#Strega2015 | Wanda Marasco, Il genio dell’abbandono

marasco

[Quattro anni fa la redazione di questo blog si lanciò nell’impresa di recensire tutta la dozzina dei candidati al premio Strega, partendo da queste premesse e arrivando a queste conclusioni.
L’anno scorso abbiamo recensito questi libri.
Quest’anno, con una visione meno compatta ma con il medesimo interesse verso le storie e i libri, ci siamo dati lo stesso obiettivo. La cinquina è già stata scelta, ma ci è sembrato più coerente leggere tutti e dodici i romanzi arrivati al primo importante passaggio del Premio. Anche questa volta, come nel 2011, non cercheremo di trarre conclusioni definitive. Una riflessione verrà, se non emergerà automaticamente, in seguito.
Qui trovate tutte le recensioni precedenti.]

di Silvia Costantino

Chi ha già letto qualche titolo di Neri Pozza ha avuto modo di farsi un’idea di questa casa editrice: molto raffinata, con la sua bella copertina di cartoncino rigato e una grafica sobria; contenuti ben curati, scelte editoriali attente ed eleganti. Ciò che ha portato Neri Pozza alla ribalta è stato il filone del romanzo storico-artistico: con La ragazza con l’orecchino di perla, la casa editrice ha trovato la propria nicchia di riferimento. E tuttavia è riduttivo fermarsi a questo tipo di romanzi (per quanto le sterminate produzioni di Tracy Chevalier e Susan Vreeland restino probabilmente colonne portanti): nella rosa di autori dell’editore ci sono il fortunato David Nicholls, e Machado, e Ben Lerner, e scopro sfogliando il catalogo che Neri Pozza pubblica le opere di David Benioff e Julian Fellowes, tra cui il romanzo di Downton Abbey; che ha opere di vario genere ma tutte evidentemente selezionate e trattate con cura e attenzione, per mantenere un livello medio-alto.

Da quello che ricordo, una delle caratteristiche peculiari di questo editore è la leggibilità: anche parlando degli arazzi intessuti del medioevo francese, o di tristi storie con bambine e certose, la scrittura di questi romanzi si manteneva sempre piana e leggibile, assecondando i tempi tipici del racconto, senza mai arrivare a uno sperimentalismo linguistico o narrativo. Per questo mi sono stupita quando, iniziando Il genio dell’abbandono di Wanda Marasco, ho trovato una prima pagina quasi interamente in dialetto napoletano, e ho continuato a stupirmi vedendo che il romanzo proseguiva tutto impostato su questa commistione.

Romanzo fortemente appoggiato da Cesare Segre, che ne seguì e apprezzò la gestazione fin dove possibile, Il genio dell’abbandono racconta la vita romanzata di Vincenzo Gemito, grande scultore vissuto tra ’800 e ’900. Se ne racconta la protervia e lo slancio artistico che dall’infanzia, insieme all’amico Totonno Mancini, lo portarono alla fama; se ne raccontano le pulsioni amorose e il bisogno di essere accettato dall’alta società; la sifilide che lo colpì in Francia e che lo rese folle, portandolo all’internamento in manicomio prima e a una reclusione spontanea in casa durata vent’anni poi. Il rapporto difficile con la sua arte e con le persone che gli sono intorno, l’effetto di fascino e timore che emanava la sua persona: il proposito di Wanda Marasco e quello di ridare vita a una figura non troppo conosciuta della nostra arte moderna, e di farlo, prima ancora che attraverso la narrazione, con l’uso della lingua.

E fu così che Vicienzo, metamorfosato in scigna, lince e serpe, liquidò Vicienzo umano, a partita vinta con lo sgomento d’essere diventato in parte entità animale e in parte grande spirito arboreo.

