Gli agenti segreti di Bertinetti. Ordine e rango della spy story

di Matteo Moca

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I romanzi o racconti che cadono sotto la dicitura di spy story, tradotta in italiano come storia di spionaggio o di spie, hanno probabilmente la loro diffusione più grande nei periodi vacanzieri, quando capita spesso di scorgere sotto gli ombrelloni, le colorate copertine di Ian Fleming, Ken Follett e John le Carrè (pur spesso mancando i nomi di maestri come Greene). Questa situazione che non rende onore a un certo tipo di opere, è simbolo di quello iato tra presupposta cultura alta e presupposta cultura bassa di cui parla Goffredo Fofi nell’introduzione al libro di Bertinetti, iato che si rivela ovviamente fallace se si pensa per esempio alla poco considerazione accademica di autori come per esempio lo stesso Greene o Eric Ambler, ma anche ai meriti “sociologici” e di critica della cultura che molti di questi libri hanno. E infatti l’ultimo libro di Paolo Bertinetti, professore di Letteratura inglese all’Università di Torino, certamente tra i più grandi anglisti italiani e a cui si devono fondamentali studi sul teatro inglese da Shakespeare a Beckett a Pinter, “Agenti segreti. I maestri della spy story inglese” (Edizioni dell’asino), è il tentativo di ravvisare all’interno di un genere eterogeneo che raccoglie dentro di sé opere di grandi scrittori ma anche di più semplici “scribacchini”, una sua storia ben precisa e soprattutto assai interessante se intersecata con il panorama storico in cui questi romanzi nascono, con l’obiettivo di rendere alla spy story un suo statuto indipendente e degno di indagine.

Questa accurata e profonda storia letteraria scritta da Bertinetti afferma il suo valore anche nella struttura, che non si limita a squadernare trame e personaggi delle opere, ma si apre verso l’indagine  psicologica di grandi autori quali Eric Ambler (di cui Adelphi ha recentemente ripubblicato il meraviglioso “Viaggio nella paura”, non proprio spy story ma comunque degno di menzione), Graham Greene, Frederic Forsyth e John le Carré. Il punto di vista interessante e originale che segna la lettura di Bertinetti è quello di uno sguardo che allarga il suo panorama e che mostra come la trasformazione nel tempo dei protagonisti delle spy story inglesi – alle loro prime apparizioni non proprio visti di buon occhio come vedremo – vada di pari passo con i mutamenti della società, in particolar modo se si analizzano i posti dove le storie sono ambientate e le origini o nazionalità dei loro nemici. Uno sguardo a tutto tondo che va anche ad indagare gli adattamenti cinematografici delle opere, non lesinando mai critiche e salvando in particolare la resa cinematografica de “I 39 scalini” ad opera di Hitchcok e gli adattamenti di Fritz Lang ed individuando intelligentemente e con analisi minuziose anche nel fascino di Sean Connery e dello 007 al cinema uno dei motivi del successo della serie ideata da Ian Fleming (a questo proposito è molto interessante la coda del capitolo su James Bond che illustra la storia editoriale italiana del più famoso agente segreto e le storie di James Bond scritte da altri autori dopo la morte di Fleming). La natura di questo sguardo non nasconde mai la sua essenza “politica” e anzi palesa come l’analisi di questi testi costituisca una via, per l’autore e per i lettori, per entrare nel vivo di una questione centrale della storia moderna e del tempo che viviamo, ovvero i meccanismi e i funzionamenti del potere che, come ricorda Fofi citando il titolo di un capitolo del libro, si muove sempre tra “maschere e pugnali”.

