#Greferendum: se l’Europa è questo incubo, OXI!

di Giacomo Gabbuti

8252352233_0695ae9dbc_b
Wild drawing (WD), Poverty is the parent of revolution and crime, murale al Politecnico di Atene

Come redazione di 404: File not Found, abbiamo sentito la necessità, in questi giorni decisivi per la Grecia e non solo, di prendere posizione e in qualche modo partecipare, anche su questo spazio online, alle manifestazioni che cercano non solo di sostenere il fronte del “No” in Grecia, ma anche di rendere pienamente chiara la valenza europea di questo voto. Per questo, dal giorno in cui il governo greco ha indetto il referendum, abbiamo condiviso e discusso articoli e prese di posizione che trovavamo su vari media, e abbiamo fatto una lista di ciò che ritenevamo utile segnalare. Il risultato di queste discussioni è questo articolo, che sebbene sia firmato individualmente, nasce come una sorta di ‘conseguenza’ del dibattito di redazione, ed esprime il nostro sostegno al fronte del NO.

A queste latitudini molto si è ciarlato sulla scelta del governo greco di ‘scaricare’ sui propri cittadini una scelta così ‘tecnica’ come l’accordo con i creditori. Tralasciamo qui  la discussione su cosa sia ‘democrazia’ – se gli eschimesi hanno molte parole per dire neve, è normale che in Italia si usi una sola parola per definire cose come governi eletti, governi tecnici e governi Renzi. Restando al merito del referendum, vale la pena ricordare che sin dal programma elettorale del 2012, Syriza – sì, in questo articolo parleremo di “Syriza”, “Governo greco”, e non indistintamente di “Tsipras”, non essendo i termini ancora sinonimi – prometteva ai suoi elettori, testualmente, di “sottoporre a referendum vincolanti i trattati e altri accordi rilevanti europei”. Non solo: a prescindere da cosa abbiate letto di professionisti della disinformazione come Fubini (le cui doti giornalistiche sono state definitivamente testate da Matteo Nucci), nonostante una forte minoranza interna anti-euro, la posizione di Syriza è stata sempre chiaramente a sostegno della permanenza della Grecia nell’Unione Europea e nell’Euro. Con la candidatura del suo leader a Presidente della Commissione Europea, e caricando per la prima volta in Europa una campagna politica nazionale di un significato pienamente continentale, Syriza ha promesso ai cittadini greci di andare in Europa per cambiarla – di “salvare l’Euro”, se vogliamo metterla così. Lo ha fatto attirandosi critiche comprensibili da economisti e attivisti alla sua sinistra – entrambe le categorie sono ben rappresentate da Costas Lapavitsas, docente di economia alla SOAS, editorialista del Guardian e parlamentare di Syriza, molto critico nei confronti della linea del governo.

