#Strega2015 | Vins Gallico, Final Cut, l’amore non resiste

gallico

[Quattro anni fa la redazione di questo blog si lanciò nell’impresa di recensire tutta la dozzina dei candidati al premio Strega, partendo da queste premesse e arrivando a queste conclusioni.
L’anno scorso abbiamo recensito questi libri.
Quest’anno, con una visione meno compatta ma con il medesimo interesse verso le storie e i libri, ci siamo dati lo stesso obiettivo. La cinquina è già stata scelta, ma ci è sembrato più coerente leggere tutti e dodici i romanzi arrivati al primo importante passaggio del Premio. Anche questa volta, come nel 2011, non cercheremo di trarre conclusioni definitive. Una riflessione verrà, se non emergerà automaticamente, in seguito.
Qui trovate tutte le recensioni precedenti.]

di Francesca Lorenzoni

Il libro edito da Fandango è la seconda prova dell’autore calabrese classe 1976 Vins Gallico. Final Cut, l’amore non resiste – o non “esiste”, come suggerisce la perspicace grafica della copertina, non è riuscito a piazzarsi nella cinquina di quest’anno.
Il protagonista del libro, che parla sempre in prima persona e di cui non conosciamo il nome, è un giovane romano che dopo aver abbandonato gli studi di psicologia decide per l’impiego nella ditta di trasporti di famiglia. Dopo qualche anno passato lavorando come corriere, e grazie all’arrivo di un’inaspettata eredità, decide di mettersi in proprio e di portare avanti un suo personalissimo progetto. L’idea nasce quando il cugino Ludovico tronca la sua relazione con la sfrenata barista Claudia, che ha infine ceduto alle lusinghe del suo capo. Ludovico deve, così come vuole la prassi di qualsiasi rottura, riconsegnare a Claudia le cose che lei ha lasciato nel suo appartamento. Non solo le vuole riconsegnare, ma vuole eliminare qualunque traccia della presenza di lei dalla sua vita.

La cosa risulta molto più complicata del previsto: i vestiti riposti negli scatoloni conservano ancora il profumo di vaniglia di Claudia e lui come un drogato in crisi d’astinenza scende fino in cantina per ficcarci dentro il naso, riportare per un attimo al presenze i pezzi del passato e soprattutto procrastinare il definitivo distacco. D’altra parte, se anche lei se n’è andata, le sue cose continuano a vivere con lui e in qualche modo dilatano il momento del distacco definitivo, quello in cui anche quei pochi oggetti spariranno per sempre dalla vita di Ludovico e con essi sparirà davvero anche Claudia. Così parlando con il cugino corriere, quasi per scherzo, chiede a lui di farlo al suo posto, è pronto a pagare per il servizio, tutto sommato si tratta comunque di una consegna, anche se un po’ particolare.
E così nasce la Final Cut società di sevizi, comunicazione e trasporti:

«La mia intuizione stava prendendo forma. La gente è disposta a pagare per l’assenza di coraggio, è disposta a pagare se può evitare il dolore, è disposta a pagare pur di non guardare in faccia il fallimento. Ludovico aveva detto una frase importante: nella sua ottica io stavo riportando tutto indietro. Fu allora che compresi l’enorme valore simbolico della restituzione quando due persone di lasciano.»

Qualche settimana, un business plan e varie scartoffie, l’acquisto di un’ape di seconda mano, un logo, una divisa e po’ di promozione dopo, la Final Cut si lancia sul mercato. I dettami che il suo fondatore e unico dipendente si è dato sono rigidi: professionalità assoluta, distacco, nessun trasporto, zero empatia nei confronti del cliente e un rigidissimo tariffario, per la comunicazione di messaggi al destinatario per bocca del corriere è richiesto il pagamento di un extra. Inizia a questo punto una carrellata di storie e di riconsegne, un carnet di umanità e vite vissute che noi osserviamo attraverso lo sguardo distaccato e spesso quasi asettico del nostro corriere. Davanti a lui si dispiega in ogni sua forma e a qualsiasi età «lo stillicidio della restituzione,» ma il nostro Virgilio resta impassibile, fedele ai suoi principi, almeno fino all’ennesima chiamata di Mery.
Mery, una cliente oramai affezionata, costringe il nostro personaggio a vacillare, a fare perfino strappi alle sue ferree regole. Scopriamo allora che anche dietro la nascita della Final Cut c’è una rottura difficile, lei si chiamava Anita. Per molte pagine Anita affiora a tratti, spunta vivida e imprevista nei gesti di Mery: entrambe hanno il vezzo di rimettersi continuamente dietro l’orecchio una ciocca di capelli; assieme al ricordo di Anita si apre anche uno spiraglio sulla vita da single del nostro protagonista, sullo squallore del suo frigorifero perennemente vuoto e sulla sua maniacale ostinazione a voler incasellare sul suo tablet in precise formule degne d’un manuale di psicologia tutte le vicende che gli vengono raccontate, perfino la sua. Quello che in nostro non sembra voler prendere in considerazione è che nonostante le statistiche, nonostante gli studi, nonostante la logica, le definizioni scientifiche e la ripetitività della vita di coppia, che nei suoi assunti fondamentali è sostanzialmente sempre identica per tutti, restano le singolarità con cui fare i conti, le reazioni imprevedibili dei destinatari, non sempre consapevoli della imminente rottura e ancor meno spesso consenzienti. La Final Cut offre la possibilità di provare a sbarazzarsi di qualcuno senza doversi accollare la responsibilità di farlo di persona, «la Final Cut era un ottimo intervento chirurgico, compreso di anestesia. Amputava le sofferenze, a condizione si tollerassero i traumi post-operatori».

Il romanzo di Gallico risponde perfettamente alla descrizione in quarta di copertina: una commedia brillante. Con tanto di lieto fine, aggiungerei. È un libro in cui ancora per certi versi si percepisce una certa inesperienza, ma che risulta comunque piacevole alla lettura, nonostante certi cedimenti strutturali e alcune sbavature.
La scrittura procede sobria e misurata, senza grandi variazioni di tono, ligia allo sguardo della sua voce narrante. Tuttavia nonostante un inizio interessante, dato anche dall’originalità della vicenda narrata e dal punto di vista da cui l’autore ha deciso di affrontare il tema della rottura in amore, il libro pecca per una certa serialità che abbassa la tensione narrativa e in parte ne inficia anche la qualità.
Vi è poi una vicenda nel romanzo lasciata quasi a metà e che invece avrebbe forse meritato uno sviluppo e un approfondimento maggiori. Si tratta della vicenda di Mattia, un giovane laureando che contatta la Final Cut per raccogliere dati utili alla sua tesi di laurea. Il nostro protagonista ha appena subito un brutto infortunio alla schiena che non gli permette di sollevare pesi e decide perciò di prendere Mattia con sé come facchino non pagato. Nonostante i due vistosamente non si piacciano, Mattia è utile per far andare avanti gli affari, ma dopo l’ennesimo diverbio, Mattia decide di andarsene. L’ultima traccia che abbiamo di lui è un sms di auguri inviato al protagonista e con questo si chiude il sipario sulla storia di Mattia, una storia che risulta così essere un ramo morto, una sorta di riempitivo inefficace.
Come detto, Final Cut è una piacevole commedia, da cui ci si potrebbe verosimilmente aspettare una trasposizione su pellicola, ma a fronte della sua immaturità e probabilmente proprio a causa del suo intrinseco carattere di commedia, non stupisce affatto la sua esclusione dalla finale del Premio Strega 2015.

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