Nelle prime pagine del saggio, Bertinetti si concentra sulla nascita della spia, sul suo ruolo e sulla sua considerazione sociale. “La professione più antica del mondo sappiamo tutti quale è. Probabilmente quella della spia viene subito dopo” (p. 9), scrive scherzosamente Bertinetti, portando esempi di spie nell’Antico Testamento (Mosè che invia alcuni dei suoi a raccogliere informazioni in terra di Canaan) e addirittura in un classico della letteratura cinese, I tre regni, ma sottolineando come, in nessun luogo esclusa l’Inghilterra, le spie e lo spionaggio abbiano assunto un ruolo centrale nell’opera di finzione, tra gli ultimissimi anni dell’Ottocento e i primi del Novecento. Il ritardo nella nascita di un genere che avesse come protagonisti le spie viene rintracciato da Bertinetti soprattutto su un piano morale: come si poteva immaginare protagonista positivo di una qualche narrazione una spia, cioè “un uomo che si nasconde, che finge, che mente” (p. 11)? La situazione cambia tuttavia se le spie sono gli uomini che salvano l’Inghilterra dalla minaccia di distruzione, perché in questo caso a muoverli è una nobile causa, la sopravvivenza della nazione, causa che trasforma le spie in eroi. Altro fattore fondamentale all’interno della storia era il fatto che il nemico fosse ben presente ed identificabile, così da dare al lettore un’immagine vivida e precisa dell’avversario della Corona, in modo particolare prima la Germania minacciosa fino alla fine della seconda guerra mondiale, poi l’Unione Sovietica con il periodo della Guerra Fredda.

Così i primi personaggi del genere, come quelli del primo scrittore di spy story, William Le Queux, sono solitamente distinti signori, gentlemen (caratteristica poi sublimata nel personaggio di Ian Fleming James Bond), dilettanti e non ancora spie di professione, “impeccabili gentiluomini, che svolgevano un lavoro in sé poco nobile (e rischioso) per difendere la patria dalla minaccia straniera, dalle cospirazioni che miravano ad indebolirla, o addirittura a distruggerla” (p. 29). Il compito politico di questi primi racconti è di stampo conservatore, ovvero gli autori utilizzano le loro storie per difendere la gerarchia del mondo socialmente immutabile che funziona da sfondo alle loro storie. Il romanzo di spionaggio assume così anche il ruolo di propaganda per la corsa agli armamenti, intriso di razzismo e antisemitismo fino a quando, con l’apparizione delle storie di spionaggio di Kipling, di Greene (ripetutamente, e certamente a merito, definito da Bertinetti uno dei maggiori scrittori del Novecento non solo inglese) e soprattutto di Eric Ambler, protagonista della svolta interna alle regole del genere, il personaggio cambia la sua veste e non è più un baldo gentiluomo che sfida il pericolo, ma una persona ordinaria, anche ambigua, che le circostanze costringono a comportarsi in maniera straordinaria. I protagonisti di Ambler in La frontiere proibita, Epitaffio per una spia e La maschera di Dimitrios, riescono a portare a termine la missione solo tra mille difficoltà e fronteggiando un nemico non più simbolo di ostacolo all’Imperialismo britannico in quanto straniero, ma anche rispettabilissimo cittadino inglese che ordisce complotti. In particolare ne La maschera di Dimitrios, che appare profeticamente all’alba della Seconda Guerra Mondiale, si vede come “i protagonisti assumono i contorni del ritratto di un mondo, la nostra Europa, malata in corsa verso l’abisso” (p. 76), e si ergono quindi a testimonianze fondamentali di tutta la società attuale. Ed è sempre lungo questa via che s’incontra l’opera del gigante Graham Greene che con opere come Missione confidenziale, Il terzo uomo e Il fattore umano, racconta le difficoltà e le disperazioni dell’agente segreto, lontanissimo dall’irreale maestro in smoking James Bond, sempre in cerca di compromessi e di azioni che possono ricondursi a un fuggevole ed effimero concetto di giustizia.

L’affascinante storia di Bertinetti, scritta con il calore dell’appassionato e la precisione dello studioso, si conclude con la parabola di John Le Carrè, nom de plume di David Cornwell, il cui personaggio principale, Smiley, è esempio e summa delle forze che hanno mosso, e continuano a muovere, gli agenti segreti della spy story inglese, ovvero quella continua tensione tra disincanto e attaccamento al dovere, compassione e mancanza di scrupoli, in un mondo in cui identificare i “buoni” non è mai semplice, anzi, si tratta di un compito che spesso solo una spia può tentare di fare.

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