Il caso Unità. L’ideologia come falsa coscienza

di Marta e Simone Fana

Giornale_Gramsci

Il caldo umido di luglio chiude in una cappa torrida la festa dell’Unità di Correggio, nel cuore dell’Emilia rossa, tra lo stand dello gnocco fritto e le note lontane della balera. Si dice che nella provincia i tempi si allungano, le immagini del vecchio mondo sono ancora scolpite  nella memoria dei vecchi che si ritrovano a discutere del governo e del partito, della vita quotidiana e dei figli. Tracce di comunità che resistono al fluire nervoso del tempo, segnato dallo sventolio timido delle bandiere del Partito Democratico, brandelli bianco verdi che alterano l’immagine armonica della provincia emiliana.

Qui continuano a chiamarla festa dell’Unità, e non importa se quell’Unità non esiste più tra i lavoratori e se il quotidiano fondato da Antonio Gramsci nel 1924 sia ormai la voce scomposta e ruffiana del governo guidato da Matteo Renzi. Perché in questa parte di mondo l’Unità è il senso autentico di una comunità vera che difende gli ultimi dall’arroganza dei potenti, è il luogo dell’accoglienza e della solidarietà verso i migranti e i disperati della terra.

Dopo vari travagli lo scorso 30 giugno, l’Unità è tornata in edicola, con una grafica rinnovata, con la scritta in bianco, l’apostrofo verde sullo sfondo rosso. Matteo Renzi ha salutato la rinascita del quotidiano, intestandosi immancabilmente il merito dell’operazione e assicurando i lettori sulla costruzione di uno spazio di informazione libero e aperto. Che il quotidiano di via Ostiense rinasca sotto la stella del premier e del governo sembra trovare  conferma già dalle vicende legate alla nomina del nuovo personale. In una lettera aperta, inviata dal Cdr, organo sindacale dei giornalisti, risulta che il testo contrattuale  “non si concilia con il contratto collettivo nazionale di lavoro giornalisti perché non indica le mansioni da svolgere, e quanto alla parte economica applica un metodo forfettario di dubbia legittimità”.

Un assaggio di Jobs Act, con buona pace dei sindacati, dei contratti collettivi, degli inquadramenti professionali e compagnia cantando. Lo stile è quello del premier: disarticolare i confini giuridici e sociali del lavoro dentro una cornice padronale, in cui le decisioni spettano solo ad una parte, quella forte naturalmente. Pensare che la natura originaria dell’Unità potesse sopravvivere  a questi primi schioppi di renzismo si è rivelata in poco tempo una speranza vana.

Sciolto definitivamente nel magma nuovista,  il quotidiano storico del PCI ha avviato una campagna di disinformazione diretta esclusivamente ad amplificare i presunti successi del governo, che a ben vedere non esistono stando alla realtà dei fatti. Dai giudizi sommari e mistificatori sulla bontà della riforma del mercato del lavoro sino all’apologia della Buona Scuola, per finire con la stigmatizzazione di Tsipras, del governo greco e di quell’idea che un’alternativa al dominio ordoliberista esiste ed è anche praticabile.

Come in un gigantesco teatro dell’assurdo, i compagni di ieri diventano improvvisamente gli avversari di oggi, i bersagli da colpire, ruggine da sciogliere nel liquido della solo apparente rottamazione.

Da organo deputato alla formazione di cultura politica, l’Unità di oggi assume la triste sembianza di un giocattolo rabbioso – per citare l’omonimo romanzo di Roberto Arlt -, stretto nelle mani ruvide di un governo incapace di dare una prospettiva reale ad un paese logorato e impaurito. L’onda lunga della propaganda diventa così un’arma ideologica potentissima, che copre nell’inganno della falsa coscienza il volto di una società ferita dalle politiche fallimentari della maggioranza a guida PD.

Tuttavia, la vicenda dell’Unità non si presta ad essere descritta esclusivamente come una delle tante ferite nel corpo esangue dell’informazione italiana, ma appare come  il sintomo di qualcosa di più profondo che attiene alla natura generale dei rapporti tra cultura e politica, tra opinione pubblica e governo, in breve alla qualità della dialettica democratica.

La scelta di abdicare alla funzione di critica e controllo sull’operato del governo è un modo per rendere lo spazio pubblico il giardino dei potenti, dove l’accesso è consentito solo per rendere omaggio a chi sta in alto. Un meccanismo che contribuisce a creare una rottura delle forme di mediazione tra alto e basso, da una parte (in alto) le responsabilità si confondono sino a perdersi, in basso si frantumano e si assottigliano gli spazi di sovranità. Il racconto che viene proposto non si discosta di molto da quello di un regime che dispendia sorrisi al capo, applausi e compiacimento verso il suo operato; dove qualsiasi opposizione diventa oggetto di denigrazione, in un’analisi che si fa sberleffo. Non a caso allora, è meglio escludere dal dibattito pubblico tutte le manifestazioni del conflitto, o dei rapporti di forza, come le disuguaglianze sociali ed economiche, in continuo aumento. Un argomento che non trova spazio in nessuno discorso del Premier, perché destabilizzante di uno schema narrativo dove non c’è spazio per il conflitto, in cui  gli interessi di pochi coincidono con quelli di tutti.

Non sorprende il giudizio sommario e la stigmatizzazione del giovane governo ellenico, sotto la guida di Syriza, che ha impostato il proprio mandato sui pilastri della giustizia sociale, sullo scontro frontale con le élite europee, su un’idea coerente dell’economia e dei suoi meccanismi.

La vicenda greca mostra plasticamente come l’Occidente sia oggi uno spazio esposto ad una crisi culturale prima che politica. Lo scioglimento della grande famiglia socialdemocratica nel mito del progresso globale, che si dispiega come sviluppo naturale della storia, ha lasciato campo alla presa egemonica del thatcherismo, che si è preso gioco delle timidezze di un europeismo di maniera. Una delega in bianco a cui ha fatto seguito l’emergere di una classe politica che ripudia lo sforzo intellettuale di comprensione della realtà, dei processi che la regolano.

Un enorme Mostro Mite si addensa come una nube tossica che assorbe tutto, rendendo irraggiungibile qualsiasi via di fuga. La realtà diventa una sostanza indistinta, sigillata nella miseria dell’esistente, dove le tracce del passato si perdono nell’impossibilità del futuro.

In questo scenario, il ruolo della carta stampata rischia quindi di diventare il megafono di pensieri deboli schiacciati nella ricerca di un consenso a corto raggio o come voce scomposta di un capitalismo selvaggio.

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