Critiche molto spesso ineccepibili tecnicamente – citando Emiliano Brancaccio, “La migliore ricerca economica sostiene, da anni, che quello dell’eurozona è un progetto nato male, che crea squilibri continui tra paesi creditori e debitori e in prospettiva non è sostenibile”. Sebbene modelli di previsione come quello del Levy Institute evidenzino le grosse difficoltà cui andrebbe incontro la Grecia abbandonando la zona euro, e ricerche come quelle di Riccardo Realfonzo enfatizzano la possibilità di un impatto rilevante sui salari reali, la valutazione dei pro e contro è più complessa di quanto ci vogliano far credere i sostenitori dell’appocalisse (ne parla qui Vladimiro Giacchè). E del resto, le prese di posizione di economisti non certo radicali o eterodossi come Stiglitz, Krugman e Piketty, danno ragione a chi dentro Syriza minacciava di non votare in Parlamento la bozza di accordo proposta dai mediatori greci. Come si trovano a dover ammettere gli stessi creditori (scatenando reazioni anche oltreoceano), persino la loro proposta non renderà sostenibile il debito: Mariana Mazzucato meglio di altri ha provato a suggerire il perché (è comunque interessante leggere la versione greca sui negoziati). Addirittura a Chicago si sente oramai affermare che (punto 18, traduzione nostra) “La Grecia avrebbe dovuto fare default nel 2010. Il peso del suo debito era insostenibile allora, e da allora niente ha cambiato questa situazione. È vero che i mercati finanziari erano all’epoca molto più nervosi, ma i soldi che sono stati raccolti per ripagare i creditori in quel salvataggio avrebbero potuto essere destinati a supportare la Grecia ed altri Paesi in difficoltà. Una volta effettuato il pessimo salvataggio del 2010, era inevitabile che qualche forma di cancellazione del debito si sarebbe resa necessaria. Immaginate quanto le dinamiche politiche in Europa sarebbero state differenti se le banche tedesche e francesi fossero state salvate esplicitamente”. Lasciamo a chi con loro siede a Bruxelles e a chi li vede a capo di nuovi esecutivi ‘tecnocratici’ e ‘responsabili’ la riflessione su come mai chi governava la Grecia nel 2010 non abbia lottato per una soluzione di questo tipo – e perché non lo abbia fatto neanche chi governava l’Europa: rimane il dubbio del perché il governo greco abbia chiesto un mandato elettorale per condurre mesi di trattative estenuanti con la prospettiva, anche in caso di vittoria, di prolungare solo un altro po’ l’agonia del popolo greco. Messa in altri termini, come mai Syriza ha promesso di riformare l’Unione per rimanerci dentro? Avendo come unica “arma” la propria estrema debolezza e il richiamo ai valori fondativi dell’Europa, le trattative svoltesi sinora sembrano dimostrare come fosse un risultato impossibile da ottenere. Le prossime ore, dalle quali è possibile aspettarsi relativamente di tutto, daranno modo di valutare davvero l’operato del governo greco, ma al momento qualcuno potrebbe legittimamente chiedersi se il governo greco sia arrivato intenzionalmente fino a questo punto (‘mentendo irresponsabilmente’), o se fosse genuinamente convinto (‘ingenuamente’) di poter strappare un accordo realmente migliore.

A questo proposito è forse opportuno ricordare che la Grecia, democrazia giovane e fragile, ha vissuto dopo l’ingresso nell’Euro un periodo di sviluppo e prosperità che i suoi cittadini non avevano mai sperimentato in precedenza. Se per noi gli anni successivi all’adozione della moneta unica sono stati segnati dall’aumento del costo della vita, della precarietà e di una stagnazione che diventava declino, per i Greci sono stati anni di crescita e successi, giochi olimpici riportati a casa e persino di vittorie calcistiche. Se lo scoppio della crisi, così come il suo perdurare, sono senza molti dubbi conseguenze di un Euro disegnata in sprezzo ai fondamentali dell’economia (lo ha spiegato molto chiaramente Alberto Bagnai: qui un suo post dedicato alla Grecia), ciò non toglie che per la maggioranza dei greci l’Euro e l’Unione rimangano associati alla sensazione di ‘avercela fatta’, di essersi ancorati a un’Europa che sembrava fatta di progresso, sicurezza e benessere economico. Questo ci dicono i sondaggi – quelli finti, preferiti dalla stampa italiana, ma anche quelli veri – che danno un 70% della popolazione favorevole alla permanenza nell’Euro. Così ci sembra si possa spiegare come mai, prima del referendum, i sondaggi segnalavano una forte maggioranza favorevole ad un accordo – scambiata inizialmente, ma senza smentite successive, dalla stampa italiana come una maggioranza per il “sì” al referendum – e allo stesso tempo segnalavano un altissimo gradimento per Syriza e per il Primo Ministro, proprio nel momento di maggior scontro con le autorità europee (di cui del resto metà degli intervistati aveva un’opinione negativa).

E dunque, in un certo senso, ha ragione Renzi quando – nel suo tweet dal dubbio significato in inglese – dice che questo è un referendum tra Euro e Dracma. Fino a questo momento, il governo greco – un governo che vede la partecipazione, con Syriza, della destra nazionalista di Anel: è bene ricordarlo a un Francesco Piccolo oramai spudoratamente a suo agio nei panni del cantore del potere (ma che promettesse bene dagli esordi ce ne eravamo già accorti qui e qui: spiace che il Corriere della Sera ci costringa a occuparci di tali e tante miserie) – ha rappresentato questi elettori, mantenendo la barra dritta sull’obiettivo di ottenere accordi migliori di quelli che erano costati faccia e consenso ai propri corrotti predecessori, per rimanere nell’Euro ed applicare allo stesso tempo il Programma di Salonicco.

