole, dal momento che i soggetti coinvolti si erano persuasi dell’attrazione della ragazza per tutti loro, e quindi della sua volontà di fare un’esperienza sessuale con loro, il loro comportamento successivo è una logica conseguenza della natura maschile: “così fan tutti”, o “è più forte di me”, non sono scuse ma forme di legittimazione di un’identità culturale sedimentata: «La forza particolare della dominazione maschile deriva dalla condensazione e accumulo di due operazioni, in quanto legittima una relazione di dominio inscrivendola in una natura biologica che è essa stessa una costruzione sociale naturalizzata.» 4
Si dà dunque un’omologia tra le ragioni della sentenza e la prassi sessista della prevaricazione di cui lo stupro è soltanto una delle possibili manifestazioni. Volendo chiamare la letteratura a testimonianza, si trova una possibile spiegazione di questa prassi nell’antagonismo maschile, la cui rimozione rende vana la comunicazione fondata sulla reciprocità positiva:

Pensiero 1 (alla vista di Kitty che intingeva il dito e se lo succhiava): È possibile che questa incantevole  ragazza ci stia provando con me?
Pensiero 2: No, è del tutto impensabile.
Pensiero 3: Ma perché è del tutto impensabile?
Pensiero 4: Perché è una famosa attrice cinematografica diciannovenne e tu sei «di colpo appesantito, o sono io che lo noto di più?» (– Janet Green durante il nostro ultimo, fallito incontro sessuale) e hai una brutta pelle e nessuna rilevanza sociale.
Pensiero 5: Lei però ha appena intinto il dito in una ciotola di condimento per l’insalata e se l’è succhiato in mia presenza! Cos’altro può voler dire?
Pensiero 6: Vuol dire che sei talmente fuori dal raggio dell’interesse sessuale di Kitty che i suoi sensori interni, solitamente inclini a reprimere qualsiasi comportamento possa essere interpretato come troppo incoraggiante, o magari provocatorio, come intingere un dito nel condimento per l’insalata e succhiarselo in presenza di un uomo che potrebbe recepirlo come un segnale di interesse sessuale, non sono attivi.5

Queste parole sono la ricostruzione a posteriori del personaggio maschile, che di lì a poco, giunto al colmo della frustrazione, aggredirà fisicamente la propria interlocutrice tappandole la bocca e slacciandosi i pantaloni. La  situazione risente dell’inevitabile schematismo che le finzioni e i discorsi narrativi producono rispetto alla realtà: lui uomo di mezza età, esasperato da fallimenti personali e professionali; lei giovane attrice di successo e «carina», ovvero ingenua, irreprensibile nei modi e ottimista di fronte alla vita. L’autrice del racconto però strania lo stereotipo mostrandone il rovescio, ovvero i pensieri ordinati dell’aggressore che sono gli stessi di qualunque maschio medio in circolazione: un interesse per l’altro che si traduce interiormente in una simulazione d’interrogatorio, nel quale non può darsi riscontro positivo (ovvero informato e accertato) di una reciproca attrazione, ma al contrario viene messo in questione l’essere-uomo. La fragilità dell’identità maschile si rivela nella dipendenza dallo sguardo dell’altro, e messa di fronte al suo niente confonde prestanza sessuale e prevaricazione : “per lei non sono un uomo, quindi non sono niente, ma adesso le faccio vedere io!”
Ciò che appare chiaramente nella finzione resta nascosto nella realtà del tribunale umano dove invece questi pensieri normali, da uomo medio, non emergerebbero: il personaggio del racconto precedente resterebbe il “lupo cattivo”, il mostro e Kitty la vittima, perché condannare significa stigmatizzare, conferire uno stato d’eccezione. Condannare la normalità invece sarebbe paradossale, il suo rimosso di fondo resta innominabile.
Il sottotesto della sentenza, dichiarando la non-responsabilità degli imputati suona come una condanna per chi non riconosce il diritto del maschio di far valere la propria potenza sessuale e la propria posizione di dominio, costi quello che costi anche in «Un rapporto di gruppo che alla fine nel suo squallore non aveva soddisfatto nessuno, nemmeno coloro che nell’impresa si erano cimentati» (Testo della sentenza, p. 18). I principi della dominazione maschile si giustificano e si integrano con la riduzione delle relazioni e delle esperienze umane a beni di consumo di cui fruire unilateralmente.

Leggendo la sentenza del 3 giugno nella sua integrità, ho provato simultaneamente due  opposti sentimenti, entrambi coinvolti nella scrittura di questo articolo. Da un lato il carattere perentorio e ufficiale del documento mi lasciava completamente disarmato, incapace di prendere una posizione: la descrizione degli eventi, risultato di una serie di ricostruzioni a posteriori, mi costringeva a una scelta, ovvero se credere a quanto stavo leggendo, oppure non crederci affatto. Nessuna delle due alternative mi sembrava interamente plausibile, e poiché in entrambi i casi mi sarei trovato lontano dalla verità, veniva messa interamente da parte la mia personale capacità di giudizio. Questa neutralità non ha niente a che fare col distacco dei saggi: somiglia piuttosto all’innocenza dei bambini e di chi in generale delega la differenza tra il bene e il male al giudizio di chi è giusto, esperto e potente. Pur non potendo dir nulla sull’esito del processo, sentivo, che l’innocenza degli ex-imputati era della stessa natura e l’impressione è stata confermata dalla lettura dei loro interventi pubblici: quasi fossero del tutto estranei ai fatti, come se la non reità delle loro azioni, e della logica che a quelle azioni ha portato equivalesse alla loro totale irresponsabilità a riguardo. Ecco perché la sentenza emessa il 3 giugno, comunque la si pensi su come possano essere andate le cose, è pericolosa: da un lato, considera una certa condotta pubblica giudicata “non lineare” non meritevole di  tutela; dall’altro viene legittimato un approccio irresponsabile alla sessualità, e nella fattispecie la logica sociale che soggiace alla sua trasformazione in strumento di dominio e riduzione del corpo a oggetto di consumo, mentre viene misconosciuta cinicamente la sua realtà umana e relazionale, fortemente legata alla capacità di giudizio.


1. True Detective: Form and Void 1:8. «Guarda, in quanto esseri senzienti di carne, e per quanto fragili siano le nostre identità, noi le creiamo emettendo giudizi di valore: non facciamo altro che giudicare, tutto il tempo. Quindi, se hai un problema con questo… Allora c’è qualcosa di profondamente sbagliato nella tua vita.»
2. #Firenze: assolto, ma per i media resto sempre un “capobranco” https://abbattoimuri.wordpress.com/2015/07/25/firenze-assolto-ma-per-i-media-resto-sempre-un-capobranco/
3. Daniele Giglioli, Critica della vittima, Roma, Nottetempo, 2014, p. 9.
4. Pierre Bourdieu, La domination masculine, Paris, Seuil, 2002, p. 40 : «La force particulière de la sociodicée masculine lui vient de ce qu’elle cumule et condense deux opérations: elle légitime une relation de domination en l’inscrivant dans une nature biologique qui est elle-même une construction sociale naturalisée.»
5. Jennifer Egan, Il tempo è un bastardo, trad. di Matteo Colombo, Roma, Minimum Fax, 2011, p. 210.

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