Fatti salvi alcuni inserti tra il diario e il delirio, il romanzo è scritto in terza persona: scelta che permette all’autrice di concedersi un mistilinguismo anche molto azzardato, a tratti veramente notevolissimo. La vita di Vicienzo nato Genito, perché trovatello abbandonato alla ruota degli innocenti, e trasformato in Gemito da un funzionario del comune malaccorto, si muove tra presente e passato in modo discontinuo, ma sempre proiettato in avanti lungo la linea cronologica: due passi avanti e uno indietro, a ripescare un episodio, un ricordo, a soffermarsi su azioni e pensieri di altri personaggi talvolta con vivida umanità, ma senza mai arrestare l’avanzata. Il titolo, con quel suo richiamo superficiale all’opera di esordio di un’altra autrice napoletana, è in realtà un leitmotiv del romanzo: il “genio dell’abbandono” sarebbe lo spirito che ispira le opere di Gemito; sua ossessione da un certo momento della vita in poi è proprio quella di «vedere il genio in faccia», arrivando a identificarlo nelle sembianze di Castel Del Monte promessogli e mai assegnatogli, o nella faccia baffuta di un veterano ufficiale incontrato in treno.

Si vede bene quanto Marasco abbia studiato per scrivere questo libro, e a volte lo si vede troppo, quando certi inserti saggistici, anche se lunghi meno di un paragrafo, fanno precipitare il tono narrativo per diventare fastidiosamente didascalici: questo avviene soprattutto quando c’è la necessità di spiegare l’arte e il lavoro di Gemito, con il paradossale risultato di annullare il proposito iniziale dell’emersione dell’arte attraverso le parole.

Vicienzo ignorava che da circa dieci anni gravitava sulla città l’anatema di Baudelaire. In questo soggiorno parigino non avrebbe avuto notizie nemmeno di Van Gogh. Per quell’altro “Vincent” erano gli anni di una disperata vocazione religiosa. In piena crisi mistica, tetro, tormentato da un Dio del quale credeva di sentire il comando ad abbandonarsi a ogni suo ordine. Ma Vincenzo e Vincent, senza conoscersi e in tempi sfalsati, furono fratelli siamesi. Per entrambi il magnetismo di un “padre” (da raggiungere e imitare) e un progetto di santità. Come sarebbe accaduto a Vicienzo nella follia e a Vincent Van Gogh attraverso l’ombra del padre protestante e di un fratello morto (un altro Vincent) prima che lui nascesse.

 Sono pochi momenti, tuttavia, e sostenibili nell’economia di un libro di circa 350 pagine. Che però sono trecentocinquanta pagine tutte quante scritte sul filo di questa tensione linguistica che non cala, che a furia di cercare la preziosità rischia di diventare barocca prima e manierista poi, venendo meno al verismo un po’ allucinato che è l’arte di Gemito. Il genio dell’abbandono risulta insomma un’opera che sicuramente colpisce, a livello superficiale, per la capacità di rendere viva e moderna la lingua di un romanzo che parla di un’epoca ormai abbastanza lontana, ma che però sembra – ed è paradossale vista la materia – incapace di osare ulteriormente, e proporre una reale rottura nella lingua o nella costruzione della trama, appiattendo così le luci e le ombre tanto care a Gemito, a Mancini e alla Marasco stessa. Così anche i personaggi, che finiscono travolti dal bisogno di parole e di ricercatezza, trasformandosi in macchiette più raccontate che reali.

Se insomma per tutto il periodo vitale e folle della vita dell’artista – l’amore con Mathilde Duffaud e poi la prima volta in Francia, o la ricerca ossessiva del giovinetto perfetto, da ritrarre durante insostenibili sessioni di posa, o ancora la pazzia indotta dalla mancata committenza regale – il romanzo mantiene una forte identità stilistica e ne fa un punto di forza, dal momento in cui Gemito ‘rinsavisce’ e poi muore il calo di tensione è evidente, ma non è accompagnato dalla prosa, che mantiene sempre le stesse corde arrivando infine a risultare pesante e a tratti ripetitiva. È il caso del finale, che si protrae a spiegare attraverso le azioni della figlia/moglie Peppinella l’eredità di Gemito, il bisogno di combattere la povertà attraverso la vendita delle opere e il rimorso per l’operazione venale: un finale che però si dilunga e si stempera troppo a lungo in una fantasia della donna, nel tentativo di riassumere ancora una volta la vita di Gemito attraverso una sua opera.

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