Oggi, il governo greco e Syriza chiedono ai greci di dire se questo tentativo va condotto ad ogni costo, dopo aver portato per cinque mesi la sfida nel cuore dell’Europa, in un mondo sino ad allora popolato da grigi tecnocrati europei e modestissimi (quando non corrotti) negoziatori greci. Fa sorridere che a definire questa trattativa “populista”, e questo referendum “pilatesco”, si affrettino i coraggiosissimi ‘giovani turchi’ nostrani: fino a ieri teorici del ‘tornare alla fabbrica’, oggi più renziani di Renzi, e ansiosi di non essere superati dal gruppone degli scodinzolanti – del resto il pregio dell’irrilevanza politica, lo sappiamo bene anche alla loro sinistra, è che nessuno ha interesse a rinfacciarti nulla, quando conti meno di nulla. Oggi, dopo mesi di trattative, dopo aver sentito dire al campione dei socialisti che “i greci hanno rotto le scatole”, dopo essersi visti rimandare indietro con le scancellature e i segni rossi una proposta fin troppo austera, dopo essersi visti rifiutare una proroga di pochi giorni e che ha costretto alla chiusura le banche, dopo aver costretto un autorevole favoreggiatore dell’evasione fiscale a intimidirli in diretta tv, chiedono fino a che punto è lecito rimanere al tavolo. Un tavolo in cui i creditori si siedono forti proprio di quella disperata volontà dei greci di rimanere attaccati in Europa, e nel quale non mollano di un centmetro rispetto a pretese che così autorevoli economisti reputano assurde, e che la storia del continente (ma soprattutto tedesca) insegna quanto poco siano lungimiranti. Come scrive Stathis Kouvelakis, altro importante esponente della sinistra di Syriza e docente di filosofia politica al King’s College, in un bel pezzo sulla campagna referendaria, “È vero che alcune iniziative del governo sono state quanto meno ambigue e discutibili, [ma] l’obiettivo di questi gesti era di mostrare la buona volontà di Atene e far capire che in caso di vittoria del no si aprirà un nuovo ciclo di “negoziati”. Ma in realtà tutti sanno benissimo che difficilmente questo accadrà e in ogni caso al momento non esiste una reale trattativa”.

Nei fatti, nonostante la volontà più volte manifestata da Tsipras di usare il ‘no’ al referendum come uno strumento per rilanciare le trattative, ciò che davvero rafforzerebbe la posizione negoziale della Grecia sarebbe la “garanzia” – inedita per un governo greco – che qualora le assurde pretese dei creditori costringessero l’esecutivo a portare il Paese fuori dall’Euro, questo avrebbe dalla sua parte almeno la metà della popolazione greca. Il fatto che ad oggi ci sia una possibilità anche minima che questo avvenga è, probabilmente, il maggiore successo di questi mesi di governo di Syriza – ed è cosa non da poco, per un partito che conta circa 20,000 iscritti e che, dagli strani attentati dei mesi precedenti le elezioni politiche alla trasferta a Bruxelles dei leader delle opposizioni, passando per la quotidiana dose di attacchi da parte dei media greci, sa di vivere sotto la costante minaccia di destabilizzazione.

Per assurdo, se il voto greco si tramuta in un referendum sull’Euro è proprio “per colpa di Renzi”. A determinare se l’agenda del governo Tsipras rappresentasse un sfida dura ma possibile o un suicidio – al massimo inscenato come ‘finta’, per arrivare al potere e spostare l’elettorato verso quelle che lo stesso Lapavitsas su Repubblica definisce “soluzioni di discontinuità rispetto a un passato che non è più proponibile” – è il comportamento degli altri Paesi europei – in particolare quelli debitori e/o in crisi di competitività rispetto alla Germania. Spagna, Francia, Italia, sono tutti Paesi che non solo stanno pagando gli squilibri generati dalla moneta unica, ma che sono anche più minacciati dalle ripercussioni delle ‘non soluzioni’ proposte alla Grecia. Già colpiti dall’incertezza sull’esito delle trattative, questi Paesi sarebbero i primi, una volta che la Grecia fosse cacciata (o si facesse cacciare: poco importa) dall’Euro, a pagarne le conseguenze. Per quanto si possa ostentare sicurezza sui meccanismi di difesa di cui l’Unione si è dotata dal 2010 ad oggi, fa bene il governatore Draghi a ricordare che si tratterebbe di “acque inesplorate” – ed è difficile condividere l’opinione di trovarsi davvero lontani dalla “linea del fuoco”. A prescindere dunque dalla postura più o meno ‘spettacolare’ tenuta dai delegati del governo greco – chi scrive la ritiene decisamente appropriata alle ore che il continente e il paese ellenico stanno vivendo, ma poco importa – questi Paesi avrebbero avuto grande vantaggio dallo schierarsi con la Grecia. Se la Spagna, così come altri Paesi periferici, è governata da quel centrodestra che teme di alimentare l’opposizione di movimenti come Podemos (e che del resto condivide ideologicamente l’austerità e il suo impatto redistributivo), Francia e Italia sono governati da esponenti di quel Partito Socialista Europeo che prometteva la fine dell’austerità. Addirittura, i leader socialisti erano saliti sul carro di Syriza dopo la vittoria di gennaio – il caso italiano, come purtroppo spesso accade, si rivela quello più patetico. Ma alla prova dei fatti, dell'”asse Renzi-Hollande” non è rimasta che l’evocazione.  Nonostante il tentativo di raffigurare il nostro Premier come “decisionista” – e viene da rimpiangere l’indipendenza di giudizio de l’Unità di una volta..! – Renzi, dopo aver lasciato trascorrere nel sostanziale anonimato il semestre italiano di presidenza dell’Unione, durante le trattative viene descritto dai greci come “relativamente silenzioso e con basso profilo”, per timore di “urtare i poteri forti nell’ambito della Ue”. L’Italia ha atteso le decisioni della Merkel per uniformarvisi, dando non solo la sensazione di non saper giocare fino in fondo il proprio ruolo di Paese fondatore e di una delle economie più importanti dell’Eurozona, ma dimostrando anche una certa incomprensione degli interessi nazionali. Che sia ‘cascata’ in una trappola degli estemisti di Syriza, o che abbia reagito male alla scarsa etichetta dei suoi ministri, la socialdemocrazia europea tutta non ha nemmeno provato a cogliere l’occasione che il governo greco le ha offerto per riformare l’Europa e voltare pagina. Inutile dire quanto più grave sia aver mancato questa occasione per Renzi e Hollande, il cui comportamento è nel migliore dei casi frutto di pavidità e inconsapevolezza, e nel peggiore di miopi calcoli di politica interna, con una prospettiva di cortissimo respiro. In tal senso, è interessante notare, in questa intervista a Di Battista, come al M5S vengano lasciati sul tema argomenti tutto sommato linearissimi.

Certo, è ancora possibile che un eventuale successo del “no” consenta ai socialisti di giocarsi le carte che sinora hanno tenuto in mano, e di avanzare finalmente risposte straordinarie, all’altezza della sfida straordinaria che sono chiamati ad affrontare. Anche se le dichiarazioni degli interessati, riportate in vari link precedenti, sembrano renderlo implausibile, la speranza è l’ultima a morire – e la coerenza non sembra del resto essere la cifra distintiva di questa famiglia politica.

In ogni caso, a prescindere da quelle che saranno le loro decisioni, e a prescindere dunque dal fatto che questo voto sia usato come strumento di negoziazione o come via libera ad una distruzione dell’Eurozona, come redazione di 404 sentiamo il bisogno di esprimerci con questo post a favore del’OXI. Non solo perché tra gli “impiegati pubblici, studenti, ex militanti del Pasok ora con Syriza, piccoli imprenditori rovinati dalla crisi” che sostengono l’OXI e i “signori e signore di mezz’età con abiti firmati e gioielli costosi, professionisti, giovani in maniche di camicia (di marca)” che manifestano per il NAI – così descriveva le due piazze l’inviato del Sole24Ore -, sappiamo a chi apparteniamo. Non solo perché tra chi manipola sondaggi e terrorizza la popolazione, e chi regala pane fino a che le banche resteranno chiuse, non possiamo che schierarci coi secondi. Non solo perché una vittoria del sì, come scrive Paul Mason in un bell’articolo sul Guardian, metterebbe a rischio il proseguimento dell’”anomalia Syriza” e delle possibilità che ha aperto per delle proposte radicalmente alternative in Europa. Ma perché, da giovani cittadini europei, sappiamo che se i greci domenica accetteranno l’Europa ad ogni costo, sanciranno una volta per tutte che l’Europa non saprà essere nulla di più di questo incubo. È drammatico e forse ingiusto che proprio chi, come ci ricordano gli stessi greci anche in questa campagna elettorale, ha più duramente pagato la crisi, debba sostenere il peso di una tale responsabilità tra le proprie mani: sostenere il NO non è ‘essere di sinistra col portafogli degli altri’, ma fare quel poco che possiamo fare per rendere questo peso meno gravoso e assumere la nostra parte di responsabilità.

Il dubbio se la tattica di Syriza fosse genuina o no – se abbiano mirato a questo dall’inizio – rimane, ma non è rilevante. Chi scrive ha votato Altra Europa, nel maggio dell’anno scorso, convinto che Syriza avrebbe percorso questa strada, perchè l’Europa non si sarebbe lasciata riformare. E tuttavia, non solo il tentativo andava fatto, ma in caso di fallimento l’unica possibilità di un’uscita a sinistra dalla crisi dell’Euro, e che questa “possa essere effettivamente un’alternativa durativa“,  avrebbe potuto nascere da un governo Syriza forte e legittimato a livello europeo. Per questo, per quel che vale, mi son lasciato dare dello ‘tsipridiota’ dai no-euro nostrani a cuore relativamente leggero: vada come vada, a mettere realmente sotto pressione la tenuta della moneta unica è stata l’azione dell’europeista Syriza, non certo quella del Front National, della Lega, o dell’Ungheria di Viktor Orban. In ogni caso, ci sembra di poter dire che Syriza aveva poche scelte – tranne ovviamente quella di non arrivare al governo, e lasciare che Pasok e Nuova Democrazia riducessero il Paese ancor più in macerie, riducendo così le stesse possibilità di un’uscita non traumatica dall’Euro. Al contrario, l’Europa poteva e doveva cogliere l’opportunità di ritornare alla ragionevolezza e soprattutto ai suoi presunti ideali fondativi. Se un’eventuale Grexit aprirà una nuova storia o si tradurrà in una brutta riproposizione della storia europea tra le due guerre mondiali, la responsabilità sarà tutta di chi questa Europa ha gestito e governato.
Syriza ha fatto ciò che doveva, ridando speranza e dignità a un popolo dilaniato dalla crisi, rappresentando la sua volontà davanti alle istituzioni europee, e rimettendo, con un gesto drammatico ma straordinario, ai greci la scelta di quale direzione proseguire dopo. Per questo, in queste ore drammatiche, noi saremo affianco a loro, qualunque cosa questo possa voler dire. Se accadrà quello che non pare possibile, se a riacquistare dignità e senso saranno le istituzioni europee accettando una riforma radicale di loro stesse, lo saremo dentro l’UE e dentro l’Euro; ma se questo è quello che questa Europa ha da offrirci, allora saremo con loro anche fuori.

3 Comments Add yours

  1. Manuela ha detto:

    Sento giusto la necessità di complimentarmi e ringraziare l’autore (o gli autori) dell’articolo, razionale ed emozionante insieme. Ho l’impressione che ci troviamo di fronte ad un momento epocale, di cui, qualsiasi sia il risultato, sentiremo a lungo le conseguenze…forse il più importante per l’Europa dalla caduta del muro? Aspettando domani, speriamo nel NO

  2. Samuel ha detto:

    Ottima sintesi, complimenti. Spero facciate il punto anche quando si capirà se l’opportunità fornita dal NO è stata colta..

  3. ipazia55 ha detto:

    Parliamo anche di Podemos

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...